lunedì, Aprile 12

Violenza digitale… Difesa digitale con lo Zanshin Tech

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In un’epoca in cui gli individui sono sempre più connessi tra loro, al mondo fisico si affianca un mondo digitale sempre più reale e intrecciato alla vita quotidiana. Questa quotidianità digitale, divenendo sempre più importante, è divenuta anche oggetto di attacchi di varia natura: dalle truffe digitali all’adescamento di minori, dalle persecuzioni personali al cosiddetto cyber-bullismo. La cronaca riporta spesso episodi del genere e non sono mancati casi dall’esito tragico: secondo recenti studi statistici, tra le vittime di cyber-bullismo, una su dieci tenta il suicidio; in non pochi casi, i tentativi riescono.

Si è molto discusso, recentemente, sui metodi con cui affrontare il problema della sicurezza digitale. Se ne discute sul piano legislativo, tentando di dotare l’ordinamento degli Stati dei mezzi necessari per contrastare delle violazioni che non riguardano più il mondo fisico, e se ne discute sul piano educativo, per tentare di formare individui capaci di gestire in maniera sicura questo universo digitale parallelo.

Da questo punto di vista, una proposta interessante viene dallo Zanshin Tech. Si tratta della prima arte marziale digitale. Il nome scelto dagli ideatori si basa su due concetti: da un lato c’è lo ‘Zanshin’, parola giapponese che indica uno stato di controllo di sé stessi e del mondo che ci circonda, uno stato che permette al praticante di arti marziali di avere coscienza dell’aggressione, potenziale o reale, senza cedere a paura o ira; dall’altro c’è ‘Tech’, ovvero la consapevolezza tecnologica che fornisce al praticante gli strumenti per difendersi.

Nelle arti marziali tradizionali giapponesi, era necessario che alla tecnica di combattimento (Jutsu) fosse unita l’educazione (Dō: in realtà un concetto più complesso che comprende filosofia, etica e morale): con le parole del grande Maestro Katayama Hisataka (1626-99), «nelle Arti militari c’è la Tecnica (Jutsu) e c’è la Via (Dō). La Tecnica è l’atto singolo, la Via il Principio generale. La persona che conosce la Tecnica, ma non il Principio prova la sua abilità con la katana sugli altri. La persona che conosce il Principio, ma non la Tecnica, non è capace di usare la katana. Colui che possiede sia il Principio che la Tecnica è una persona che ripone fermamente nel fodero la katana affilata e lucidata. La persona, la cui qualità di carattere si aggiunge alla spada affilata e riposta, anche se si imbatte nel nemico, non viene sconfitta». Allo stesso modo, nello Zanshin Tech, abbiamo l’aspetto della formazione dell’io, lo Zanshin (Dō), e la preparazione tecnica, non più fisica ma digitale, il Tech (Jutsu).

Abbiamo parlato con il Maestro Silvia Perfigli, una delle insegnanti e degli ideatori della metodologia, che ci spiega: “Lo Zanshin Tech è un’arte marziale digitale, nel senso che unisce quelli che sono i principi base delle arti marziali orientali tradizionali, quindi rispetto e gestione di sé per controllare l’aggressore, con i concetti base di sicurezza informatica. Lo scopo è creare delle persone, dagli undici anni in su, consapevoli della tecnologia che stanno usando e che quindi la sappiano usare meglio e prima di chi potrebbe far loro del male”.

Lo studio di questa arte marziale digitale non può svolgersi solamente per via telematica ma necessita di una pratica costante per la quale è necessario incontrarsi in un Dōjō (il luogo dove si praticano le arti marziali: Jō = Luogo; Dō = Via). Anche il sistema di livelli è un’evoluzione della tradizione giapponese: si parte dal sistema di cinture colorate codificato da Jigorō Kanō (il fondatore del Jūdō) ma, non essendoci più le cinture, si utilizzano dei bracciali colorati. Silvia Perfigli ci spiega che “sono circa quattro anni che studiamo attivamente l’argomento. La prima ‘palestra digitale’ (si parla di palestra digitale anche se ci incontriamo fisicamente nel Dōjō) è partita nell’ottobre del 2014 e si è rivelata una cosa molto positiva, che ha dato i suoi frutti e che ha permesso di insegnare ai ragazzi come gestire un’aggressione digitale fino a fermarla e, spesso, fino a portare loro stessi a spiegare al loro aggressore che stava facendo una cosa sbagliata”.

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