giovedì, Settembre 23

Violenza contro gli egiziani in Libia field_506ffb1d3dbe2

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Una serie di azioni violente stanno minando la tranquillità delle relazioni tra Egitto e Libia, due Paesi vicini la cui destabilizzazione negli ultimi anni sta provocando un’onda lunga di insicurezza nell’intero Nordafrica. Se l’Egitto è alle prese con il tentativo di mettere sotto controllo la situazione interna a seguito del colpo di stato del luglio scorso, quando l’Esercito ha rimosso il Presidente eletto Mohamed Morsi dal suo incarico, la Libia è impegnata in una complicata stabilizzazione e in una messa in sicurezza del territorio nazionale che appare oggi complessa se non impossibile.

Diversi episodi violenti hanno coinvolto negli ultimi anni cittadini egiziani stanziati in Libia, generando uno stato di tensione al confine tra i due Paesi. A fine febbraio, su una spiaggia nell’area di Benghazi sono stati ritrovati i corpi di sette egiziani freddati con colpi di arma da fuoco. Nelle ore successive alla scoperta, le autorità hanno reso noto che le vittime erano cristiani copti, avvalorando la pista legata alla violenza settaria. Nonostante non sia stata fatta chiarezza sugli autori del massacro, è probabile che a compiere l’eccidio siano stati militanti islamisti, la cui presenza nella zona è massiccia.

Residenti dell’area hanno informato le autorità di aver assistito al sequestro degli uomini, portati via dalle rispettive abitazioni ore prima che i loro corpi, ammanettati e con segni di percosse, venissero rintracciati sulla spiaggia. L’ambulanza che ha portato via i cadaveri sarebbe stata a sua volta attaccata da uomini armati sulla strada verso l’ospedale. «Domandiamo l’arresto degli elementi terroristici che si trovano dietro questo doloroso attacco» ha affermato un portavoce della chiesa copta in Egitto, esprimendo il cordoglio per l’assassinio dei sette uomini.

Il 2 marzo è giunta notizia dell’uccisione di un altro egiziano in Libia. Salama Fawzy Tobia, un altro cristiano copto, sarebbe rimasto ucciso al mercato di Benghazi, dove lavorava da anni. Nessuna informazione aggiuntiva sull’omicidio è stata resa pubblica.

Nello scorso gennaio, cinque membri dell’ambasciata egiziana a Tripoli sono stati prelevati e tenuti sotto sequestro per alcuni giorni prima di essere rilasciati. Un gruppo di miliziani collegati al Libya’s Revolutionary Operation Room – la milizia che nell’ottobre del 2013 sequestrò per alcune ore il Premier libico Ali Zeidan gettando il Paese nello scompiglio – venne accusato di aver portato a termine l’azione, in risposta all’arresto del comandante del gruppo Shabaan Hadiya, avvenuto pochi giorni prima in Egitto ad Alessandria. Non sono chiare le ragioni dell’arresto del capo milizia. In seguito all’evento, l’Egitto ha richiamato il proprio personale diplomatico dalla Libia.

A settembre scorso, il console egiziano a Tripoli è stato attaccato mentre camminava per le strade della capitale. Uomini armati l’avrebbero seguito e assalito mentre si trovava presso un negozio in una via centrale. Pochi giorni prima, il viceambasciatore aveva subito un simile attacco, da parte di individui intenzionati a rubargli l’automobile. Il Ministro degli Esteri egiziano Nabil Fahmy smentì all’epoca la possibilità di attacchi motivati politicamente, riconducendo gli episodi al clima di insicurezza diffusa nel Paese libico in questi mesi.

Al centro di tale situazione di disagio e incontenibilità della violenza si trova il fallimento di entrambi i Paesi nel portare a termine in maniera efficace i propri processi di transizione. «E’ la stessa natura dello Stato in entrambi i Paesi a essere causa degli attuali dilemmi» scrive Ziad Akl, ricercatore al Centro per gli Studi Politici del quotidiano ‘al-Ahram’, nell’articolo Egyptian Interests in Libya. «Da un lato, l’Egitto non riesce a liberarsi della profonda influenza istituzionale del suo vecchio Stato, e dall’altro lato la Libia ha fallito ripetutamente nel suo tentativi di istituzionalizzare in maniera efficace le diverse strutture statali che esistono sin dal tempo di Gheddafi. Mentre queste trasformazioni incomplete sono una fase comune nei processi di democratizzazione, il range di interessi egiziani in Libia deve essere protetto nonostante il parziale, inconcluso passaggio alla democrazia».

Al centro degli interessi comuni tra i due Paesi c’è la necessità di mettere in sicurezza i rispettivi confini statali, cercando di porre un argine al transito di contrabbandieri e militanti jihadisti, uno dei principali problemi di sicurezza nel Nordafrica post-Primavere arabe. Inoltre, è importante la mole degli investimenti libici in Egitto, prodotto di legami commerciali e finanziari che risalgono a molti anni addietro. «Ciò che è ancora più cruciale degli investimenti libici in Egitto è l’enorme forza lavoro egiziana in Libia» continua Ziad Akl. «Come sempre, lo Stato egiziano non ha un accurato numero dei lavoratori egiziani presenti in Libia, ma cifre non ufficiali indicano la presenza di almeno un milione  e mezzo di egiziani presenti in Libia, una cifra pari a circa due terzi della forza lavoro in Libia».

Perseguire i reciproci interessi significa per Libia ed Egitto lavorare a politiche condivise per cercare di riportare la sicurezza non solo all’interno dei propri confini nazionali, ma nella regione intera. Solo forme più cristalline e lungimiranti di cooperazione e coordinazione interstatale – che non possono prescindere da un superamento delle difficoltà politiche interne di entrambi gli Stati – potranno però garantire il perseguimento di tale obiettivo.

«La situazione in Libia è indubbiamente complessa» conclude il suo articolo Akl «Ma se lo Stato egiziano non riuscirà ad assicurare che passi tangibili saranno presi per salvaguardare i cittadini dell’Egitto e gli interessi in Libia, sarà necessario informare gli oltre un milione di egiziani dell’impossibilità di proteggerli».

 

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