domenica, Settembre 19

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Ghardaia

Cresce la violenza settaria in un’Algeria irrequieta, i cui fragili equilibri vengono continuamente sottoposti al peso di tensioni sedimentate per anni e pronte a esplodere. Nella città di Ghardaia, centro di 90mila abitanti nel cuore dell’Algeria e alle porte della regione del Sahara, continua ad aumentare la tensione tra la popolazione araba e la comunità berbera mozabita che risiede nell’area da oltre un millennio. Non è stato finora sufficiente l’afflusso delle forze di polizia nell’area a determinare la diminuzione di tensioni che continuano a crescere nell’area e rischiano di tornare a esplodere nelle prossime settimane: la popolazione berberofona accusa le forze dell’ordine di schierarsi da parte della popolazione araba. La violenza rischia di generare una ferita e complicare la storica convivenza tra due etnie che hanno vissuto per secoli a stretto contatto.

Le tensioni tra popolazione araba e berbera sono esplose nel giro degli ultimi mesi nella capitale Algeri, espandendosi solo successivamente a Ghardaia. Giovedì scorso, un berbero di 39 anni sarebbe stato assassinato e sfigurato con un coltello, ultimo episodio di una conflittualità che continua ad aumentare. La comunità mozabita accusa le forze dell’ordine di Ghardaia di aver assistito all’assassinio senza intervenire. Il brutale omicidio ha seguito di un giorno la morte di uno studente mozabita di 22 anni, rimasto assassinato durante scontri tra le comunità. Il Ministro degli Interni Tayeb Belaiz, giunto a Ghardaia per monitorare lo stato delle tensioni, ha affermato che le misure di sicurezza verranno rafforzate per ristabilire la calma definitiva. «Il Governo è determinato ad applicare tutte le leggi in sua forza – ha affermato Belaiz – contro chiunque violi la sicurezza di un individuo o della sua proprietà».

Lo scorso 20 gennaio, uno studente mozabita è rimasto ucciso durante gli scontri seguiti all’assalto da parte di un gruppo di giovani a un edificio scolastico mozabita. Nello scorso dicembre erano esplosi scontri tra giovani appartenenti alle due comunità, che avevano messo a ferro e fuoco il centro della cittadina di Ghardaia e avevano costretto le forze dell’ordine ad adottare misure di emergenza e a dispiegare forze dell’ordine per cercare di ridurre scontri e atti di vandalismo: nonostante gli sforzi, automobili ed edifici hanno continuato a essere incendiati, mentre folle inferocite si schieravano fuori dalle carceri dove erano detenuti individui incolpati degli atti di violenza per chiedere il loro rilascio.

L’aumento delle tensioni fa sì che ogni occasione possa trasformarsi in pretesto per nuovi tumulti. A Guerrara, un piccolo centro nei pressi di Ghardaia, la scintilla delle violenze è scoccata nel corso di una partita di calcio, presa come pretesto da appartenenti alle due comunità per dar vita agli scontri. Nell’occasione, il Fronte delle Forze Socialiste, partito socialista berbero, denunciò le violenze e torture praticate dalle forze dell’ordine nei confronti dei giovani mozabiti arrestati.

Sulla pagina Facebook della Lega Algerina per la Difesa dei Diritti dell’Uomo (LADDH), il vice-presidente dell’organizzazione Said Salhi rilasciò lo scorso 20 gennaio un comunicato in cui esortava le comunità in conflitto a individuare strade per giungere a una definitiva pacificazione e porre fine alle violenza: «In seguito ai gravi avvenimenti che ancora continuano a minacciare la regione di Ghardaia nel sud dell’Algeria, la LADDH chiama entrambe le parti alla tranquillità e alla calma, esortando ad agire con buona volontà per giungere a una pace. La LADDH chiede al Governo di  assumersi la missione di portare la sicurezza nel quadro delle leggi della repubblica e di intercedere tra i belligeranti per vegliare alla sicurezza delle persone e dei beni di tutti i cittadini di Ghardaia, aprendo un dialogo comprensivo e franco con i rappresentanti delle comunità arabe e mozabite per raggiungere una soluzione chiara e durevole».

I mozabiti sono una comunità berbera di religione musulmana ibadita, una confessione rigorista differente dal sunnismo e dallo sciismo, diffusa principalmente in Oman e presente in alcune aree del Maghreb. La cultura ibadita si espanse nel Maghreb nel 8° secolo, grazie alle conquiste della dinastia Rustamide, che si stabilizzò nel centro dell’Algeria incidendo il segno della propria tradizione nelle vallate dello M’zab. I mozabiti «si tengono distanti dagli altri nativi del Nord Africa, siano essi berberi o arabi» scriveva nel 1947 lo studioso Willy Heggoy nel saggioMozabites of Algeria, comparso nella rivista ‘The Muslim World’. «Non considerano i sunniti ortodossi o i malikiti come veri musulmani. Loro sostengono di essere i soli veri seguaci della religione di Maometto».

Il nome Mozabiti proviene dalla regione dello M’zab, parte della wilaya (divisione provinciale amministrativa algerina) di Ghardaia, caratterizzata da tipici altipiani calcarei e da una peculiare architettura urbana che costituiscono una delle maggiori attrazioni turistiche del centro dell’Algeria. Nel 1982 la vallata dello M’zab venne inclusa dall’Unesco tra i patrimoni dell’umanità. «Un habitat umano tradizionale, creato nel 10° secolo dagli Ibaditi attorno alle loro cinque ksour (città fortificate), si è preservato intatto nella vallata dello M’zab» scrive l’Organizzazione nella descrizione del luogo. «Semplice, funzionale e perfettamente adattata all’ambiente, l’architettura dello M’zab è stata pensata per la vita delle comunità e per il rispetto delle strutture familiari. E’ una fonte di ispirazione per i pianificatori urbani odierni».

Radicata nella storia e nella cultura dell’Algeria, la comunità mozabita costituisce parte importante del tessuto algerino. Il Governo dovrà compiere sforzi di maggior entità per impedire che le violenze la spingano all’emarginazione e all’isolamento e per garantire un uguale trattamento delle varie comunità di fronte alla legge. Solo tenendo conto delle specificità culturali del Paese e garantendo loro protezione e rispetto sarà possibile costruire un futuro per Ghardaia e per il resto dell’Algeria.

 

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