domenica, Maggio 16

Vino, eccellenza da valorizzare L'incognita dei vini varietali. Coldiretti: sburocratizzazione a favore di produzioni Doc e Igt

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Una ‘storia da raccontare’, in questo caso partita nel 1966, è quella di Caviro, cooperativa agricola con sede a Faenza, la quale oggi corrisponde alla più grande filiera vitivinicola italiana, legata soprattutto al Tavernello. Alle varietà di vini tavola commercializzate si è recentemente aggiunto anche uno Chardonnay. “In questo caso il vitigno è sì internazionale, ma la provenienza è, e non potrebbe essere altrimenti, tutta italiana, data dalla possibilità di commercializzare vino di provenienza delle nostre cantine associate, valorizzando nell’etichetta le diciture ‘Chardonnay – Bianco d’Italia’ e ‘N°1 in Italia’ quali sinonimo di garanzia, controllo e qualità”, precisa Benedetto Marescotti, Trade marketing Italia di Caviro Sca. “In altri termini, la vera forza del prodotto risiede nell’essere uno ‘Chardonnay d’Italia made in Caviro’: l’unico territorio di riferimento è pertanto quello dei nostri soci italiani”, continua. “Del resto la nostra missione è da sempre quella di valorizzare le uve dei nostri viticoltori con attenzione alla qualità e a un ridotto impatto ambientale. Proprio per la sua natura cooperativa, Caviro sostiene il lavoro dei soci viticoltori e dell’italianità del prodotto”. Il gruppo è attualmente rappresentato da 12mila viticoltori, presenti in sette diverse regioni, i quali coltivano il 10% dell’uva nazionale, da cui nascono vini che vanno dal consumo quotidiano (contrassegnati dal marchio daily) ai cosiddetti superpremium.

Intanto, quest’anno la vendemmia avverrà senza fretta, dato che grazie al clima favorevole le uve risultano estremamente sane anche dal punto di vista fitosanitario. Secondo le previsioni Ismea-Uiv, l’incremento della produzione riguarderà quasi tutte le regioni e la qualità sarà ovunque ottima. Tuttavia, in occasione delle stime per il 2015, realizzate con la collaborazione del ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, anche Ezio Castiglione, Presidente Ismea, ha sottolineato alcune criticità, riguardanti perlopiù vini privi di indicazioni specifiche in etichetta. “Se da un punto di vista strettamente produttivo le premesse per un’annata positiva ci sono tutte – ha affermato in una nota – l’osservazione delle dinamiche del mercato invita comunque alla prudenza. Il risultato vendemmiale di quest’anno si inserisce in una situazione piuttosto complessa, specie nel circuito dei vini comuni, soggetto alle forti pressioni della concorrenza spagnola. Lo scenario che si delinea è di un mercato a due velocità, con il segmento dei vini a denominazione capace di mantenere una buona remunerazione e di crescere sui mercati esteri, e la fascia dei vini comuni in una condizione più critica, già penalizzata da importanti flessioni dei prezzi“.

Resta il fatto che la forza del vino made in Italy nel mondo è dato dal connubio forte tra denominazione di origine e varietà autoctone, provenienti da vitigni tradizionalmente italiani: dai nostri 650mila ettari di superfici vitate provengono infatti circa 332 vini Doc, 73 Docg e 118 Igt. Per Coldiretti occorre comunque monitorare però i potenziali rischi, insiti nella normativa comunitaria, riguardanti il rafforzamento del potere della grande distribuzione (anche attraverso le private label), la questione dei vini varietali da tavola, la presenza di Paesi in cui vi sono costi di produzione inferiori, lo zuccheraggio e anche la paventata liberalizzazione degli impianti vitati, a cui per ora è stato posto un freno. A livello italiano, la battaglia più urgente secondo l’associazione è quella per la sburocratizzazione del settore. Un impegno, questo, che attiene alle disposizioni nazionali, per le quali, dall’impianto di un vigneto alla vendita in bottiglia, sono richiesti una settantina di adempimenti burocratici nei confronti di 20 soggetti doversi tra enti territoriali, organismi di controllo, Camere di commercio, Asl e via dicendo. Le norme vigenti per il settore sono oltre 1000 e da sole occupano, secondo studi condotti dall’associazione, più del 20% del tempo trascorso in azienda. La proposta di Coldiretti comprende quindi l’eliminazione o la semplificazione di 40 adempimenti, con minori costi sia per le aziende che per la pubblica amministrazione. Qualche risultato intanto, è stato già conseguito con il dl 91/2014, il cosiddetto Campolibero.

Ma il peso della burocrazia colpisce soprattutto i prodotti a denominazione di origine e a indicazione geografica, tanto che negli ultimi anni ci sono stati casi di produttori che hanno pensato di abbandonare tali marchi. E chiaramente, passando alla produzione di vino varietale, un giorno tali imprese potrebbero trovare più vantaggioso anche delocalizzare per evitare adempimenti eccessivi e costi elevati.Non dobbiamo assolutamente consentire che un eccesso di burocrazia inutile vada a disincentivare le nostre produzioni d’eccellenza, conclude Bosco, “perciò riteniamo che si possa semplificare una parte degli adempimenti senza danneggiare il settore. Dobbiamo avere il coraggio di eliminare ciò che non serve: le esigenze informative dell’Agenzia delle Dogane, ad esempio, potrebbero benissimo essere soddisfatte accedendo ai dati forniti dai produttori al ministero. Non vogliamo certo smantellare il sistema di certificazione e controllo, bensì renderlo più efficiente”.

 

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