mercoledì, Aprile 14

Vino, eccellenza da valorizzare L'incognita dei vini varietali. Coldiretti: sburocratizzazione a favore di produzioni Doc e Igt

0
1 2


Sarà un’annata da ricordare per il vino, uno dei simboli più prestigiosi del made in Italy. Con una produzione stimata attorno ai 47 milioni di ettolitri (+12% dal 2014), secondo le previsioni diffuse alcune settimane fa da Unione italiana vini e Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare), il 2015 potrebbe portare il nostro Paese vicino alla riconquista della leadership mondiale perduta lo scorso anno. Il settore conta al momento 1,2 milioni di occupati e 200mila aziende tra vinificatori, imbottigliatori e altri addetti, per un fatturato di oltre 9 miliardi, di cui 5,1 dall’export. Il giro d’affari complessivo è, considerando anche turismo e distribuzione, pari a 14 miliardi: l’industria vinicola è dunque per l’Italia una risorsa importantissima, da salvaguardare mantenendone più saldo possibile il legame con il territorio quale garanzia di qualità.

Tale legame è alla base del modello produttivo italiano ed è al momento assicurato, sia sul piano della produzione delle uve che su quello della loro trasformazione, dalla forte presenza di denominazioni d’origine e a origine geografica. Le norme vigenti tutelano, in linea di massima, anche tale aspetto, scongiurando così l’eventualità di un rischio di delocalizzazione per questo settore. Anche se i punti deboli, nel quadro normativo generale, non mancano. “Con la riforma del settore vitivinicolo comunitario del 2008 c’è già stato quello che alcuni considerano un primo scossone”, spiega Domenico Bosco, responsabile vitivinicolo di Coldiretti, “perché in essa l’Ue ha aperto a nuove categorie di prodotti prive di indicazione geografica.

I cosiddetti vini varietali, ossia i vini da tavola per i quali è possibile indicare in etichetta l’anno e il vitigno di produzione senza l’obbligo di specificare il territorio da cui provengono, possono essere realizzati in Italia con varietà internazionali quali Cabernet, Cabernet franc, Cabernet sauvignon, Chardonnay, Merlot, Sauvignon e Syrah. “Il rischio naturalmente è che, non avendo legami specifici con la zona di origine, tali produzioni possano essere incentivate a spostarsi, prosegue Bosco, “e, anche se la quota di esse è stimata nel nostro Paese al di sotto dell’1%, il quadro normativo è pertanto da sorvegliare.

Un altro aspetto degno di attenzione è, inoltre, quello dello zuccheraggio: i Paesi dell’area mediterranea non contemplano l’aggiunta di sostanze zuccherine, ma altri (perlopiù a ridotta vocazione territoriale) sì, anche perché l’Europa in questo caso non si attiene a una definizione univoca di vino. Quello italiano è fatto soltanto con uva e suoi derivati, mentre un prodotto tedesco, ungherese o del Nord della Francia può, ad esempio, essere realizzato con l’aggiunta di zucchero”. Lo zuccheraggio consiste nell’aggiungere saccarosio (ricavato dallo zucchero di canna o dalla barbabietola) al mosto d’uva, in modo da aumentarne la gradazione alcolica. Si tratta di un procedimento vietato in Italia ma consentito in molti Paesi del Nord Europa, che compensano così la mancanza di sole e di un clima mite. “Messo accanto ad altri fattori, come il costo più basso della manodopera, contribuisce a fornire a tali Paesi degli strumenti”, puntualizza Bosco, che li rendono potenzialmente capaci di sopperire con dei trucchi alla scarsa vocazione territoriale. A oggi, infatti, non è obbligatoria l’indicazione in etichetta di tale procedimento, e ciò rappresenta un vero e proprio inganno per il consumatore. Naturalmente la possibilità di zuccheraggio, così come la categoria dei vini varietali, può interessare solo a chi non ha una storia da raccontare: dunque a quei Paesi che si affacciano ora al mondo della produzione enologica, mentre all’Italia tale modalità produttiva non appartiene.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->