giovedì, Giugno 24

Vile attacco al cerasiello Di Maio Di Maio deve scomparire insieme al suo Movimento dalla scena politica, ma non così e non colpito da quelli che fino a ieri erano sotto il cerasiello ad attendere il verbo

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Credo non vi sia dubbio possibile sul fatto che a me i 5S non sono simpatici affatto e che in particolare molto poco simpatico mi stia Luigi Di Maio, il loro ‘capo’, e meno ancora il loro guru Beppe Grillo e, infine, ancora meno il loro padrone-ino Casaleggio & Associati.
Egualmente ben chiaro credo che sia che io non sono un ‘garantista’ alla moda del PD e di Matteo Salvini e di molti altri, cioè nel senso che essere garantista significa non essere suscettibile di processi, di accuse, ecc. Garantismo, infatti, a mio parere, significa solo rispetto delle regole, che è una esigenza generale e generalizzata, che vale per tutto, per tutti e per qualunque evenienza: giudiziaria e non.

Ebbene. Il Movimento 5S è, a mio giudizio, quanto di peggio si possa immaginare in politica, non di per sé, ma in quanto si appoggia sulle frasi fatte, sulle convinzioni popolari (purché rozze) per scegliere i propri obiettivi politici, non perché condivida razionalmente e culturalmente e pertanto porti a razionalità e prospettiva politica quei fini e quelle credenze, ma solo allo scopo disolleticare le paure o le convinzioni o i desideri popolari (si badi, popolari, non collettivi, che è ben altra cosa … distribuire soldi e non lavoro ad esempio) allo scopo di ottenere i voti, e, attraverso di essi, il potere.

In fatto di potere, hanno dato manifestazioni evidenti di cosa effettivamente intendano perpolitica’: l’acquisizione e la spartizione del potere, di quello operativo, proprio, concreto, tra chi sta ai vertici o con i vertici del partito e con chi quel potere condivide a seguito di un accordo politico del più basso livello possibile: un contratto.
Loro dicono che è un’ottima cosa. Io dico che è una pessima cosa, sia perché dà l’impressione (tremendamente realistica) che si tratta solo di una spartizione tra possidenti, sia perché, nella sua inevitabile rigidità, impedisce a chi lo sottoscrive di fare esattamente ciò per cui viene pagato: politica.
La politica, quella vera, non può essere definita e costretta in una formula contrattuale (in essa si definisce la spartizione del potere: questo a me, questo a te), ma in un ‘discorso’, o meglio un ‘percorso’, ma specialmente un fine ultimo (magari anche ‘alto’) che in un contratto per definizione manca.

E infatti lo si vede anche in maniera comica -come purtroppo sempre più spesso accade e la colpa è solo di chi diventa tale- quando alle osservazioni di un membro del Governo (Giovanni Tria, tanto per non fare nomi) che osserva che se un paese come l’Italia mostra di essere inaffidabile e inattendibile, qualunque cosa faccia inevitabilmente non induce a … fidarsi, e quindi, a prescindere dalla cosa specifica in cui il Paese non ha mantenuto la parola o gli impegni, gli investitori, ad esempio, non si fidano anche su altre questioni o terreni.
A simili osservazioni si risponde un po’ istericamente: ‘è nel contratto’, ‘non è nel contratto’. Facendo esattamente quella operazione che si chiama oggi comunemente ‘distrazione di massa’ (termine pessimo e volgare se si pensa da cosa proviene!), cioè parlando d’altro. Mi riferisco alla risposta insulsa del Ministro Danilo Toninelli, alla osservazione critica di Tria con riferimento implicito al TAV. Beninteso, non c’è ‘innocenza’ di Tria, che ha detto quello che ha detto anche, se non esclusivamente, per restituire quei calci negli stinchi che ha avuto a dozzine finora. E ciò conferma ciò che dico: se si ha un contratto questo può accadere facilmente; se si fa politica i problemi vengono discussi e ridiscussi se del caso, ma non avendo dinanzi un testo contrattuale di natura evangelica.
Lo so, sono discorsi troppo difficili per, che so, Toninelli, Stefano Buffagni, Michele Giarrusso eccetera, per citare nomi che abbiamo sentito di recente.

Infine, il peggio di tutto è avere un partito che agisce attraverso contratti e che, peggio di una azienda, ha un capo supremo e indiscutibile che decide per tutti, e quindi … non è neanche un’azienda dove una cosa del genere sarebbe impensabile, ma è una dittatura, sia pure pulcinellesca di unuomo solo al comando’ («ancora per quattro anni»), che è il modo migliore per sentirsi dire (Di Maio, che afferma di essere campano forse potrà capire) che il capo ha parlato dalcerasiello’, anche se poi in verità il capo non è lui, ma ufficialmente non si dice e lui stesso, forse, non lo sa o crede che non sia così.

Tutto ciò premesso, la cosa più disgustosa che possa accadere è vedere, sentire, toccare gli insulti, gli sberleffi, gliattacchial capo, quando il capo ha sbagliato o magari ha dovuto sbagliare o comunque ha perso’. E anche, anzi in particolare, da parte di chi, apparentemente sotto voce, attacca (con ironia grossolana) per evitare di essere anch’egli nel mirino … avete capito di chi sto parlando!

È la cosa, credo, più disgustosa e abietta: sparare sui deboli, nel momento in cui sono deboli. Sparare a palle incatenate contro chi, fino a ieri, non osavate criticare neanche se aveva messo la cravatta storta. È una vergogna un obbrobrio, un disgusto. Vergognatevi.

Ho detto all’inizio: di Di Maio non ho stima, né simpatia, non ne condivido praticamente nulla, compresi i vestitini arriffabili che indossa (battuto solo dal simpatico insegnante di biliardo sedicente premier), mi ha disgustato profondamente il modo cinico e violento con il quale ha trattato e costretto ad umiliarsi il padre (quasi quanto il suo collega Di Battista): ho detto tutto questo e lo ripeto. E sorvolo sulle ‘pensose’ parole del ‘baciator di mani illustre’, che afferma che d’ora in avanti si procederà con un ‘metodo’, lo chiama proprio così, che: «prevede tre elementi: studio attento dei dossier, dialogo con gli attori di volta in volta coinvolti dalle decisioni, confronto franco con i ministri al fine di pervenire alla soluzione che garantisca il massimo soddisfacimento degli interessi generali», mica si scherza, qua si fa sul serio, finora si è scherzato, ora si sarà perfino ‘franchi’, Di Maio è avvertito! Noi, pure!!

Ma, forse per errori educativi -della mia educazione intendo- ora sono dalla parte di Di Maio, nel senso che è ingiusto, incivile, osceno, ora sparargli addosso, dopo aver taciuto compunti per mesi e anni.

Che Di Maio debba scomparire insieme al suo Movimento dalla scena politica non ho dubbio alcuno neanche di un istante, ma non così e non colpito da costoro che oggi lo colpiscono ma fino a ieri erano sotto il cerasiello ad attendere il verbo, questo proprio no, mi disgusta forse più di quanto non ho descritto qui sopra e vorrei tanto (non accadrà, tranquilli) che anche altri, magari qualche ‘grande firma’ o qualche ‘giornalone’, e magari anche qualcuno dei tanti che Di Maio ha offeso e insultato, si ribellino a questo volgare tentativo di rovesciamento del capo … se ci riusciranno!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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