sabato, Ottobre 23

Vietnam: il paese delle donne dalle dita agili field_506ffbaa4a8d4

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 Ed è scattata la ‘scintilla’…

Sì. Quel paese mi ha conquistato e incuriosito, nel bene e nel male. Mi ero innamorato anche dello sconvolgente contrasto tra le montagne, la vita nei campi, i panorami mozzafiato e le aree grigie su cui nascevano le fabbriche, la modernità, l’occidentalizzazione. In qualche modo il sogno americano stava tornando. Quelle visioni così contrastanti sono state una rivelazione. Avevo trovato la mia strada – conclude Reparato, con la voce velata di emozione -, e volevo raccontare quello che andavo trovando.

 Che cosa hai trovato, dunque?

Non solo enormi risaie e panorami mozzafiato, gente affabile nelle campagne pronta a dare ospitalità in cambio di niente… ma anche molta modernità, più di quanta ne potessi immaginare, in senso anche negativo. Le città appaiono come l’antitesi delle campagne, e vivono una crescita rapidissima e incredibile, che però sventra le campagne per costruire le città. Ho trovato appena qualche residuo di quella mitologica indipendenza che si erano conquistati i vietcong guidati da Ho Chi Minh. Ripensandoci, trovo anche emblematico il fatto di avere iniziato a girare pochi giorni dopo la morte del generale Giap…

 Che cosa ti ha colpito principalmente, del Vietnam reale rispetto a quello che conosciamo per luoghi comuni?

La maggior parte dei luoghi comuni credo siano quelli sulla guerra. Ma torno ancora una volta sull’incontro con le persone dei campi. Nel mio primo viaggio avevo incontrato persone che non avevano studiato oltre la 3ª elementare , che avevano sempre lavorato nei campi, che avevano combattuto e che avevano poi ripreso il loro umile lavoro. Persone con uno spirito forte, che emanavano un’aura piena di vita, di sacrificio, di amore per il proprio lavoro, per la propria terra, un forte senso comunitario. Persone che solo a guardarle negli occhi mi rimandavano ad un tempo ormai scomparso. È stata un’emozione indescrivibile, una poesia poter interagire e condividere i giorni con loro, una malinconia al pensiero di andare via….

 Come hai incontrato Bay? Ci vuoi raccontare qualcosa di lei?

Quando l’ho incontrata lavorava in città già da 3 anni, ed era ben consapevole della durezza del suo lavoro, avendola sperimentata in prima persona. Ma praticamente non aveva alternativa. Lei, come altre giovani donne, ha lasciato le campagne perché non producono più la ricchezza di un tempo. Da un lato è diminuita la domanda, perché l’economia del Paese sta cambiando. Dall’altra le terre si stanno impoverendo, anche a causa di fenomeni di neo-latifondismo (land-grabbing). Alle multinazionali vengono concessi ampi terreni, tradizionalmente occupati e coltivati dalle minoranze etniche, dove oggi sorgono stabilimenti industriali a discapito delle terre dei contadini.

Quante minoranze ci sono nel Vietnam e quante ne hai incontrate?

Ho visitato molti villaggi del nord e del centro del paese, Quante minoranze ho incontrato non saprei dirlo, forse una decina di villaggi di diverse minoranze , ma nei sobborghi operai, a ridosso delle città ho incontrato migliaia di operaie provenienti da ogni angolo del Paese ed ovviamente la presenza di persone che arrivavano da altre comunità era notevole. Quella di Bay è la cosiddetta etnia Muong.

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È un documentario, quello che hai registrato… Perché scegliere il documentario, oggi, con le evidenti difficoltà economiche che possono incontrare le produzioni di questo tipo?

Sì, è un film documentario: la protagonista esiste e la ricerca sul campo è durata qualche mese prima di poterla trovare. Ma appena l’ho incontrata mi ha subito entusiasmato l’idea di raccontare la sua storia. L’ho fatto, un anno fa si è conclusa anche la campagna di crowdfunding ed essendo un film completamente autoprodotto abbiamo dovuto far fronte a non poche difficoltà, da principio. Non ultimi i problemi quotidiani a cui bisogna far sempre fronte. Il cinema troppo spesso è un mestiere che può permettersi solo chi è di estrazione sociale alta o medio alta. In particolare in Italia se non si è figli di persone importanti o potenti è già difficile fare un lavoro che piaccia, figuriamoci un lavoro in cui si ha anche la pretesa di voler mostrare un proprio punto di vista. Inoltre abbiamo incontrato difficoltà anche durante le riprese, perché le imprese non ci hanno aperto le loro porte e abbiamo ‘riempito’ i contenuti non filmati, o censurati che dir si voglia, con delle animazioni.

Ci racconti dei tuoi contatti con imprese italiane in Vietnam?

Ci sono molti investitori italiani nel Paese, e nell’anno delle riprese venne anche il presidente del Consiglio Matteo Renzi in visita, per inaugurare una stagione di nuovi accordi commerciali. I rapporti tra Italia e Vietnam si sono molto intensificati in questi anni. L’azienda italiana più famosa in Vietnam e il suo stabilimento è considerato un modello. Io volevo produrre il film in collaborazione con un’azienda che mi concedesse di fare ricerca all’interno di un loro stabilimento e inviai richieste alla Piaggio e alla Carvico (un’azienda tessile che produce tessuti per grandi marchi). Inizialmente sembravano interessati , ma non appena parlavo di lavoratori mi si chiudevano tutte le porte. Non c’è stato alcun modo. In molti mi avevano messo in guardia sulla censura a cui sarei andato incontro in Vietnam, un paese ancora governato dal Partito Comunista. Ma posso affermare con certezza che la censura più pesante l’ho ricevuta dal management delle aziende straniere, non dal governo locale. La mia ricerca si è concentrata su un distretto industriale costruito dai giapponesi per i reparti dell’elettronica dove purtroppo abbiamo incontrato la stessa censura delle aziende italiane.

Che immagine ha il nostro Paese in Vietnam?

I vietnamiti sono molto accoglienti, e in molti amano i simboli dell’Italia, anche quelli un po’ inflazionati: il mito della Vespa, mezzo di trasporto molto ambito dalla nascente borghesia vietnamita, il calcio, i viaggi in Italia. A questa fama devo anche il successo che il mio lavoro ha avuto tra gli studenti di italiano dell’Università di Hanoi e della Società Dante Alighieri, alcuni dei quali si sono rivelati dei preziosi collaboratori.

Ci regali il tuo film in un simbolo?

Il giorno in cui ho incontrato l’operaia che sarebbe diventata la protagonista del film ero con uno studente vietnamita a condurre la ricerca nel quartiere operaio. Avevamo già intervistato una cinquantina di operaie quella sera. Eravamo finiti nell’ennesima costruzione di non più di 10 metri quadrati in cui vivevano loro, così come anche negli stabilimenti ‘modello’, con stipendi di meno di 150 dollari al mese. Assi di legno al posto del letto, un fornello da campeggio in un angolo della stanza, un freddo gelido e ricordo che rimasi molto colpito dai piedi . I piedi di quell’operaia, le sue unghie erano un po’ annerite, mi ricordai che i piedi dei contadini nei campi avevano tutti le unghie nere. Mi colpì molto il pensiero che quella giovane ragazza, poco più che ventenne, avesse passato così tanto tempo in chissà quale campo ed ora si trovasse lì a costruire il futuro del Paese, nel cuore della produzione mondiale. Era molto silenziosa e riservata, piena di dignità , il corpo segnato dal lavoro…. direi che quello è il simbolo dell’intero progetto e la mia principale motivazione a portarlo avanti.

Foto gentilmente concesse di Parsifal Reparato

 

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