giovedì, Maggio 13

Vietnam: il paese delle donne dalle dita agili field_506ffbaa4a8d4

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Il principale motivo per il quale molti di noi ricordano il Vietnam è la terribile e sanguinosa guerra degli anni ’60. Il ricordo un po’ eroico di questo piccolo ‘Golia’ che ha battuto il gigante americano, però, non basta a cancellare anche il ricordo delle grandi sofferenze del popolo vietnamita. Né le difficoltà che attraversa, come molti altri Paesi del mondo, nel passaggio al modello globale. Dopo gli anni Settanta il Paese ha iniziato un complesso rilancio della sua economia, adottando modelli sociali e produttivi che hanno soppiantato la tradizionale economia a base agricola. Dopo una vasta campagna di liberalizzazioni, avvenuta dagli anni Ottanta, industria e terziario hanno ridotto il numero dei poveri dal 59% nel 1993 al 18% nel 2007. A questo risultato positivo si contrappone, però, un aumento delle diseguaglianze e della corruzione.

Un Paese attraversato da contraddizioni, dunque, che però conserva il suo fascino e ha incantato un giovane regista napoletano, Parsifal Reparato, e convinto a realizzare ‘Nimble fingers‘. Titolo che significa ‘dita agili’, un film sulle operaie vietnamite che vivono il contraddittorio passaggio dalla campagna alla città.

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La protagonista del film si chiama Bay, che significa ‘Sette’. La ragazza è la settima di nove fratelli e proviene da un villaggio tra gli altopiani del nord del Paese. Arrivata in una fabbrica di una delle nuove aree industriali di Hanoi, sugli argini del ‘Red River’, vive come molte altre donne in capanni non riscaldati e molto poveri, dorme su un ‘letto’ fatto con assi di legno e riceve uno stipendio di meno di 150 dollari. “Per lei e altre donne che le somigliano lasciare l’entroterra e trovarsi catapultati in città è come fare un viaggio che va ben oltre la distanza di qualche centinaio di km. Il Vietnam odierno è spaccato, c’è un abisso tra il mondo della campagna e quello delle città industrializzate, che crescono ad un ritmo incredibile. Un mondo di contraddizioni“, ci ha detto Reparato.

Questa contraddizione non accompagna anche dei segni di progresso?

La modernizzazione portata dai nuovi stabilimenti industriali non sta portando lo sviluppo sperato, come ad esempio è successo in Europa, dove il movimento operaio ha realmente partecipato allo sviluppo della società tutta.

Eppure le fonti ufficiali riferiscono che negli anni Ottanta le parziali liberalizzazioni siano realizzate con la partecipazione del popolo. Addirittura è cambiata la Costituzione…

In Vietnam non c’è un movimento operaio, il sindacalismo è appiattito dalla necessità del Paese di attrarre nuovi capitali e investimenti esteri, e i fenomeni di ribellione o presa di consapevolezza vengono abilmente e metodologicamente spazzati , senza che lo Stato possa fare molto.

Da dove è nata l’idea di un film su un tema e un luogo così particolari?

L’idea del film è nata dalla mia condizione di partenza, di lavoratore salariato insofferente alla vita aziendale, a questa condizione si è unito il sogno di conoscere il Vietnam e il suo popolo. Da queste premesse ho costruito una ricerca che mi ha visto impegnato in Vietnam come antropologo per un anno. Una parte della ricerca è stata finanziata dalla Commissione Europea attraverso SEATIDE, in collaborazione con l’Università di Napoli l’Orientale, l’Università Milano Bicocca, l’Istituto di Studi Europei del Vietnam, la Vietnam Academy of Social Science. Ho avuto modo di conoscere il quartiere operaio a ridosso del Parco Industriale di Thang Long, un parco che si trova alla periferia nord di Hanoi e accoglie le fabbriche dei più grandi marchi dell’elettronica giapponese (Canon, Yamaha, Denso, Panasonic ecc.). Qui si è svolto il mio fieldwork

Come sei arrivato in Vietnam?

Lavoravo per una delle più grandi multinazionali del mondo. Era una carriera in crescita, mi sarei dovuto occupare del management, godevo di un buono stipendio. Ma dopo quasi 2 anni di impegno ho realizzato che non avevo il tempo di coltivare le mie passioni. Lavoravo tutto il giorno e a fine giornata, anche se raggiungevo i risultati sul lavoro, non ero soddisfatto. Ero molto combattuto. Poi ho fatto un viaggio in Vietnam, era un piccolo sogno nel cassetto, volevo vedere cosa ne era stato di quel paese mitologico, quel Davide che aveva sconfitto il gigante americano, quel simbolo di indipendenza.

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