mercoledì, Settembre 22

Vicenza, secondo Mariapia Veladiano

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I personaggi dei suoi romanzi devono spesso affrontare la maldicenza. Dai tempi del film ‘Signore e signori‘ di Pietro Germi la provincia veneta viene descritta come il regno del pettegolezzo. È davvero così?

Lei pensa allo studio del seduttore nell’ultimo romanzo, ‘Una storia quasi perfetta‘. Un coro di maldicenti consapevoli e ostinati. Anche se poi un filo di solidarietà si trova. Credo che la maldicenza sia una  presenza diffusa in molte realtà. Penso ai quartieri delle città, ai piccoli paesi, ai palazzi. In un palazzo di città la maldicenza, nel senso del parlare senza esatta cognizione, la chiacchiera che millanta di sapere, può essere molto più potente che a Vicenza. Quel che capita, e andrebbe indagato, è che Vicenza ha avuto nel Novecento molti scrittori e questi hanno scritto e raccontato.

 

Vicenza, con i suoi colli e i suoi fiumi, è una città molto legata al territorio. Nell’Italia del dissesto idrogeologico, come pensa venga gestito questo rapporto?

Ma tutte le città sono legate al territorio! E anche i paesi e le megalopoli. Chi mai può vivere, nel senso di un vivere oltre il momento presente che può sì dissipare e distruggere ma il prezzo è il deserto, la morte per le generazioni future, chi può vivere ignorando la terra? Proprio nessuno. E’ in qualche modo un privilegio poter vedere nello spazio di pochi anni l’effetto del proprio devastare. Nel Veneto questo accade. C’è la fine visibile di un’epoca in cui si è pensato di essere Dio. Un dio triste e potente del potere di distruggere. I capannoni abbandonati sono degrado puro, mancanza di progettualità, nessuna visione di futuro. Qui noi ora lo sappiamo e lo vediamo e possiamo porre rimedio, perché abbiamo i mezzi culturali e abbastanza anche i mezzi economici. Si tratta di inventare una visione, una scenografia del paesaggio, una trama nuova di sviluppo. Inventare un camminare più leggero.

 

Un problema che ogni città oggi deve affrontare è quello dell’accoglienza verso migranti e lavoratori stranieri. Cosa pensa del modo in cui viene gestito nella sua città?

Guardi, da noi c’è una realtà diffusa, nascosta, meravigliosa e salvifica che è il volontariato organizzato. La Caritas diocesana credo sia una delle Caritas più importanti, nel senso del numero di ore di volontariato, e di idee, di segni. Il volontariato organizzato ha un ruolo di tenuta sociale straordinario. Non è la soluzione. E chi ce l’ha la soluzione? Ma è un’azione che intanto salva vite, salva da tensioni che potrebbero esplodere.  Le migrazioni sono periodiche, sono svolte epocali. Ogni nostro parlarne deve essere prudente e umile.

 

Quali sono i luoghi di Vicenza che meriterebbero di essere meglio conosciuti? Quali sono quelli che sente più suoi? Quali sono apparsi nei romanzi, e quali devono ancora apparire?

Il quartiere delle Barche. Ne parla Piovene nel suo libro ‘I falsi redentori‘, di sfuggita. E’ un quartiere piccolo, si affaccia sul Retrone, uno dei due corsi d’acqua di Vicenza insieme al Bacchiglione. E’ sempre stato un quartiere sorprendente. Oggi è rinnovato: pietra di Vicenza, piazzette, acqua e silenzio.  Sui Colli Berici ci sono altri luoghi incantevoli ma non ne parlerei troppo. Reggono un turismo leggero. Bisogna lasciar viaggiare un passaparola discreto.

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