domenica, Aprile 18

Vicenza, secondo Mariapia Veladiano

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Proseguiamo nel nostro viaggio per le citta italiane viste attraverso i loro scrittori, affrontando Vicenza insieme a Mariapia Veladiano. Vicentina di nascita, è stata insegnante di religione e di italiane ed è attualmente preside di un istituto della sua città. Ha esordito letterariamente con il romanzo ‘La vita accanto‘, vincitore, nel 2010, del premio Calvino, cui sono seguiti ‘Il tempo è un dio breve‘ e, quest’anno, ‘Una storia quasi perfetta‘. Collabora col quotidiano ‘La Repubblica‘ sui temi della scuola, e per tre mesi è stata l’autrice dei’ ‘mattutini‘ sulla prima pagina del quotidiano ‘L’Avvenire‘, raccolti poi nel libro ‘Ma come tu resisti, vita‘. Ecco come vede la sua città.

 

Mariapia, lei vive tuttora a Vicenza. Ci può descrivere il suo rapporto con la sua città natale? È cambiato nel tempo?

Sono stata lontana da Vicenza tre anni, per lavoro. L’ho ritrovata bellissima. Non è facile rientrare e lavorare a Vicenza. Esiste una rete fitta fitta di relazioni e si è dentro o si è fuori. Vicenza città bellissima è il bel superlativo con cui la definì Filippo Pigafetta, parente di Antonio e come lui esploratore, quando  la inserì nella edizione italiana del ‘Theatrum Orbis Terrarum‘ (Teatro del mondo) lo straordinario atlante che il cartografo fiammingo Abraham Ortelius cominciò a pubblicare nella seconda metà del Cinquecento. E Vicenza è proprio bellissima. Elegante con i suoi palazzi rigorosi allineati lungo corso Palladio e corso Fogazzaro che si intersecano a perpendicolo, e insieme leggera, con le piazze rese libere dal traffico i parchi e la corona dei Colli Berici. E’ una città conosciuta soprattutto per le molte grandi architetture, ma bellissima anche nei quartieri meno presenti nelle guide. La zona delle Barche ad esempio, con le piazzette private, oggi restaurate, silenziose.

 

Che cosa porta la città di Vicenza alle sue storie? C’è qualcosa che mancherebbe se fossero ambientate altrove?

Porta colori, odori, suoni che conosco e posso far vivere nelle storie. Si tratta di romanzi in cui l’elemento sensoriale ha un’importanza enorme. Rebecca de ‘La vita accanto‘ suona, è musicista e poi sente gli odori. Tutti gli odori della città accompagnano il suo muoversi di notte. L’odore delle alghe del Retrone, della cova delle gallinelle d’acqua. Bianca, la protagonista di ‘Una storia quasi perfetta‘, dipinge. Cammina per le vie della città osservando i fiori, vede il nero dell’incuria sui gambi delle rose tagliati malamente, il verde filato dei cespugli malcurati e così via. Non potrei raccontare il suono dei passi lungo Corso Palladio se non li avessi sentiti, miei passi di notte, con l’eco rimandata dalle facciate o attutita dai portici.

 

Ha un rapporto stretto con i lettori?

Ho un rapporto strettissimo. Viaggio molto, faccio molte presentazioni proprio per dialogare con i lettori. Ci sono scambi che durano dal primo libro. Adesso è un poco più difficile. Il lavoro di preside è diventato un vortice in cui si è stritolati. Ma il rapporto rimane.

 

Quali sono a suo avviso le caratteristiche che distinguono il vicentino dagli altri veneti? A parte, ovviamente, il ben noto vizio di mangiare i gatti…

I gatti appartengono al paesaggio cittadino! Ce n’è una quantità che gira fra Santa Corona, il Teatro Olimpico, Parco Querini! E noi vegetariani siamo in aumento, una vera invasione.

 

Il Veneto (me lo diceva di recente anche la linguista Roberta D’Alessandro) è una terra in cui il dialetto è ancora vivissimo e parte importante dell’identità delle persone. Qual è il suo rapporto col dialetto? Come ha influenzato la sua lingua di scrittrice?

Non lo parlo, non l’ho mai parlato ma ne sono circondata, lo conosco bene, lo utilizzo nella scrittura se mi serve. La distanza che si crea quando lo si osserva senza utilizzarlo permette di vederne chiarissimo il valore. Ci sono tante parole intraducibili. Servono perifrasi lunghe e noiose. Si capisce allora come ciascuna parola sia necessaria, come non esistano i sinonimi, come sia assolutamente importante conoscere molte parole e si lavora per cercare il lessico giusto, il suono giusto per quel che vogliamo dire e scrivere. Diventa una lotta consapevole contro la sciatteria di un parlare povero, per contrapposizioni trancianti. Bianco o nero, amici o nemici, belli o brutti. Una semplificazione che prepara la guerra. Guerra fra chi non si capisce.

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