giovedì, Maggio 13

Verso un civismo politico nazionale?

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Quali sono secondo lei gli strumenti da mettere in campo per superare la disaffezione politica e tornare alla partecipazione? Il referendum è uno strumento efficace?

Noi abbiamo tante forme di democrazia: la democrazia rappresentativa che delega e ritiene che il voto sia lo strumento di giudizio alla fine del mandato non ha esaurito il suo compito, perché dentro il principio di delega c’è il principio di responsabilità. Ci sono questioni su cui il cittadino desidera delegare, perché ne capisce la complessità e ha bisogno di qualcuno che si dedichi nel suo mandato ad affrontare cose che sono difficili. Il cittadino poi mantiene il diritto di dire se il politico ha risolto il problema bene o male. La democrazia rappresentativa ha una sua verità non esaurita nella misura in cui non rimane l’unica forma. L’Europa quando ha deciso di fare la carta costituzionale, sanciva pari diritti e a pari poteri alla forma di democrazia rappresentativa e a quella partecipativa, poi, come sa, non è andata avanti ma sulla carta era scritta così. La democrazia partecipativa ha come sostanza il fatto che non ci si limiti a delegare, ma su alcuni ambiti come infrastrutture, servizi pubblici o ambiente ci sia co-decisione. In molte parti del mondo è normata una forma di dibattito pubblico obbligatorio che metta in condizioni il sistema associativo bottom-up di dire in breve tempo le proprie idee e obblighi il decisore a prenderne atto: così il dibattito si svolge in maniera equa e le conflittualità sono depotenziate. Poteva esser fatto questo anche per quanto riguarda la Tav, e avviare come in Francia un dibattito pubblico per sei mesi lasciando parlare tutti e facendo emergere i problemi. Così, invece, c’è chi distrugge i cantieri di notte e chi picchia i manifestanti di giorno, le sembra normale? C’è un’assenza di regole nell’ambito della cultura partecipativa che in Italia ha creato arbitrio e anche estremismo. Noi dobbiamo ripristinare una cultura partecipativa regolata che ha infinite possibilità, grazie anche alla riforma del 118. Poi ci sono forme di democrazia diretta che sono preziose, come il referendum, ma quello su cui non sono d’accordo è che ci siano partiti partigiani di una sola di queste forme di democrazia come fossero l’una in lotta con l’altra. Credo che una democrazia compiuta, e il civismo spinge per questo, abbia la possibilità di attingere a forme di democrazia diverse, regolate, integrate e condivise.

Cosa ha l’universo civico che i partiti tradizionali non hanno?

La grande chance che si ha nel mondo civico rispetto ai partiti è poter parlare, puoi dire le cose come le vedi. Oggi il dibattito pubblico si è fermato. Perché? Perché i partiti sono in preda ai loro problemi e non si può più parlare. Si vive aspettando decisioni. Nella mia vita ho fatto parte di partiti, ne conosco la cultura e ho fatto anche esperienze bellissime al loro interno – come giovanissimo con i repubblicani a Milano e a trent’anni nel Partito Socialista che aveva grande voglia di trasformare lo Stato, ma anche la società e l’impresa. Tuttavia questa bella politica è sparita, e ci sono sistemi di organizzazione del consenso spesso (non dico sempre) zitti o zittiti. Non voglio omologare tutti a questo modello, c’è chi di più o di meno, ma quando hai il segretario di partito che decide chi va in lista, le persone che vivono di questo non parlano più perché la loro vita dipende da questo. Lo scegliere il silenzio e la fedeltà anziché l’intelligenza critica è diventato un costume. Qui dentro si aprono spazi per il civismo serio perché porta aria, porta temi veri, e non obbliga a posizioni rigide. Io non direi trasversali, perché un certo civismo sceglie il posizionamento e aiuta anche a fare una revisione dei concetti di destra e sinistra. Era tipico delle grandi ideologie non mollare mai la posizione. Per molti, però, dire che in politica sono finite le ideologie equivale a dire che non c’è più niente da pensare, ma invece è proprio perché è finita l’ideologia che ci vogliono teorie.

Secondo lei ci sono esperienze all’estero di un civismo esportato a livello nazionale in modo vincente?

Che cosa ha fatto Macron? È uscito da un partito dicendo che i partiti non riescono a interpretare a fondo la cultura del cambiamento. E lui era posizionato bene, era un ministro in ascesa, eppure ha puntato sul fatto che i partiti stavano collassando, e ha pensato che se questo accadeva il paese sarebbe andato in mano a Marine Le Pen. Come ha messo su Macron un civismo di qualità? Adesso, certo, ha bisogno di pezzi della politica, perché nell’assemblea legislativa deve avere la maggioranza. Il suo programma non è una finta, ma è un grandissimo lavoro di ascolto, e il problema ora è trasformare questo in un soggetto politico. E se anche dovesse fondare un partito, ci sarebbe comunque un forte rinnovamento partecipativo rispetto al professionismo stanco della politica. La composizione del governo è una indicazione chiara al riguardo.  E non è anche il problema italiano, questo? Irrisolto da Renzi che non è riuscito davvero a cambiare il tessuto. Io riconosco nel PD una certa effervescenza e riconoscono anche nei Cinque Stelle c’è una buona qualità partecipativa. I risultati però sono ingabbiati. Penso che se c’è molta qualità nel gruppo dirigente, la possibilità di costruire percorsi che migliorino sostanzialmente la politica c’è. Ma i cittadini te lo devono riconoscere, perché fino a che i dati indicano che la fiducia ai partiti è al 3% e quella alla polizia al 70% come facciamo? Non è che voglio che gli italiani non si fidino più della polizia, certo, ma almeno un po’ più di equilibrio. Se non nasce una forza politica che ha almeno il 40-50% di fiducia, indipendentemente se sia di destra o di sinistra, c’è uno strappo di base al sistema che rende incredibile l’Italia. Su questo bisogna lavorare.

 

Le riflessioni del professor Rolando proseguiranno sul numero di domani con la questione degli esempi concreti di civismo nella politica attuale. Si parlerà di Movimento Cinque Stelle e partiti tradizionali, ma anche di Stefano Parisi e dell’esperienza a Milano di Giuliano e Pisapia e Umberto Ambrosoli.

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