mercoledì, Agosto 4

Verso la terza Intifada?

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Il ciclo infernale degli eventi e della repressione è ricominciato nei Territori Palestinesi creando un’atmosfera deleteria che si intensifica sempre più. Tutto può cambiare in qualsiasi momento e spingere la regione e il conflitto israelo-palestinese in una nuova dimensione dove le fiamme regnerebbero sovrane. Nell’ultimo periodo si sono intensificati gli  attentati isolati segnando un’ulteriore escalation che interrompe una falsa tregua che dura dalla fine della seconda Intifada nel 2005. Una violenza che ha raggiunto l’apice martedì 18 novembre quando due palestinesi armati d’ascia, di coltello e pistola hanno fatto irruzione nella sinagoga di HarNof, nella Gerusalemme Est occupata, e ucciso cinque fedeli e un poliziotto. Il bilancio regista anche numerosi feriti.

Questa operazione, la più mortale da anni, fa temere il peggio. Ha avuto luogo due giorni dopo che i palestinesi hanno denunciato come un “crimine razzista”, quello di un autista di autobus, Youssef Ramouni, trovato impiccato nel suo veicolo parcheggiato al terminale di Gerusalemme ovest. Per la sua famiglia così come per il resto della popolazione, non vi è alcun dubbio che sia stato assassinato dai coloni, rifiutando categoricamente le conclusioni della medicina legale israeliana che ha parlato di suicidio nonostante il corpo mostrasse segni di  percosse e torture.

La spirale di violenza si è intensificata in seguito al rapimento e all’omicidio di tre adolescenti ebrei in Cisgiordania lo scorso giugno, e alla serie di risposte repressive messe in atto, nella follia, dallo Stato ebraico. Il tormento di un adolescente palestinese di Gerusalemme, bruciato vivo, all’inizio di luglio, da coloni fomentati dai discorsi incendiari dei responsabili al governo, ha esacerbato la situazione divenuta ancor più tesa dopo l’attentato mortale “Bordo Protector” contro Gaza. Il tutto è stato consacrato dall’annuncio di un progetto di legge che istituisce la divisione della Moschea di al-Aqsa tra ebrei e musulmani, sottomessi alla Knesset da un gruppo di estrema destra che tocca anche la questione sensibile della religione. Per i musulmani questo luogo di culto è il più sacro all’Islam. Considerando che al-Aqsa fosse in pericolo, hanno avuto inizio degli scontri sul lungomare e nei sobborghi vicini, tra cui Silwan, uno dei campi di battaglia più sanguinosi, dove vivono circa 500 coloni fra 45.000 palestinesi. Gli scontri, in corso  ancora oggi, hanno causato morti, feriti e arresti.

In effetti, dalla scorsa estate, segnata dal conflitto armato nella Striscia di Gaza, Gerusalemme Est è stata teatro di scontri quasi quotidiani, ma i problemi si sono intensificati in queste ultime settimane con operazioni anti israeliane, divenute quasi sistematiche. Alcune sono state messe in atto da membri affiliati alla Jihad islamica o a Hamas, due movimenti che, dall’offensiva condotta lo scorso luglio, continuano a invocare ulteriori martiri contro le autorità d’occupazione israeliana; altri da autori isolati senza appartenenza politica. Un fatto senza precedenti che mostra chiaramente la sensibilità della questione di Gerusalemme in generale e della Moschea di al-Aqsa in particolare.

Il 22 ottobre scorso, un palestinese si è posizionato con la sua auto su una fermata del tram, uccidendo e ferendo molti passeggeri così come il 29 dello stesso mese Yehuda Glick, un noto estremista religioso ebreo, attivista per l’accesso degli ebrei sul Monte del Tempio (al-Aqsa per i musulmani) è stato il bersaglio di un attentato. Altri due attentati sono stati messi in atto a Gerusalemme, il 5 novembre, causando un morto seguito dall’assassinio l’8 novembre, per un errore della polizia, contro un arabo israeliano e Kfar Cana. il giovane manifestante è stato ucciso a sangue freddo, a distanza ravvicinata. Questo incidente ha scatenato la rabbia degli arabi israeliani, diffondendo il ciclo di violenza oltre Gerusalemme, verso il nord del Paese. Di contro, due attacchi messi in atto in Cisgiordania e a Tel Aviv, due giorni dopo, hanno colpito due soldati israeliani. Nella notte, dei coloni israeliani hanno dato fuoco a una moschea situata nel villaggio di Al-Mughayir, non lontano da Ramallah. Per anni, i coloni estremisti o gli attivisti di estrema destra giustificano con lo slogan “il prezzo da pagare” le aggressioni e gli atti di vandalismo perpetrati contro i Palestinesi, gli arabi israeliani o i luoghi di culto musulmani e cristiani.

In questa situazione, invece di placare gli animi, il governo Netanyahu ha opposto una risposta di sicurezza, che si è tradotta sul campo con degli arresti e restrizioni d’accesso alle moschee. Ha dovuto, ciononostante, fare un passo indietro in seguito a delle pressioni internazionali, tra cui quelle della Giordania. La Moschea di al-Aqsa è stata sotto la tutela di quest’ultima dal 1967. In seguito a una riunione del mini Gabinetto della sicurezza con dei responsabili dell’ordine pubblico, ha decretato lo stato d’urgenza, deciso di rafforzare la presenza della polizia, disposto, come di consueto, la distruzione delle abitazioni dei colpevoli e promesso di prendere in considerazione la possibilità di fornire servizi per la procedura della detenzione del porto d’armi per i civili israeliani, in particolare dei coloni. Ha annunciato, inoltre, la confisca di centinaia di ettari di terre agricole in Cisgiordania o la costruzione di una nuova colonia di 1000 case senza alcuna considerazione del diritto internazionale e delle conseguenze negative di una tale decisione. La colonizzazione è la principale fonte di collera dei palestinesi, considerata la dissoluzione della loro aspirazione a uno Stato indipendente.

Queste misure vendicative e controproducenti che hanno pertanto già dimostrato in passato di essere inefficaci e incapaci di frenare le onde di violenze spontanee, sono state accompagnate da un’escalation verbale contro gli attivisti palestinesi e il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, ritenuto responsabile degli attentati. Dei propositi e dei toni ostili che contrastano con quelli di Abbas, che ha condannato l’ultimo attentato, oltre ai precedenti, e invitato alla calma. Nella sua preparazione alle elezioni primarie in seno al Likud, previste per il prossimo gennaio, il Premier israeliano non ha tenuto un solo discorso che mirasse a placare gli animi. Anzi, il contrario. In una dichiarazione tenuta di fronte al gruppo di parlamentari del Likud, il Primo ministro israeliano ha, ad esempio, invitato gli arabi israeliani manifestanti ad andare via. «Dico una semplice cosa a tutti coloro che manifestano contro Israele e in favore di uno Stato palestinese: Vi invito a trasferirvi lì. Non vi causeremo alcuna difficoltà».

A quanto pare, la prospettiva di elezioni anticipate in Israele blocca anche, ancora di più, il capo dei Likud in un discorso di chiusura al fine di sedurre un elettorato sempre più tentato da una linea dura dei falchi del suo partito e dei rivali potenziali come Avigdor Lieberman, capo della diplomazia e Naftali Bennet, ministro dell’economia. Quest’ultimo ha progettato un’operazione militare a Gerusalemme Est e semplicemente appellato il Presidente dell’autorità palestinese, Mahmoud Abbas, un “terrorista in costume”.

I due campi israeliano e palestinese non sembrano avere oggi che l’unica prospettiva di un’escalation di odio reciproco e di violenza, con poche possibilità di miglioramento della situazione. Ciò conduce alla possibilità di uno scoppio di un nuovo conflitto sanguinoso, la terza Intifada. In ogni caso, gli elementi necessari che lasciano presagire una tale prospettiva ci sono tutti: tra questi, l’assenza di prospettiva politica, la repressione israeliana, il rafforzamento della colonizzazione e le tensioni a Gerusalemme. Questo lo stato attuale.  Al di là della preoccupazione su un sito così importante come al-Aqsa, ancora una volta al centro delle frustrazioni dei palestinesi, mentre gli estremisti ebrei sfilano quotidianamente intorno ad al-Aqsa, chiedendo la distruzione e la costruzione di un terzo tempio al suo posto, vi è il crollo del progetto nazionale palestinese consistente nella costruzione di uno Stato libero e sovrano e nella fine dell’occupazione, causa di collera e violenze. Domina da anni un sentimento di disperazione ma il fallimento dei negoziati di pace nello scorso aprile, condotti dagli Stati Uniti, hanno rafforzato questo sentimento ancora di più, spingendo il popolo in uno scetticismo sul processo di pace.

La violenta repressione israeliana dimostrata dalle varie operazioni mortali in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza dove sono condotti attacchi e bombardamenti su bombardamenti, distruggendo la vita di migliaia di palestinesi, aumentando i casi di handicappati, vedove e orfani, non può che seminare odio e desiderio di vendetta. A ciò si aggiunge l’impunità di cui godono i soldati dell’occupazione e i coloni suscitando delle reazioni violente fino ad arrivare agli omicidi. Per non parlare delle chiusure come nel caso della Striscia di Gaza oppure della frammentazione geografica esistente in Cisgiordania, trasformata in bantustan dai coloni, le strade di collegamento solo per i coloni, il muro di separazione e i posti di blocco che rendono questo luogo un vero e proprio percorso ad ostacoli. Un clima d’ingiustizia, pena e sofferenza insopportabile, che finirà, prima o poi, per condurre a un’esplosione.

Un’ipotesi, tuttavia, non condivisa da tutti. Molti analisti israeliani e palestinesi concordano nell’escludere la prospettiva di una terza intifada. Alla base delle loro argomentazioni l’assenza di eco agli appelli ripetuti di Hamas e di Marouane Barghouthi, per una rivolta nei Territori palestinesi; appelli finora tradotti solo in delle operazioni isolate e sporadiche. Va anche detto che il margine di manovra dei gruppi armati palestinesi è fortemente limitato dalla cooperazione di sicurezza che Mahmoud Abbas si è impegnato a rispettare. Un’autorità che privilegia la via diplomatica ma che minaccia di rompere questo accordo impopolare per la popolazione, se il suo progetto di risoluzione per il riconoscimento di uno Stato palestinese presentato al Consiglio di Sicurezza svanirà. Tale approccio unilaterale spianerà la strada a tutte le probabilità.

Che convenga o meno vedere in tutto ciò l’inizio di una nuova intifada, bisogna ammettere che la spirale di violenza attuale a Gerusalemme sfiora il punto di non-ritorno. Gli attentati, la repressione sanguinosa, la colonizzazione e lo stallo politico potrebbero far cadere la Palestina in una rivolta su vasta scala. Se l’influenza crescente degli estremisti ebrei continua e se il loro progetto su al-Aqsa si concretizza, questo trasformerà sicuramente il conflitto israelo-palestinese che è, in effetti, un conflitto nazionale, in una guerra di religione: per i musulmani di tutto il mondo attaccare la moschea di al-Aqsa è sinonimo di attaccare l’Islam. Con la radicalizzazione delle società musulmane che conosciamo oggi, non si può immaginare il peggio! Non vi è alcun dubbio che Gerusalemme è una polveriera che può esplodere in qualsiasi momento!

 

Traduzione di Patrizia Stellato

 

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