sabato, Maggio 15

Verso la fine del potere di Hamas a Gaza? Il gruppo spera di ottenere la normalizzazione della vita nella Striscia. Ma sarà davvero così?

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La tensione si è notevolmente affievolita tra al-Fatah e Hamas mentre fino a pochi giorni fa raggiungeva il suo apice. Le due fazioni, che erano arrivate, ancora una volta, ai ferri corti, insultandosi e accusandosi reciprocamente attraverso i media, hanno approvato un nuovo accordo di riconciliazione, l’ennesimo in pochi mesi, concordandone la base, ossia il ritorno alla Striscia di Gaza del governo di consenso nazionale formato lo scorso giugno. Ciò ha avuto luogo giovedì 25 settembre al Cairo, al termine di discussioni intense e difficili.

Se, ufficialmente, i due gruppi si erano già riappacificati in più occasioni, i loro rapporti sono sempre stati turbati dal sospetto: ciascun gruppo pensa che l’altro miri a indebolirlo e prendere il potere. Un potere che ritornerà nelle mani dell’Autorità palestinese dato che, secondo i termini dell’accordo, spetterà a quest’ultima riprendere il controllo della Striscia di Gaza e al suo presidente, Mahmoud Abbas, capo di al-Fatah, la direzione del governo. In sette anni, è la prima volta che Hamas accetta una tale concessione e promette di rispettare i suoi impegni. Si tratta di una rassegnazione fatalistica o una strategia segnata da calcoli prettamente congiunturali? Vale la pena chiederselo.

“Se Hamas sceglie di camminare da solo, non sarà in grado di far fronte ai problemi di cui soffrono i Palestinesi nella Striscia di Gaza”, afferma Abou Ali Chaouiche, politologo esperto di questione palestinese e aggiunge: “Hamas ha scelto la strada della riconciliazione al fine di assicurarsi la sopravvivenza dopo essere stato isolato dal contesto regionale e privato dei fondi monetari qatarini a causa del blocco”…”C’è bisogno di tempo per ristabilire la sua popolarità e prepararsi alle elezioni legislative previste in linea di principio fra sei mesi”, ha concluso.

Hamas, infatti, non ha scelta. Ha ceduto perché le circostanze lo hanno obbligato. Dopo cinquanta giorni di una guerra devastante e sanguinosa che ha trasformato la Striscia di Gaza in rovine, la ricostruzione non ha mai avuto inizio. Una ricostruzione il cui costo ammonta, secondo le stime, a circa quattro miliardi di dollari, e impossibile da attuare senza il sostegno dei paesi donatori. Quest’ultimi considerano il movimento islamista come entità terrorista e, perciò, esigono il ritorno dell’Autorità palestinese come conditio sine qua non per la raccolta dei fondi. Ritengono tale condizione un impegno a garanzia che il loro danaro venga utilizzato nella ricostruzione di Gaza e non a rafforzare l’arsenale militare di Hamas o a scavare tunnel. L’accordo mira principalmente a rassicurare i donatori internazionali che si incontreranno al Cairo a metà ottobre, e così anche Israele.

Si tratta dunque di un modo per mostrare che i palestinesi vogliono lanciare un messaggio positivo al mondo. I tempi stringono e i colloqui con Israele per raggiungere un cessate il fuoco definitivo riprenderanno a fine mese. I palestinesi devono assolutamente dare prova di un fronte unito e omogeneo se intendono ottenere l’apertura del valico di Rafah e la fine del blocco imposto su Gaza. La convocazione di un Consiglio dei ministri del governo del consenso, fissato per giovedì 8 ottobre a Gaza, il primo dalla sua formazione, rientra in questo contesto.

Oltre a questo, in cambio della sua posizione subordinata, Hamas spera di ottenere la normalizzazione della vita a Gaza, vedere Israele eliminare o, quantomeno, diminuire le sue restrizioni economiche e l’Autorità Palestinese introdurre dei fondi nel Paese per far fronte a una rivolta sempre più popolare che può degenerare da un momento all’altro. Si è raggiuto il limite nell’enclave dove di fronte alla situazione catastrofica causata dalle successive guerre e il confinamento delle persone durato anni, il movimento Hamas che regna sovrano non ha fatto nulla. Alleviare le sofferenze della popolazione, che ritiene di aver pagato un enorme tributo, si rivela una missione impossibile da realizzare.

“Se il movimento islamista resta impopolare nel suo contesto, rischia, in caso di voto, di perdere la sua roccaforte strappata con orgoglio dalle mani di al-Fatah nelle ultime elezioni parlamentari del 2006”, ha sottolineato l’esperto Chaouiche. Tuttavia, nonostante la buona volontà mostrata dal movimento islamista, molti palestinesi dubitano ancora della sua sincerità. Scetticismo dovuto alle sue azioni in campo. Tale movimento, infatti, il 2 giugno, ha ceduto teoricamente il potere a Gaza a un governo di personalità indipendenti, frutto della sua riconciliazione con al-Fatah, ma nei fatti continuando a controllare l’enclave palestinese autorevolmente e suscitando il risentimento dei responsabili dell’Autorità Palestinese e del loro leader Abbas. Quest’ultimo ha minacciato di rompere l’accordo di riconciliazione accusando Hamas di impedire il governo del consenso di operare su Gaza.

«Noi non accetteremo un partenariato con Hamas se resta immutata la situazione a Gaza, dove un governo parallelo di 27 membri governa il territorio», ha dichiarato Abbas all’inizio di settembre al Cairo. Ai media ha anche dichiarato di avere prove del coinvolgimento del movimento islamista nel suo tentato omicidio del 2007 e ha aggiunto che uno dei suoi ministri, quello della Sanità, è stato pestato da alcuni membri di Hamas durante una verifica della situazione dell’enclave, nel momento clou dell’operazione israeliana “bordo protettivo”. In risposta, Hamas ha accusato il presidente di voler “distruggere l’unità palestinese e fare osservazioni che servono gli interessi di Israele”.

Il suo ex primo ministro ha affermato anche che «i dirigenti responsabili sono coloro che sono pronti ad affrontare la guerra per il proprio popolo», accusandolo, inoltre, di aver rifiutato di pagare i salari per 45000 funzionari, assunti dal governo islamista, alla stregua di quelli di Ramallah.

È importante sottolineare che l’offensiva israeliana contro Gaza ha restaurato l’immagine di Hamas. Quest’ultimo si è nuovamente imposto come attore politico fondamentale quando, qualche tempo fa, i suoi responsabili non hanno reagito, indeboliti e isolati dalla congiuntura regionale segnata dalla caduta dei Fratelli Musulmani soprattutto in Egitto e dal declino dell’influenza della Turchia e del Qatar, suoi principali sostenitori politici e finanziari. Forte di ciò che considera una “vittoria” su Israele, Hamas vanta in effetti forti guadagni politici in seguito all’offensiva israeliana che lo hanno spinto, ancora una volta, a voler imporre il suo potere. Il rifiuto categorico di Israele e anche dell’Egitto di piegarsi alle sue esigenze relative alla rimozione del blocco sembra averlo spinto a rendersi conto che da solo non può cambiare lo status quo catastrofico che domina la Striscia di Gaza, tanto più che le potenze internazionali che finanziano e influenzano la regione non lo considerano un interlocutore affidabile e valido.

Il sentimento anti-Hamas non coinvolge solo l’Autorità di Ramallah o al-Fatah, ma è chiaro che sta diventando sempre più forte tra la popolazione di Gaza. Oltre alla corruzione che dilaga tra i suoi responsabili, alcuni dei quali navigano nell’opulenza più ostentata, nella popolazione si è diffusa l’idea che solo Hamas e i suoi seguaci possano beneficiare di progetti e di aiuti esteri. Sono accusati, ad esempio, di vendere gli aiuti umanitari, compresi i medicinali, sul mercato nero e aiutare solo coloro che godono della loro benedizione a detrimento della popolazione di cui più della metà vive al di sotto della soglia di povertà.

Nonostante pretenda di essere il principale movimento di resistenza contro l’occupazione israeliana, questo titolo che si attribuisce non gli ha impedito di mostrare un desiderio feroce di creare un piccolo emirato islamista che ha cercato di governare secondo i precetti della Sharia. La sua vita economica si basa paradossalmente su ogni tipo di contrabbando attraverso i tunnel al confine con l’Egitto ma anche su imposte eccessive su tutte le merci importate. Non sono esenti da ciò dottori, dentisti, avvocati e tutti coloro anche con un’attività privata poco remunerativa, fatto che ha costretto molti a chiudere uffici, negozi o aziende, considerando ciò una vera e propria estorsione.

Non esitando a fare uso della forza come deterrente, in sette anni di regno incontrastato ha tentato di trasformare gradualmente la Striscia di Gaza in una dittatura fondamentalista. Dittatura che è riuscita a imporre l’ordine islamista più rigoroso in tutti i settori della vita sociale e politica. Alcune organizzazioni dei diritti umani locali e internazionali lo accusano di numerose esecuzioni sommarie di oppositori palestinesi, in particolare membri di al-Fatah, cui è severamente proibita ogni tipo di attività politica. Alle restrizioni arbitrarie si aggiungono violazioni di libertà di espressione, di riunione e di associazione…

Durante l’offensiva israeliana di questa estate, centinaia di membri di questa fazione sono stati messi agli arresti domiciliari. Coloro che hanno osato sfidare l’ordine, sono stati colpiti alle gambe. Condotti a Ramallah per ricevere trattamenti medici, si sono resi disponibili a testimoniare davanti alla TV ufficiale solo sotto copertura di anonimato per timore di rappresaglie contro le loro famiglie a Gaza. Inoltre, hanno dichiarato che la polizia di Hamas li ha minacciati di accusarli di collaborare con il nemico israeliano se violano il loro diktat.

«In una società come la nostra, dove la reputazione è il fondamento del rispetto per gli altri, intere famiglie vivono ormai nella paura di vedere uno dei loro parenti accusati di collaborazionismo», afferma un alto funzionario di al-Fatah a Gaza, chiedendo che il suo nome non venga divulgato. «Hamas mette in discussione l’integrità e il nazionalismo dei nostri attivisti, alcuni dei quali sono le figure di spicco della resistenza», ha sottolineato l’ala ribelle.

Tanti esempi illustrano chiaramente l’entità del clima di paura nel quale vivono gli abitanti di Gaza sotto il giogo di Hamas. Centinaia di attivisti e giornalisti affiliati ad al-Fatah sono stati arrestati, interrogati e torturati solo per aver criticato o semplicemente espresso delle riserve sulla sua politica.

Un altro segmento della società leso e particolarmente avverso al movimento islamista sono i giovani di Gaza che, non potendo esprimersi liberamente in pubblico a causa del potere, si riducono ad utilizzare i social network come Facebook per gridare ad alta voce il loro sgomento. La polizia arresta e rade sistematicamente la testa dei giovani e degli adolescenti con un taglio all’occidentale. O troppo lunghi o appuntiti col gel, i tagli di tendenza sono considerati “indecenti” e severamente vietati e puniti, così come indossare pinocchietti, pantaloncini o pantaloni a bassa vita. Il trattamento riservato alle donne non è da meno. Se non è richiesto indossare un foulard, al fine di dare l’immagine di un partito tollerante, la polizia che si occupa del buon costume e che pattuglia le spiagge vieta la balneazione alle donne, così come fumare in pubblico. Salire in moto dietro un uomo è altresì severamente proibito.

Sono tutte costrizioni che logorano la quotidianità già difficile per la maggior parte degli abitanti di Gaza, che spera nella consacrazione della riconciliazione, considerata l’unica strada che conduce alla salvezza.

Tutto dipenderà dalla volontà delle due fazioni rivali, in particolare Hamas. Fin dov’è disposto quest’ultimo ad andare? Vuole effettivamente cedere il potere ad al-Fatah? Lascerà il monopolio della sicurezza nella Striscia di Gaza alle forze dell’ordine dell’Autorità palestinese che lo ha sbaragliato con le armi sette anni fa? In caso di risposta affermativa: quale futuro per i suoi quadri e attivisti che si contano a migliaia? L’elenco delle domande è ancora lungo e per il momento restano tutte in sospeso.

 

Traduzione di Patrizia Stellato

 

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