lunedì, Agosto 2

Verisem, una questione di ‘sovranità alimentare’? “Si tratta di una delle più importanti realtà nel campo delle sementi con un patrimonio di conoscenze scientifiche e tecniche produttive che ne fanno un asset di rilevanza strategica a sostegno della produzione agricola nazionale”. Intervista a Gianluca Lelli, Capo area economica di Coldiretti

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‘Giù le mani (cinesi) da Verisem’ è il grido di Coldiretti che si oppone all’acquisizione dell’azienda multinazionale sementiera italiana nata a Cesena e attualmente di proprietà del fondo americano Paine Schwartz Partners (PSP), da parte della multinazionale svizzera Syngenta controllata dal gruppo agroindustriale cinese, ChemChina.

La storia di Verisem affonda le sue radici nel 1974, quando Augusto Suzzi, scomparso a gennaio di quest’anno a 74 anni, fonda, insieme a Edoardo Battistini e le due consorti, la Suba Sementi snc, produttore locale di semi, a Longiano, nel Cesenatico. Nato nel 1947 da un’umile famiglia di mezzadri che coltivava i terreni della Curia locale, appena maggiorenne inizia ad accumulare e selezionare sementi su compito della ditta Zorzi di Padova. Con Battistini e le rispettive mogli, Suzzi prende in affitto un locale di piccole dimensioni a Cesena e acquista un impianto per avviare l’attività delle sementi.

Agli inizi degli anni ‘80, precisamente nel 1982, Suzzi e Battistini acquisiscono una  partecipazione nella Anseme, un’altra importante società del settore sementiero, ma il sodalizio tra Augusto ed Edoardo tramonta  nel 1983, quando i due decidono di dividersi, con il primo che si tiene Suba ed il secondo che mantiene Anseme.

La vera svolta arriva poco dopo. Grazie al Daikon, il ravanello giapponese, che non suscita più molto interesse nelle principali aziende alimentari italiane, Augusto entra in contatto con i fratelli Carlo e Antonio Cecchini, già presenti sul mercato giapponese in quanto promoters del Made in Italy con Unico snc, ed, insieme fondano nel 1986 Suba&Unico srl, una società che avesse come oggetto la conclusione di contratti di moltiplicazione con ditte giapponesi che poi sarebbe stata Suba a concretizzare.

Dal mercato giapponese, l’attività di produzione e coltivazione di sementi di Suba si espande in tutto il mondo, nell’ottica di una maggiore diversificazione, riduzione dei costi e dei rischi. Arriva, quindi, in Francia dove nel 2005 viene fondata Suba France la quale, tre anni dopo, acquisisce Royal Seeds.

Di lì a poco, nel 2012 Suzzi cede il 52% al fondo italiano Quadrivio, che valuta l’azienda circa 40 milioni e ne diventa socio finanziario. Tre anni dopo, nel 2015, passare nelle mani del fondo americano Paine Schwartz Partners (PSP) che ne rileva il 90%, lasciando circa il 10% al management, ed intraprende a passi decisi l’avanzata globale. Due anni dopo, vede la luce il gruppo Verisem, che ingloba: Suba Seeds, HortuSì Srl, Verisem S.A. con sede in Nogaro, che funge da piattaforma di produzione e distribuzione in Europa; Royal Seeds Srl, con sede a Mirandola (MO), impegnata nella commercializzazione di prodotti sementieri professionali; Condor Seeds Production Inc, ditta con base a Yuma in Arizona (USA) per l’estensione del comparto produttivo; Brotherton Seed, con sede a Moses Lake (WA), specializzata nella produzione di sementi di qualità (soprattutto pisello e fagiolo); Franchi Sementi, con sede a Grassobbio (BG), focalizzata nella commercializzazione di sementi sul mercato italiano e internazionale.

L’amministratore delegato di Verisem è, dal febbraio 2020, Ibrahim El Menschawi mentre il responsabile della branca italiana e francese è il cesenate Marcello Tumedei. Come sostiene Coldiretti, Verisem «è leader mondiale del suo settore. Ha 5 siti produttivi, 3 in Italia con 198 dipendenti , 1 in Francia e 2 negli Stati Uniti, distribuisce in 117 Paesi e realizza il 54% del suo fatturato in Europa, il 20% nelle Americhe, il 19% fra Asia e Pacifico e il restante 6% in Medio Oriente». Ma ancora più prezioso è il suo patrimonio scientifico e tecnico che, dopo una parabola di crescita ed acquisizioni in Europa ed in Asia lunga cinquant’anni, è diventato strategico, ma sul quale anche i cinesi hanno messo gli occhi, certo non per produrre falso Made in Italy: Verisem ha sviluppato una propria competenza produttiva, leader a livello mondiale, in una vasta gamma di oltre 90 diversi tipi di semi e oltre 2.000 diverse varietà tra cui cicoria, cavoli, ravanelli, piselli, carote, fagioli, cipolle.

La valutazione di Verisem, a quanto è trapelato, si attesterebbe a 150 milioni di euro e tra i pretendenti, oltre a Syngenta (gruppo ChemChina), si sarebbe fatto avanti il fondo sovrano cinese Cic, il fondo americano Platinum equity, dell’americana Corteva e della danese Dlf. Syngenta, tuttavia, l’avrebbe spuntata grazie ad un’offerta di oltre il 29% più generosa del valore di mercato, troppo generosa per rifiutarla.

«Con i cinesi che puntano all’acquisizione dell’italiana Verisem si rischia il monopolio mondiale sui semi di ortaggi ed erbe aromatiche in una situazione in cui già 2 semi su 3 (66%) sono in mano a quattro multinazionali straniere», mette in guardia Coldiretti, che la definisce un’operazione «in netto contrasto con le dichiarazioni finali al G7 del summit UE-USA che parlano di ‘concorrenza e rivalità sistemica’ nei confronti della Cina». «Si rischia di svendere agli stranieri un pezzo del patrimonio genetico nazionale di biodiversità fatto di sementi conservate da generazioni di agricoltori e che verrebbe così banalizzato ed omologato sul mercato internazionale», è l’allarme dei coltivatori diretti. Ecco perché, a detta di Coldiretti, sarebbe necessario che «il governo eserciti la Golden Power in modo che il controllo della Verisem con tutto il suo potenziale produttivo resti sotto la bandiera italiana».

Più morbida la posizione di Camillo Gardini, Presidente della Cdo Agroalimentari, che ha affermato: “Sono il mercato e la libera imprenditorialità a decidere, ed è giusto che sia così. Sconcerta però l’assenza, quando si tratta di soggetti esteri, di quegli stessi controlli che sono invece previsti dalle nostre leggi e regolamenti sulle imprese italiane”. “Un soggetto italiano – ha proseguito Gardini – è tenuto a fornire tutte le informazioni per giustificare la provenienza delle proprie risorse finanziarie, e finanche a rivelare le proprie appartenenze o preferenze politiche; se tale soggetto è però estero, tali incombenze sono molto più blande e vengono facilmente aggirate. In tale scenario, siamo stati purtroppo abituati a vedere come alcuni soggetti economici abbiano vita media brevissima e che, per evitare ogni forma di controllo, si ‘trasformino’ velocemente. Sconcerta pertanto che, su questi aspetti, il nostro Stato sia assente, lasciando indifeso il nostro sistema produttivo sul nostro stesso territorio, perché tutto ciò, di fatto, distorce il libero mercato e la concorrenza”.

Cdo Agroalimentare ritiene che il “sistema” delle imprese e delle Istituzioni nazionali debba attivarsi per creare un reale libero mercato, senza penalizzare gli operatori economici nazionali. “Inoltre – conclude Gardini – le democrazie occidentali dovrebbero porre in essere sistemi di protezione delle imprese nazionali da acquisizioni di imprese provenienti da altri paesi, e collegate direttamente e/o indirettamente a fondi sovrani, in cui non viga un sistema democratico e di rispetto delle persone, del lavoro e dell’ambiente. Sarebbe una sconfitta per il sistema Paese se quale unico criterio delle acquisizioni si affermasse  quello finanziario”.

Il sistema Paese, però, si è attivato con l’azienda agricola Bonifiche Ferraresi. «Sul caso Verisem – ha dichiarato Federico Vecchioni, amministratore delegato – è giusto, opportuno e doveroso che il sistema Italia si attivi per difendere un patrimonio nazionale qual è la ricchezza unica, originale e distintiva dei nostri semi». Bf è un grande gruppo agroindustriale italiano quotato in Borsa che, in cordata con il Fondo italiano d’investimento, controllato dalla Cassa Depositi e Prestiti, si è fatto avanti per concorrere all’acquisizione di Verisem. «Insieme a Coldiretti e alle istituzioni nazionali – ha aggiunto Vecchioni – condividiamo la necessità di difendere le aziende cardine del settore agroalimentare nazionale che rappresentano da sempre i migliori esempi dell’eccellenza italiana».

Il dossier ‘Verisem’ è ben presto diventato un caso divisivo per il mondo dell’agro-alimentare italiano dato che Una voce fuori dal coro è quella di Cia-Agricoltori Italiani, secondo cui non si devono «sottovalutare le grandi potenzialità dell’acquisizione cinese della multinazionale di Cesena. La riflessione prioritaria deve riguardare le capacità di investimento del nuovo acquirente – non la nazionalità – e soprattutto la valorizzazione del marchio, affinché porti ricchezza a tutto l’indotto». Per la Cia, «il settore sementiero necessita, infatti, di grandi risorse in ricerca e sviluppo per l’innovazione nella genetica vegetale. Il mercato impone nuove varietà sempre più resistenti ai fitopatogeni e ai cambiamenti climatici e questo rende altamente strategico il ruolo della ricerca scientifica. La tutela del Made in Italy è sicuramente prioritaria, ma occorre fare attenzione quando si parla del settore sementiero: se Verisem diventa proprietà cinese, non significa che i semi o i prodotti diventino cinesi».

Una cosa è assodata, almeno sulla carta: se veramente Syngenta acquisterà Verisem, la proprietà passerà dagli americani ai cinesi. L’Italia potrebbe essere spettatrice, ma molti sostengono che, grazie alla golden power, potrebbe anche impedire che “un’azienda italiana strategica venga venduta all’estero”. Per il governo Draghi, per il Ministro dell’agricoltura, Stefano Patuanelli, la questione rimane delicata.

Ma anche sul lungo termine. “I produttori agricoli sono stretti in una tenaglia da pochi grandi gruppi multinazionali che dettano le regole di mercato”, denuncia Coldiretti, richiamando l’attenzione sulla necessità che la politica si preoccupi di finanziare la ricerca visto che una sempre maggior quantità di materiale genetico di piante da ortaggi e da frutto è estera.

Ma per approfondire meglio la questione Verisem, abbiamo chiesto qualche spiegazione in più a chi ha espresso le maggiori riserve sull’acquisizione da parte cinese, e cioè Coldiretti che ci ha risposto per voce di Gianluca Lelli, Capo Area economica.

La multinazionale cinese Syngenta, facente capo al gruppo ChemChina, si appresterebbe, secondo quanto è stato reso noto, per acquisire Verisem. Prima di entrare nel dettaglio, possiamo elencare in modo schematico e sintetico i motivi per cui Coldiretti si è opposta?

Sono diversi i motivi per i quali Coldiretti si è opposta a questa tipologia di operazione. In prima analisi il tema della ‘concentrazione del mercato,’ già fortemente sbilanciato nelle mani di pochi grandi player internazionali. ChemChina è uno di questi posizionandosi in terza posizione tra i big player del mercato con una quota del 7% e un fatturato di oltre 4 Miliardi di dollari. Secondo quanto emerge da un recente approfondimento del Centro Studi Divulga, infatti, l’indice di riferimento, il CR4 (quota di mercato dei primi 4 player) è ben al di sopra della soglia di allerta. Questi assetti oligopolistici spesso risultano ‘inefficienti’ per il mercato perlopiù per un comparto strategico alla base del settore agroalimentare. Un secondo motivo è dato dall’importanza di lasciare in Italia un asset strategico per il Paese con l’azienda romagnola Verisem che è depositaria di un pezzo del patrimonio genetico nazionale di biodiversità composto da sementi conservate da generazioni di agricoltori. C’è poi il legame che accomuna il settore sementerio con la produzione agricola nazionale, fatto di un rapporto ‘sinallagmatico’ che da anni consolida il settore agroalimentare made in italy tra le punte di eccellenza italiane nel Mondo. Questo è stato possibile solo grazie al ruolo della distintività e della biodiversità che va sostenuto con un legame ‘diretto’ e ‘forte’ con il territorio.

Come ricordate Voi di Coldiretti, l’azienda di Cesena depositaria di parte del patrimonio genetico nazionale di biodiversità di sementi, frutto del lavoro di generazioni di agricoltori. Perché, dal punto di vista tecnico-agricolo, ma anche tecnologico, è così importante Verisem? 

La Verisem ha in Italia 198 dipendenti. A questi si aggiungono i 62 dipendenti presenti negli Stati Uniti, 20 in Francia e 4 fra Russia e Slovenia. Si tratta di una delle più importanti realtà nel campo delle sementi con un patrimonio di conoscenze scientifiche e tecniche produttive che ne fanno un asset di rilevanza strategica a sostegno della produzione agricola nazionale. Proprio su quest’ultimo tema è importante evidenziare come nel pieno dell’emergenza epidemiologica, le dinamiche dei flussi commerciali internazionali – influenzate da politiche protezionistiche – unite all’andamento dei consumi – con la corsa agli scaffali – abbiano marcato la necessità di orientarci verso una maggiore autosufficienza produttiva nazionale. Questo è perseguibile solo rafforzando ‘tutte’ le fasi della filiera, dal seme alla vendita del prodotto. Da queste considerazioni nasce l’importanza di tutelare il patrimonio genetico e delle sementi nel nostro Paese per sostenere una filiera agroalimentare made in italy in grado di assicurare – come accaduto nella pandemia – cibo sano e di qualità per tutti. In questo contesto, la ricerca è chiamata sicuramente a fornire un contributo importante in grado di coniugare miglioramento genetico e nuove tecnologie. Ma è importante che questo percorso avvenga a ‘guida italiana’ con il supporto delle ricerca pubblica. Un percorso che può essere sostenuto anche attraverso il ruolo di SIS, la Società Italiana Sementi azienda leader nel settore delle sementi che punta alla valorizzazione del settore con attività che vanno dalla costituzione di nuove varietà alla moltiplicazione delle sementi, dalla loro lavorazione alla commercializzazione di prodotti innovativi.

Coldiretti sostiene che Verisem costituisce “un asset di rilevanza strategica per la difesa della sovranità alimentare”. Ma in che modo se, come fanno notare in tanti anche nel Vostro settore, l’azienda di Cesena già da diverso tempo è di proprietà di un fondo americano, il Paine Schwartz Partners, e, quindi, di fatto il trasferimento di proprietà è da americani a cinesi, senza alcun coinvolgimento dell’Italia? La sovranità alimentare ‘italiana’ non è già venuta meno?

Non è proprio cosi. Verisem è una delle più importanti società nel settore delle sementi in Italia che genera una ricaduta importante sul territorio nazionale. Le attività partono dall’area adriatica con un impatto positivo sul Paese grazie alla produzione di migliaia di tipologie di sementi. Un rapporto diretto e ‘sinallagmatico’ con il territorio italiano che necessita di essere tutelato per salvaguardare quella sovranità alimentare richiamata fortemente dall’emergenza epidemiologica, su cui ci siamo soffermati prima.

Riportando dati del Centro Studi Divulga, Voi di Coldiretti affermate che “con l’acquisizione cinese si rischierà il monopolio mondiale sui semi di ortaggi ed erbe aromatiche in una situazione in cui già 2 semi su 3 (66%) sono in mano a quattro multinazionali straniere”. Quali altri investimenti Pechino ha fatto nel settore che, unitamente a quest’ultimo, le conferiscono, di fatto, il monopolio?

Nel tempo, il mercato delle sementi ha subito una notevole trasformazione se consideriamo che negli anni ‘70 l’industria delle sementi era composta da molte piccole aziende, alcune anche a conduzione familiare. Negli ultimi anni i principali produttori di chimica per l’agricoltura hanno iniziato ad investire in questo settore attraverso operazioni di acquisizione e fusione che hanno poi facilitato il processo di standardizzazione dei semi in base ai corrispondenti trattamenti chimici. L’ultima serie di aggregazioni, analizzate dal Centro Studi Divulga, ha messo in campo cifre da capogiro e alcune di queste operazioni sono a pieno titolo rientrate tra le più importanti degli ultimi vent’anni. Per citare altri esempi di investimenti cinesi nel settore, emblematica è l’acquisizione di Syngenta per 43 miliardi da parte di ChemChina. Quest’ultimo “affare” segue altre acquisizioni portate avanti dal colosso cinese, come quella dell’israeliana Adama. Altre operazioni importanti nel settore a livello mondiale riguardano la nascita di Corteva Agriscience, una fusione del valore di oltre 130 miliardi di dollari, che ha unito due giganti come Dow e Dupont o, ancora, l’acquisizione delle azioni Monsanto da parte di Bayer per un valore di poco inferiore ai 50 miliardi di dollari.

L’offerta di Syngenta è del 29% più alta rispetto ai 155 milioni di Bonifiche ferraresi (Bf). Perché un’offerta così generosa? E come si spiega questo interesse cinese riguardo alle sementi, in altre parole quali sono i vantaggi ‘strategici’ che il monopolio delle sementi potrebbe garantire a Pechino? 

Il controllo del mercato delle sementi è strategico per Pechino per diversi motivi. Analizziamo, ad esempio, la sostenuta attività di diversificazione degli investimenti dei principali produttori di chimica per l’agricoltura verso il settore delle sementi. In questo caso il controllo del settore delle sementi consente di facilitare il processo di standardizzazione dei semi in base ai corrispondenti trattamenti chimici. Un filo diretto tra due business importanti. Questo è sicuramente un elemento di riflessione e di criticità per il comparto agricolo nazionale italiano che invece è incardinato su alcuni pilastri fondamentali quali: biodiversità, distintività e qualità delle produzioni. Questa criticità gioca invece a favore di altre realtà produttive – tipiche di altri stati al Mondo – fondate sulla standardizzazione produttiva e sui bassi costi.

C’è chi pensa che l’acquisizione di Verisem consenta alla Cina di produrre falso Made in Italy. Eppure Pechino ha i propri ricercatori nel breeding e acquista semi e piante dall’Italia come dal resto del mondo. Qual è la posizione di Coldiretti a riguardo? 

Questo è un tema estremamente rilevante e critico per il comparto agroalimentare nazionale e per il nostro Paese. Il falso Made in Italy agroalimentare nel Mondo, secondo nostre stime Coldiretti, ha toccato il valore di oltre 100 miliardi di euro con un aumento del 70% nel corso dell’ultimo decennio. L’acquisto di asset e know-how strategici del nostro Paese potrebbero sicuramente favorire ed alimentare questo processo volto a imitare quanto di buono è legato al nostro Paese.

Qual’è la situazione attuale del mercato mondiale delle sementi? Quali altri Paesi, oltre la Cina, hanno un ruolo di primo piano nel settore? 

Secondo i dati del Centro Studi Divulga, il mercato mondiale dei semi registra un indice CR4 (grado di concentrazione dei primi 4 player) stimato attorno al 66% che in alcuni specifici ambiti raggiunge punte molto elevate. Come nel caso degli ortaggi, dove i livelli di concentrazione risultano ancor più elevati e preoccupa già il CR2 (quota di mercato dei primi due player), che nel caso dei semi per pomodori, supera il 65%. I primi 4 player del mercato per fatturato e quote di mercato sono Corteva, Bayer, ChemChina e Limagrain dislocate, oltre che in Cina (per ChemChina), anche negli USA, in Germania e in Francia. Rimanendo su quest’ultimo Paese, infatti, è importante sottolineare il rilievo strategico del settore sementiero testimoniato dalla capacità degli apparati pubblici di assecondarne la leadership nazionale. La forte spinta del governo francese sulle attività di ricerca ha consolidato una visione nazionale attenta al settore sementiero. Questo deve farci riflettere anche in considerazione delle migliore condizioni nella diversità di ambienti agro-ecologici e climatici che il nostro Paese possiede e che possono garantirci un vantaggio competitivo importante. Insomma abbiamo tutti i presupposti utili, perché non valorizzarli ?

Negli ultimi anni, è diventata sempre più evidente la rivalità tra Stati Uniti e Cina. Coldiretti denuncia che la cessione a Syngenta è “una operazione in netto contrasto con le dichiarazioni finali al G7 del summit UE-USA che parlano di ‘concorrenza e rivalità sistemica’ nei confronti della Cina”. In cosa consiste questo contrasto? E perché, in un mondo globale ed interconnesso, non dovrebbe essere un’operazione dove a decidere è – come ha riconosciuto Camillo Gardini, Presidente della Compagnia delle opere (Cdo) Agroalimentari – il mercato, visto che altri, oltre ai cinesi, hanno mostrato interesse? 

In considerazione di quanto detto finora, il mercato delle sementi deve essere ritenuto un ‘settore strategico’ ed in quanto tale valorizzato da un’attenta supervisione che va rafforzata anche da meccanismi di tutela. Questi settori non possono essere lasciati al principio del laissez faire.

La libera evoluzione del mercato potrebbe condurci in questo caso verso assetti ‘inefficienti’ le cui criticità graveranno sugli users finali di questi prodotti: le aziende agricole. Queste inefficienze potrebbero inoltre esprimersi attraverso un incremento dei prezzi (e quindi dei costi produttivi per le aziende). Ripercussioni negative potrebbero inoltre essere generate dalla riduzione della biodiversità e della distintività , elementi che invece contraddistinguono il settore agroalimentare made in italy.

Nel contesto di una forte competizione USA-Cina, se Verisem è strategica, perché il fondo americano che la possiede la cederebbe proprio ad una multinazionale cinese? Come si declina questa competizione sino-americana nelle sementi?

Questa operazione a nostro avviso è in netto contrasto con le dichiarazioni finali al G7 del summit Ue-Usa che parlano di “concorrenza e rivalità sistemica” nei confronti della Cina. Ed è per questo che riteniamo necessario che il Governo eserciti la Golden Power in modo tale che il controllo della Verisem con tutto il suo potenziale produttivo continui a poggiare sugli ‘interessi italiani’.

La CIA-Agricoltori italiani sostiene che la riflessione prioritaria deve riguardare le capacità di investimento del nuovo acquirente – non la nazionalità – e soprattutto la valorizzazione del marchio, affinché porti ricchezza a tutto l’indotto. Come rispondete a chi vi critica di farne una questione di nazionalità?

L’intervistato non risponde. 

“La tutela di Made in Italy è sicuramente prioritaria, ma occorre fare attenzione quando si parla del settore sementiero: se Verisem diventa di proprietà cinese, non significa che i semi o i prodotti diventano cinesi”, sottolinea sempre la CIA-Agricoltori italiani. Come rispondete?

L’intervistato non risponde. 

Come Vi spiegate un così forte iato tra la posizione di Coldiretti e quella di CIA-Agricoltori italiani?

L’intervistato non risponde. 

“È necessario che il governo eserciti la golden power in modo che il controllo della Verisem con tutto il suo potenziale produttivo resti sotto la bandiera italiana” invocate Voi di Coldiretti. Ma in che modo la golden power potrebbe essere attivata,  se la proprietà è di un fondo americano e le sementi non rientrano nella categoria di merci strategiche?

Non considerare questo comparto come strategico per le sorti del Made in Italy agroalimentare ci sembra un errore. Abbiamo appena toccato tutte le difficoltà che potrebbero generarsi. Il settore agroalimentare Italiano presenta importanti primati, dal valore generato alla biodiversità, dall’export alle produzioni biologiche. È importante sostenere questi buoni risultati attraverso tutte le leve possibili. La golden power è una di queste.

A parte l’attivazione della golden power, cosa ‘rimproverate’ al governo italiano, soprattutto al Ministro dell’agricoltura, Stefano Patuanelli, e al Ministro degli Esteri, con delega al Commercio estero, Luigi Di Maio? E nella gestione del dossier ‘Verisem’, i rapporti ‘privilegiati’ tra M5S e Cina, hanno, secondo Voi, avuto un peso?

Più che una questione politica preferiamo ragionare sui risultati che valorizzano e tutelano il made in italy agroalimentare. Tanto di buono è stato fatto ed è per questo importante proseguire in questa direzione. Gli accordi di libero scambio che in questi anni stanno proliferando con i Paesi terzi sono sicuramente un altro tema importante che deve essere attenzionato dalle istituzioni. Tra questi, l’Accordo tra Unione Europea e Cina sicuramente necessita di perfezionamenti volti a tutelare maggiormente le nostre produzioni. Pensiamo ad esempio alla solo ‘parziale’ tutela delle Indicazioni Geografiche o al tema delle barriere non tariffarie che spesso bloccano il cammino delle nostre produzioni agroalimentari verso la Cina. Riteniamo fondamentale inoltre che le discussioni poggino su un principio di base molto semplice, quello della ‘reciprocità’. Stesse regole e trattamenti sul fronte fitosanitario, sociale, ambientale e della salubrità dei prodotti alla base delle relazioni commerciali.

“Chiediamo un intervento concreto da parte del Governo per verificare se esistano i presupposti affinché possa costituirsi una cordata italiana per l’acquisizione di Verisem. Eventualmente, occorre operare per creare le condizioni che tutelino il ruolo dell’Italia come leader nel settore delle sementi”, avevano dichiarato i senatori della Lega in commissione Agricoltura e firmatari dell’interrogazione, Giorgio Maria Bergesio, Gianpaolo Vallardi, Rosellina Sbrana, Gianfranco Rufa, Cristiano Zuliani. Dopo queste parole, vi aspettavate uno sforzo maggiore da parte della Lega, componente della maggioranza che sostiene il governo?

Questa apertura sicuramente ci trova favorevoli e ci fa sperare in una risoluzione della questione con una regia italiana in grado di valorizzare effettivamente il settore e gli interessi del nostro Paese.

Per Verisem è scesa in campo anche una cordata tra Bonifiche Ferraresi e Fondo italiano d’investimento, controllato dalla Cassa Depositi e Prestiti. “Sul caso Verisem è giusto, opportuno e doveroso che il sistema Italia si attivi per difendere un patrimonio nazionale qual è la ricchezza unica, originale e distintiva dei nostri semi”, aveva commentato Federico Vecchioni, Amministratore Delegato di Bonifiche Ferraresi. Come avete valutato questa iniziativa?

L’ iniziativa ci trova favorevoli in quanto eviterebbe di portare fuori dai confini nazionali la guida di un settore fondamentale per l’agroalimentare Made in Italy.

Ci sarebbe dovuta essere una presa di posizione anche da parte dell’UE?

Nella direzione auspicata tutti le soluzioni a sostegno sono utili. Un intervento delle istituzioni europee è a nostro avviso auspicabile per tutelare le sorti del settore agricolo ed agroalimentare europeo.

“I produttori agricoli sono stretti in una tenaglia da pochi grandi gruppi multinazionali che dettano le regole” affermate Voi di Coldiretti, evidenziando la “perdita di potere contrattuale” degli stessi, soprattutto nel post-pandemia, anche dal punto di vista della ricerca scientifica. Secondo Camillo Gardini, Presidente della Compagnia delle opere (Cdo) Agroalimentari, “le democrazie occidentali dovrebbero porre in essere sistemi di protezione delle imprese nazionali da acquisizioni di imprese provenienti da altri Paesi, e collegate direttamente e/o indirettamente a fondi sovrani, in cui non viga un sistema democratico e di rispetto delle persone, del lavoro e dell’ambiente”. Quali suggerimenti Coldiretti si sente di dare alla politica? E nel futuro, ritenete necessaria una riflessione sulla golden power anche per il settore agricolo che, secondo Voi, dovrebbe diventare un settore strategico?

Il settore agroalimentare deve, a nostro avviso, rientrare tra i settori strategici. Si tratta di un vanto del Made in Italy in tutto il Mondo che genera ‘esternalità positive’ anche sull’ambiente garantendo, inoltre, la tutela e lo sviluppo dei territori rurali. Senza tralasciare il contributo fornito sul fronte sociale con la creazione di posti di lavoro, integrazione e la valorizzazione di territori a rischio abbandono nel Paese. Non dimentichiamo poi il ruolo assunto in termini economici con il settore agricolo che si pone come primo anello di una filiera agroalimentare che a cascata sostiene una molteplicità di comparti: dalla distribuzione alla ristorazione, dal turismo a tutte le altre attività connesse sempre più importanti per il settore e per il nostro Paese.

In questa cornice, è opportuno rafforzare anche la struttura Cai (Consorzi agrari d’Italia)?

E’ evidente la necessità per l’Italia di rafforzare il sistema dei Consorzi Agrari che sono un’importante struttura degli agricoltori italiani in grado di sostenere il potere contrattuale delle imprese agricole di fronte al crescente strapotere delle multinazionali. In questo perimetro di obiettivi si inserisce il progetto Cai (Consorzi agrari d’Italia) lanciato negli scorsi mesi con l’obiettivo di rafforzare la struttura agricola nazionale. Un passo fondamentale per competere con i grandi player globali in grado di operare massicci investimenti e per affrontare instabilità e fluttuazioni dei mercati sul fronte della produzione e distribuzione di cibo alla popolazione. Questa sinergia generata attraverso CAI consente agli agricoltori italiani di sfuggire alla morsa di un mercato – altamente concentrato e nelle mani di pochi player multinazionali – che spinge all’omologazione delle forniture, dei prodotti. Una soluzione che intende sostenere la preservazione e la continuità di quell’enorme ricchezza di biodiversità e distintività che fanno del nostro sistema agroalimentare un modello a cui guarda tutto il mondo.  Oggi i Consorzi agrari sono il riferimento di 300mila aziende diffuse capillarmente su quasi tutto il territorio, comprese le aree più difficili, ed hanno esteso la propria operatività, dall’innovazione tecnologica ai contratti di filiera, dalle agroenergie al giardinaggio, dalla fornitura dei mezzi tecnici alla salvaguardia delle sementi a rischio di estinzione e possono vincere la sfida del futuro con nuovi investimenti la sfida dell’agricoltura di precisione e dell’utilizzo dei big data.

A livello di comunità internazionale, il tema delle sementi come dovrebbe essere affrontato? 

Le recenti operazioni di ‘Merge and Acqisition’ (M&A) a livello internazionale che hanno ridisegnato il panorama delle sementi – ma non solo, se pensiamo anche agli agrofarmaci-, richiamano sicuramente l’attenzione e la necessità di una regolamentazione comune che tuteli e valorizzi gli user finali di questi prodotti: le aziende agricole, sempre più strette nella morsa di poche ‘grandi’ multinazionali.

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