lunedì, Aprile 19

I veri nemici di Modi

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Secondo la percezione popolare i punti di forza del Primo Ministro Narendra Modi sono la risolutezza, le forti convinzioni e l’instancabile impegno per lo sviluppo e la crescita dell’India. Se, a nove mesi dalla sua entrata in carica come capo del Governo, tale percezione sta iniziando a vacillare, personalmente ritengo che abbia ragione Ghulam Nabi Azab, il capo dell’opposizione presso il Rajya Sabha (la Camera Superiore del Governo Indiano): i veri nemici di Modi vengono ‘dall’interno’. In altre parole, i nemici sono sia i suoi alleati, sia alcuni elementi dal partito attualmente al potere Bharatiya Janata Party (BJP), nonché il mentore ideologico Rastriya Swayam Sevak Sangh (RSS).

Mentre scrivo queste parole, fonti molto attendibili mi informano che alcuni dirigenti estremisti del RSS stanno letteralmente minacciando Modi affinché si dia da fare per creare un Governo di coalizione formato dal People’s Democratic Party (PDP) e il BJP nello Stato ad alto rischio del Jammu-Kashmir. Sia Modi e il Mufti capo del PDP Mohammad Sayeed sono convinti che le ultime elezioni dell’Assemblea abbiano creato ‘un’opportunità storica’ non soltanto perché la valle del Kashmir a maggioranza musulmana e il Jammu a maggioranza Hindu siano ugualmente protagonisti nella costruzione della pace, della stabilità e della crescita dello Stato, ma anche per cementificare i rapporti tra il Kashmir e il resto dell’India.

Sia Modi che Sayeed si sono riconciliati con l’idea del pragmatismo politico. Bisogna riconoscere che Sayeed, futuro Primo Ministro dello Stato per i prossimi sei anni con una nomina del BJP, si è comportato in modo davvero pragmatico a proposito del controverso Armed Forces (Special Powers) Act, un provvedimento che consente all’esercito indiano alcune immunità operative. Lo stesso non si può dire dei leader estremisti del RSS, secondo i quali il BJP non dovrebbe impegnarsi in alcun compromesso per la cancellazione dell’Articolo 370 della Costituzione Indiana che consente al Jammu e Kashmir, unico tra tutti gli Stati e le province dell’India, una relativa autonomia.

Anche io sono contrario all’Articolo 370. Ho scritto praticamente ovunque di come quest’articolo, che doveva essere una misura temporanea, non porta esattamente la popolazione del Kashmir ad avvicinarsi al resto del Paese. Ma nelle ultime elezioni il BJP non ha parlato per nulla dell’abrogazione dell’Articolo; ha tutt’al più parlato del ‘dibattito nazionale sull’Articolo 370’. E parlare di dibattito non vuol dire automaticamente parlare di abrogazione. In ogni caso il dibattito sull’Articolo 370 andrà avanti a lungo, e l’eccessiva pressione che gli estremisti del RSSS stanno mettendo su Modi non è certo opportuna: stanno offuscando l’immagine del Primo Ministro e indebolendone la posizione all’interno del Governo.

Veniamo al ‘decreto sulla terra’, che ha emendato lo Land Acquisition Act (Atto sull’Acquisizione della Terra). Il provvedimento è stato modificato dal Governo Modi per eliminare la clausola che richiede il consenso di almeno il 70% dei proprietari per poter acquistare la terra per alcuni scopi precisi come la difesa, l’edificazione di alloggi per i poveri e la costruzione di strade importanti. Ora, i terreni saranno controllati dal Governo o da alleanze tra il Governo ed alcuni private, ma i contadini ed i proprietari dei terreni continueranno a ricevere un’immunità del 400% in più rispetto al normale prezzo della terra. Non entro qui nei meriti o nei demeriti di questo provvedimento. Il punto è che è stato promulgato dopo il sollecito del Gabinetto di Governo al Presidente Indiano. E i membri del cabinet coinvolti in quest’azione fanno parte dei partiti alleati, come Shiv Sena, Akalis e il Lok Janshakti Party.

In altre parole, il ‘decreto sulla terra’ è una faccenda di cui è responsabile l’intero Gabinetto di Modi, o il National Democratic Alliance (NDA) nella sua interezza. E adesso che il provvedimento è giunto in Parlamento per l’approvazione, la realizzazione di questo obiettivo è tanto una responsabilità del BJP quanto degli altri alleati. Ma le cose stanno andando nella direzione opposta. Il fatto che Shiv Sena stia minacciando rivolte per protestare conto questo provvedimento è davvero stupefacente! Gli altri alleati non sono ancora così testardi e insolenti, ma le loro reazioni pubbliche nei confronti del provvedimento vanno contro il ‘dharma’ (l’etica) del sistema di governo di una democrazia parlamentare.

A mio parere Modi dovrebbe chiedersi se davvero si merita alleati così, specie Shiv Sena. Prima lo estrometterà dal NDA, meglio sarà per il Governo e per il NDA stesso, anche se l’uscita di scena di Shiv Sena potrebbe complicare le cose per il Primo Ministro del BJP nello Stato di Maharashtra. Ma credo che il problema si potrebbe risolvere facilmente cooptando il Nationalist Congress Party del veterano Sharad Pawar (un tempo alleato del Congresso) il quale, ormai non è un segreto, vorrebbe unirsi o allearsi con il NDA. Modi e Pawar, perlomeno, sono sulla stessa lunghezza d’onda per quanto riguarda le politiche di crescita.

Come ho già detto più volte, alle ultime elezioni generali la gente ha votato per Modi e non necessariamente per il BJP. Hanno votato per Modi perché è un leader che ha parlato di crescita e sviluppo, senza glorificare la povertà. Diversamente dal BJP, la sua visione economica era completamente diversa da quella di Nehru, che era stata fino ad allora l’idea dominante. In altre parole, molti tra i sostenitori di Modi saranno felici di concedergli una possibilità (che si è guadagnato vincendo le elezioni) per sperimentare delle politiche economiche genuinamente conservatrici, simili ai Governi conservatori in Inghilterra, alle politiche repubblicane negli Stati Uniti e ai Governi Cristiano-Democratici in Germania.

Ciò detto, il BJP non è un partito conservatore, anche se parla della necessità di un forte apparato militare, un robusto nazionalismo e una forte cultura Hindu (buona parte dei dirigenti e dei sostenitori del BJP sono concordi su quest’ultimo punto, anche se sfortunatamente alcuni di loro sono dei veri fanatici). Sul fronte economico invece, a differenza di un vero e proprio partito conservatore, il BJP crede nel socialismo e nel populismo (teorizza infatti la realizzazione del ‘socialismo Gandhiano’). Il partito ha inoltre alti dirigenti che hanno letteralmente in odio la liberalizzazione dell’economia e la globalizzazione. Questi elementi, sia che appartengano al BJP sia che facciano parte del RSS, sono ugualmente contrari aldecreto sulla terra‘, e credono che il compito del Governo sia quello di fornire gratuitamente o con i sussidi ogni tipo di servizio. Non parlano, come Modi, di meno governo e più governabilità, né sottolineano l’importanza degli interventi costruttivi e formativi a favore dei poveri affinché essi non continuino ad essere poveri: vorrebbero anzi che gli indigenti rimanessero tali, così da usufruire dei servizi gratuiti e dei sussidi governativi.

Romanticizzano l’India descrivendola come un Paese agricolo, anche se di fatto l’agricoltura in sé non ha mai dato all’India una reputazione, né il benessere. Già prima di diventare una colonia inglese, gli indiani ricchi – ed erano certamente più ricchi degli Inglesi, e insieme alla Cina la nostra economia costituiva circa la metà del PIL mondiale di allora – guadagnavano grazie al commercio, sia all’interno del grande subcontinente indiano, sia all’estero. Non siamo mai stati grandi esportatori di prodotti dell’agricoltura, specie generi alimentari. Gli abitanti dei nostri villaggi erano autosufficienti per quanto riguarda i bisogni alimentari. Importavamo gioielli, lana, frutta secca e acqua di rose dal Golfo Persico; caffè, oro, spezie e miele dai Paesi arabi; the, zucchero e seta dalla Cina; oro, muschio, abiti di lana; carta, metalli come il rame, il ferro e il piombo dall’Europa. Il nostro benessere si basava sul fatto che le nostre importazioni erano inferiori alle esportazioni di cotone, oggetti di artigianato, seta grezza, scialli e pashmine; indaco naturale, oppio, pepe e altre spezie esotiche, pietre preziose.

Siamo diventati poveri sotto il regime coloniale, quando siamo stati costretti a diventare una nazione di importazione di prodotti e materiali grezzi che, ironia della sorte, provenivano dalla nostra stessa terra – metalli e minerali. L’India persa la sua forza imprenditoriale e la gente fu obbligata a dipendere sempre più dall’agricoltura per garantirsi la sussistenza. In altre parole, la nostra povertà era strettamente legata alla dipendenza dall’agricoltura della maggioranza della popolazione. Anche oggi l’agricoltura è l’impiego più diffuso in India, con il 45% degli indiani che dipendono da essa. E la verità è ancora più amara, perché molti agricoltori non lavorano in maniera continuativa, poiché nell’agricoltura il lavoro a tempo pieno è soggetto a diverse variabili. Non c’è abbastanza terra per coltivare su larga scala, visto che il 60% dei proprietari hanno un appezzamento più piccolo di un ettaro. Molti dipendono ancora dalle piogge monsoniche, e la resa delle colture è bassa in confronto al resto del mondo; strategie di irrigazione e coltivazione errate stanno impoverendo i terreni con livelli scorretti di alcalinità, salinità e saturazione idrica, danneggiando la fertilità del suolo.

La mia opinione è che il modo migliore per aiutare i disoccupati, i sotto-occupati e gli agricoltori in Inia non sia di continuare a imporgli l’agricoltura, ma di dar loro i mezzi affinché abbiano la possibilità di scegliere. Perché i nostri governanti non incoraggiano la ripresa dell’imprenditorialità nei nostri villaggi? Sono sicuro che il modo migliore per porre fine alla disoccupazione e alla sotto-occupazione sia quello di promuovere la piccola impresa nei villaggi. Dobbiamo renderci conto che non sempre le grandi aziende rendono un Paese più ricco. Prendiamo il caso del Giappone, uno dei Paesi più industrializzati del mondo. Secondo una statistica del 1996, su un totale di 6,5 milioni di imprese, 6,4 milioni erano piccole e medie imprese, responsabili del 98,8 dei profitti. E negli anni successivi la situazione non è molto cambiata.

Se si guarda al ‘decreto sulla terra’ da questo punto di vista, Modi ha certamente ragione. Ma ci sono nemici interni pronti a farlo deragliare. Deve combatterli. Arrendersi vorrebbe dire tradire il proprio mandato. Deve rendersi conto che i suoi veri amici sono le persone, il popolo. Deve dire ai suoi nemici, che siano del NDA, del BJP o del RSS, che se non si comporteranno in maniera responsabile si rivolgerà al popolo, e non aspetterà il 2019.

traduzione di Marta Abate 

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