venerdì, ottobre 19

Verdiglione paga il reato di antipatia? Fosse dieci, cento volte di più quello di cui lo si accusa di essere, per questo lo si deve lasciar agonizzare in una struttura carceraria?

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Armando Verdiglione: in anni passati uno psicanalista da molti guardato con sufficienza, sospettosi dei suoi metodi; parecchio discusso, criticato; ma anche regista e artifice di eventi di grande attrattiva. Ai suoi convegni potevi incontrare Jorge Luis Borges,Ferdinando ArrabalEugene IonescoHenry-Bernard LevyAndre’ Glucksmann… Tiene banco per una ventina d’anni, ha una sua casa editrice, una rivista, sedi sfarzose. Poi, fatalmente, incappa in una serie di guai giudiziari. Ci sono condanne, assoluzioni, patteggiamenti, rimborsi, sequestri… di Verdiglione si perdono le tracce. Non che sia fuggito, si sia dato latitante. Sono i giornali che alle sue vicende non sono più interessati. Il suo nome non fa piu’ notizia. Che fine ha fatto? Chi ha seguito le cose, dice che in seguito a una condanna, deve scontare in carcere un residuo di pena. Lui potrebbe ancora dare battaglia, ma e’ stanco, sfiduciato. Mi volete?, sembra dire. E allora eccomi qui. Si presenta al carcere di Opera, finisce in cella.

    Solo che saranno gli anni che cominciano a pesare; sara’ la condizione carceraria, quello che si vuole, ecco che il fisico cede. Verdiglione viene ricoverato nella infermeria del carcere, ma ci vuole ben altro; e per qualche imperscrutabile ragione, di arresti domiciliari non se ne parla. Questa, a colpi d’ accetta, la storia.

   Il lettore non chieda, ora, dettagli sulla vicenda giudiziaria che vede protagonista Verdiglione. Non e’ qui la carne del problema. Il fatto che si vuole evidenziare e’ quello di una persona che al di la’ di quello che gli viene addebitato, accetta socraticamente la pena che i giudici gli hanno inflitto. Una persona che spontaneamente si e’ presenta in carcere; la cui salute, per questa detenzione, e’ gravemente compromessa.

   Vale per Verdiglione e per tutti i detenuti: nel momento in cui lo Stato priva della libertà un cittadino, automaticamente si fa garante della sua incolumità fisica e psichica. E’ un diritto del cittadino detenuto, e’ un dovere dello Stato. Semplice, chiaro, cristallino. E’ un qualcosa che corrisponde alle elementari regole del vivere in una collettività; e’ quello che prescrive la Costituzione. Senza ‘se’, senza ‘ma’. Per questo Verdiglione (i tantiVerdiglione ristretti nelle carceri italiane), va difeso, sostenuto; la sua ‘causa’ sollevata.

    E’ qualcosa di cosi’ elementare che imbarazza perfino doverla ribadire, spiegare. Tuttavia, si contano nelle dita delle mani le voci che si sono levate, e hanno sollevato questa questione. Conviene chiedersi come mai.

    Una risposta possibile: Verdiglione e’ ‘antipatico‘, e paga questo suo essee ‘antipatico’. Non e’ socio di ‘circoli’ politicamente corretti. Non ha buona fama, non più almeno; paga invidie passate, molti lo ritengono una via di mezzo tra il cialtrone e l’imbroglione. Diamo pure per concesso che sia tutto vero. E dunque? Fosse dieci, cento volte di più quello di cui lo si accusa di essere, per questo lo si deve lasciar agonizzare in una struttura carceraria? Che problema di ordine pubblico costituisce il lasciargli scontare la pena ai ‘domiciliari’? Che cosa, insomma, ci impedisce di insorgere? Perché si e’ in pochi a farlo?

   Non e’ una novità, del resto, questo ‘garantismo’ a corrente alternata. Si possono fare decine e decine di altri casi. E’ un malcostume diffuso: ci si mobilita, si leva la propria voce quando a essere colpita e’ la nostra ‘parte’, qualcuno della ‘comunità’ a cui si appartiene. Se invece si tratta del caso di un appartenente a una fazione avversaria, allora si volta la testa, si tace. Erano gli anni ’80 quando per la prima volta mi sono trovato a fare i conti con questo modo di fare. Un ragazzo di destra languiva malato nel carcere romano di Rebibbia, in attesa di un processo che mai arrivava. Ci volle del buono, per riuscire a fargli dare almeno i domiciliari; al processo venne poi assolto con formula piena. Nessuno dei miei amici della sinistra di allora volle fiatare.

   Cosi’ anche ultimamente: quando il leader della Lega sente l’esigenza di riformare la giustizia? Quando la Lega viene condannata per la storia dei 49 milioni di euro; quand’e’ che il M5S sente l’esigenza di occuparsi di giustizia e di Consiglio Superiore della Magistratura? Quando al CSM viene eletto come vice-presidente un candidato diverso da quello da loro designato…

    Così il ‘caso’ Verdiglione: ci dice che si deve partire dai fondamentali. Da quel volterriano: non condivido nulla di ciò che dici, ma mi batterò per il tuo diritto di dirlo; dalla Costituzione, che obbliga lo Stato a garantire salute fisica e psichica a quei cittadini a cui, per qualsivoglia ragione, si priva la libertà.

   Al ministro della Giustizia (ma vale, il discorso, per tutti i componenti del Governo): trovi il tempo di andare a visitare un qualsiasi istituto di pena. Naturalmente – e’ ovvio – visite senza preavviso, non concordati caroselli a beneficio telecamera.

  Infine una raccomandazione-appello a quanti hanno a cuore le questioni della giustizia giusta, e sono garantisti nel senso autentico e preciso del termine: vadano a firmare le otto proposte di legge di iniziativa popolare promosse dal Partito Radicale; la Giustizia giusta, quella per cui si sono battuti Marco Pannella e Leonardo SciasciaEnzo Tortora e tanti con loro, passa anche da lì. Perché non ci sia, un giorno, avete appena finite di leggere.

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