lunedì, Giugno 14

Vera e il treno della memoria Dai campi di sterminio nazisti l’appello ai giovani di una delle madri di Plaza de Mayo, simbolo della dignità umana e dei sopravvissuti alla Shoa: no alla piaga dell’indifferenza, si all’ impegno nella lotta per la difesa della democrazia e dei diritti umani ovunque siano calpestati

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“L’emozione è forte, di quelle che ti segnano, ti trasformano….è come entrare negli orrori Storia, la più tragica vissuta  dall’umanità… lo scenario è agghiacciante, inimmaginabile…” Sono  le prime reazioni di alcuni dei 550  studenti che, scesi dal ‘Treno della memoria’ organizzato dalla Regione Toscana,  mettono piede ad Auschwitz, il più grande campo di  sterminio nazista, ove furono passate per i forni crematori 1 milione e mezzo di persone, uomini, donne,  anziani, bambini, ebrei, rom, comunisti, buddisti, portatori di handicap, vittime innocenti del progetto di sterminio attuato da Hitler e  dai suoi collaboratori. Tra loro vi è anche una ragazza cinese, della comunità di Prato, la diciottenne Luisa Xu che frequenta l’Istituto Tecnico Dagomari e il cui viaggio è offerto dal Tempio buddista pratese,  per ricordare che anche quella comunità, concentrata prevalentemente a Milano (erano circa 300 commercianti di sete) finì nei campi di sterminio nazisti. E’ da 11 anni, dal 2002 che la Regione Toscana, in collaborazione con il Museo della Deportazione di Prato, organizza il ‘Treno della memoria‘ con cadenza biennale.   

Sono già 6 mila sono gli studenti – medie superiori e universitari – che, a seguito di percorsi didattici portati avanti dai loro insegnanti, hanno intrapreso questo lungo e doloroso viaggio nell’Olocausto.  Anche in questo viaggio, tuttora in corso, gli studenti sono accompagnati oltreché dagli insegnanti anche dai testimoni sopravvissuti a quell’orrore: stavolta sono otto, a ciascuno dei quali, prima della partenza  è stato assegnato il Pegaso d’oro, alta onoreficenza della Regione TGoscana. Vale la pena ricordare chi sono: le sorelle Tatiana  e Andra Bucci, che ancora ragazzine furono deportate Birkenau, da dove   riuscirono a scampare agli esperimenti di Mengele; Vera Michelin Salomon, Kitty Braun, Marcello Martini, Gilberto Salmoni, Antonio Ceseri (alla memoria) e Vera Vigevani Jarah.  

In questi tempi  segnati da sottovalutazione indifferenza e tolleranza verso i rigurgiti fascisti e nazisti, dal   disinteresse verso le sofferenze di chi ha pagato con la vita la nostra libertà e  la nostra democrazia per assicurarci 70 anni di pace in Europa, simili iniziative rivestono  un particolare significato che va oltre il ricordo, la memoria, la rievocazione. Lo dice con parole accorate Tatiana Bucci: “mi tormento assistendo a quanto sta succedendo oggi, quando non siamo ancora pronti ad accettare e tantomeno ad accogliere chi è diverso. Non credo no che potrebbe riaccadere un Olocausto, ma stanno avvenendo cose terribili. Appena ieri è affondato l’ennesimo barcone in acque libiche, con i suoi 117 morti. Avete visto qualcuno rivoltarsi o lanciare un grido di allarme? Tutto questo procura molto dolore”. Lo spiega in  poche parole il Presidente della Toscana Enrico Rossi:  “Quando settant’anni fa o poco più, Auschwitz e gli altri campi di sterminio furono aperti, tutt’intorno c’erano villaggi, come oggi. Si vedevano il fumo e treni carichi di persone arrivare, si sentiva l’odore della carne bruciata. C’era il fumo e la gente sapeva. O sospettava. Perché  non hanno reagito? Hanno semplicemente voltato gli occhi dall’altra parte. L’indifferenza è un male e il Treno della memoria toscano vuole essere un antidoto anche per questa piaga”. Dunque, l’invito ai giovani è quello di “non restare indifferenti di fronte agli orrori e alle tragedie che ancora oggi accadono nel mondo, ogni volta che vengono calpestati  i diritti delle persone”.

Che orrori  di stampo nazista possano ripetersi,  lo sa bene una delle otto persone che   porta incise nella memoria e nel cuore le piaghe di  ben due genocidi: quelli compiuti dai nazisti ad Auschwitz  nei campi di sterminio e  su suolo italico, e quelli di cui si sono macchiati gli uomini  di Videla, durante gli anni della dittatura militare in Argentina  dal 1976 al 1983. Vera Vigevani Jarah è forse l’unica  ad esser passata da una dittatura all’altra. Vera è una delle straordinarie ‘Madres de Plaza de Majo-Linea Fundadora’. Giornalista e scrittrice (corrispondente dell’Ansa e collaboratrice alle pagine culturali de La Stampa), si dichiara “militante della memoria”. E la sua è piena di eventi dolorosi che ne hanno segnato la vita: la fuga  nel ’39 della famiglia di origine ebraica da Milano, sua città natale, a seguito delle leggi razziali, la perdita del nonno Ettore deportato ad Auschwitz, la perdita della figlia 18 enne, Franca Jarah  rapita dai militari, torturata e uccisa. E della quale non è stato mai ritrovatro il corpo. Franca è una delle migliaia di ‘desaparecidos’ uccise nei ‘Voli della morte’ (quando le persone venivano gettate dall’aereo e l’ammiraglio Mendia, comandante delle operazioni navali,  chiedeva alle autorità ecclesiastiche se quella fosse “una forma cristiana e poco violenta di eliminare i prigionieri”.  

Vera, a quasi 91 anni, è lucida e combattiva come quando organizzò la protesta delle madri sfidando il regime. “Quando una legge è ingiusta” – ha detto – “bisogna avere il coraggio di contrapporsi, come abbiamo fatto noi in Plaza de Majo e, successivamente, per  ottenere la riapertura dei processi contro i responsabili di quei crimini”. Quello della disubbidienza civile  è un tema che ritorna quando ci troviamo di fronte a leggi ingiuste e incostituzionali.  Vera, su proposta del consigliere regionale Tommaso Fattori (‘Sì Toscana a sinistra’)  era già stata insignita nel novembre scorso del Gonfalone d’argento della  Regione Toscana, poiché dal 2015 data la sua partecipazione quale testimone e vittima delle tragedie del ‘900 alle iniziative della Regione Toscana su queste tematiche. Alla coraggiosa lotta di quelle donne, lo scrittore uruguaiano Edoardo Galeano ha dedicato un memorabile elogio:  “Se il mondo sopravviverà  e i professori di storia dei tempi futuri spiegheranno il XX secolo attraverso i suoi simboli mostreranno ai loro allievi la bottiglia di Coca Cola, il pallone di calcio, la televisione, il computer la bomba di neutroni e, per spiegare la dignità mostreranno il fazzoletto bianco delle madri di piazza de Mayo”.

Vale a dire quelle donne che con un fazzoletto bianco in testa cominciarono a ritrovarsi ogni giovedì intorno all’obelisco della  famosa piazza di Buenos Aires, davanti alla Casa Rosada sede del dittatore Videla per chiedere notizie dei figli e familiari scomparsi e manifestare il loro dissenso nei confronti della dittatura  che insanguinava l’Argentina. E “Vera è il simbolo della dignità e della verità”, sono le parole del Presidente del Consiglio toscano Eugenio Giani.  Ma Vera è stata anche protagonista della lotta perché i responsabili di quei crimini fossero sottoposti a regolare processo e condannati. Una lotta lunga e irta di ostacoli e resistenze  la sua – mi dice Orlando Baroncelli,  scrittore e  profondo conoscitore  di quel terribile periodo storico, autore del libro “Su la testa Argentina”  Premio Firenze per le Culture di Pace del 2009 dedicato a Tiziano Terzani.

“Fu proprio in occasione dei processi  svoltisi in Italia, in quanto molte vittime erano di origine italiana,  a partire dal 1997 che conobbi Vera Vigevani Jarah. Proprio su quei processi nella seconda e aggiornata edizione del libro riporto un’ampia intervista con Vera sull’importanza di quei processi conclusisi con condanne all’ergastolo per i maggiori responsabili  di quei crimini, processi che aprirono la strada anche a quelli tenuti poi in Argentina. Ancora stiamo lavorando” – mi dice Vera in quella intervista – “affinché si riuniscano cause giudiziarie: cosa non tanto semplice. Al momento sono state emesse 350 condanne dei repressori. Solo i desaparacidos  (senza contare le migliaia di vittime, oppositori e sospettati tali, donna, ragazzi, preti e anche Vescovi) si calcola siano 5 mila. La stessa V era, aggiunge Baroncelli, chiese direttamente al Presidente Kirkner la riapertura dei processi e si rivolse anche alla Merkel. E’ una donna straordinaria e coraggiosa. Mi confidò che se fosse rimasta in Italia, sarebbe diventata una giovane staffetta partigiana.  Ma, nonostante le sofferenze subite, il suo sguardo è sempre rivolto con fiducia al futuro. Ed ha trasformato il dolore in instancabile opera di educazione rivolta ai giovani”. Quale insegnamento  dare ai giovani lo dice lei stessa: “ricercare la verità e la giustizia, superare l’indifferenza, assumersi l’impegno a sostegno dei diritti umani  della lotta pacifista senza violenza, a non guardare dall’altra parte. Quello no .E la memoria serve per evitare che si ripetano le atrocità del passato,  perché la storia propone sempre grandi analogie”.

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