domenica, Giugno 20

Venti di guerra image

0

burning-euflag1_Greek_Crisis_EU

 

Questo venerdì l’Europa parte per il week end con un’angoscia nuova.

Il cinismo occidentale, declinato nelle varietà dallo scandinavo al latino, potrebbe rivelarsi l’unico collante possibile di un’Unione Europea ridotta all’angolo del ring internazionale da una gragnuola di colpi di cui ormai sente distintamente il rumore secco e minaccioso.

L’odore del sangue esce dagli schermi televisivi e dai monitor dei pc. I venti di una guerra vera, atroce, mai così vicina nella percezione della sua enormità per le generazioni che hanno, a denti stretti, mantenuto la pace per settant’anni si presentano con livida nettezza, emergendo con forza crescente dai rottami di un aereo malese abbattuto in Ucraina e dalla marcia polverosa e cruenta dei carri armati israeliani nella striscia di Gaza.

La crisi stavolta non ha le parole, il glossario dell’economia. Le cronache hanno dimenticato i vari spread, bund, spending review, i tecnicismi espressi in inglese forse per attenuarne l’effetto sui popoli che ne subiscono gli effetti più duri, quelli latini.

Ora si parla di morti, di civili inermi e innocenti  trucidati nelle loro case, sacrificati nel tentativo israeliano di estirpare le basi terroriste di Hamas in un’escalation di ferocia ormai quasi cieca.

O esplosi in cielo mentre andavano a un congresso, o in vacanza, 298 persone tra cui 80 bambini, tirati giù con un missile terra aria in dotazione sia ai russi che, di straforo, agli ucraini filo-Putin, sembra inchiodati questi ultimi da intercettazioni telefoniche.

L’Europa oggi ha paura. L’intreccio inestricabile di interessi, alleanze, necessità tra loro contrastanti ha reso finora impossibile anche l’abbozzo di una politica comune. Chi dipende dal gas russo-ucraino ha esigenze diverse da chi può farne a meno, chi è proteso geograficamente nel Mediterraneo è più sensibile alle problematiche mediorientali, tanto per fare due esempi basici, lo stesso vale per la guerra del petrolio che ha dominato la seconda metà del secolo passato e che non ha perso mai vigore.

Certo è che l’occasione, per il neonato parlamento europeo, di dare un segnale forte di indipendenza e unità è a portata di mano. Servono  statisti e non politici di piccolo e medio cabotaggio, come purtroppo appaiono essere gli attuali leader europei, davanti a scenari  estremi come quelli che si profilano la sostanza di uomini e nazioni verrà fatalmente allo scoperto.

Personalmente credo che se reazioni di un certo spessore ci saranno, da parte dell’Unione, saranno rivolte più all’incredibile abbattimento del Boeing della Malaysia Airways. Già nello scorso marzo un aereo di questa compagnia era scomparso nel nulla sulla rotta di Kuala Lumpur, e dopo lo sbandieramento di presunti ritrovamenti dei rottami, non se n’è saputo più nulla. Stavolta la natura della tragedia nel cielo ucraino sembra chiara, un orrendo attentato eseguito con fredda determinazione.

A noi italiani torna in mente la ferita, ancora aperta da 34 anni, degli 80 morti di Ustica. Una vicenda la cui verità traspare in filigrana ormai da molto tempo, raccontando la storia di una battaglia aerea con i francesi decisi ad abbattere il jet che trasportava il colonnello Gheddafi nell’Europa dell’est e i caccia italiani alzatisi a difesa del nostro spazio aereo e, soprattutto, delle intese sotterranee in tema di idrocarburi col leader libico.

Certamente l’Itavia non fu un bersaglio cercato, si trovò nel posto sbagliato al momento sbagliato, con ogni probabilità, a differenza del jet malese, deliberatamente colpito.

Allora la ragion di Stato impedì di rendere pubblica una realtà gravissima, che avrebbe scioccato l’opinione pubblica di mezza Europa, con conseguenze imprevedibili ma potenzialmente molto gravi.

In Ucraina i fatti appaiono decisamente più chiari, ma la prudenza non è mai troppa. Chi ha interesse a mostrare al mondo i filorussi come spietati assassini di civili innocenti? Una domanda che è bene non perdere di  vista, in queste ore di ansia.

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->