mercoledì, ottobre 24

Venti anni di Corte Penale Internazionale, lanciato il ‘Nuovo Patto’ Barnum Italia. Leoni, funamboli, ippopotami e pagliacci / 28

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Il 18 luglio 1998 veniva presentato in Campidoglio lo ‘Statuto di Roma’ che istituiva la ‘Corte Penale Internazionale’. Venti anni dopo è tempo di bilanci ma soprattutto di un rilancio, con la proposta operativa di un ‘Nuovo Patto’.

Questi i passaggi fondamentali che portarono all’approvazione. Nel novembre 1993 è Emma Bonino a consegnare all’allora Segretario Generale dell’Onu, Boutros Ghali, 25.000 firme raccolte in tutto il mondo a favore dell’istituzione del ‘Tribunale Penale Internazionale’ sui crimini commessi nella ex-Jugoslavia. Poi giusto un anno dopo, novembre 1994, è sempre la Bonino in qualità di portavoce del Governo italiano alle Nazioni Unite a rilanciare il progetto dell’istituzione del ‘Tribunale Penale Internazionale’ permanente per i Crimini contro l’umanità. Proponendo che sia l’Italia ad ospitare l’appuntamento finale per l’adozione dello Statuto del Tribunale. Così nel luglio 1988 si tiene a Roma la Conferenza per l’istituzione del ‘Tribunale Penale Internazionale’. Il 17 sono ben 120 i Paesi che ne approvano lo Statuto. Il giorno dopo, il 18 luglio 1988 appunto, la proclamazione formale in Campidoglio con il Segretario Generale dell’ONU in carica, Kofi Annan.

Vent’anni dopo, come in un romanzo di Alexandre Dumas, è tempo dunque di un ‘Nuovo Patto’, dicono fondatori ed attuali animatori. Come ricostruiscono puntualmente, e rilanciano, Gianfranco Dell’Alba e Niccolò Figà Talamanca, Presidente e Segretario di ‘No Peace Without Justice’, ‘Non c’è Pace Senza Giustizia’, storico soggetto promotore dell’approvazione, tenace difensore delle prerogative, motore del rilancio.

«Nelle settimane di caldo soffocante trascorse a Roma nel 1998, durante gli intensi negoziati sullo Statuto di Roma per la creazione della Corte Penale Internazionale, Emma Bonino partecipava da un lato come rappresentante della Commissione europea, dall’altro simbolicamente accampata fuori la sede della FAO che ospitava i lavori, insieme ai militanti del Partito Radicale Transnazionale e degli altri attivisti che spingevano, come recitava un enorme striscione ‘Per risultati concreti’. Il Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Yugoslavia era appena stato istituito e Emma Bonino, fondatrice di Non c’è Pace senza Giustizia, insieme a Marco Pannella, Robert Badinter, Ben Ferencz, Cherif Bassiouni e molti altri, capirono che i tempi erano maturi per spostare gli obiettivi della campagna verso una giurisdizione penale internazionale permanente. A vent’anni di distanza, è un buon momento per chiedercelo: “Oggi, nel 2018, siamo dove vent’anni fa ci saremmo aspettati di essere?”. Non è una domanda semplice e non ha una risposta semplice. In un certo senso, sì. Pensavamo che l’adozione dello Statuto di Roma avrebbe improvvisamente significato che tutti avevano la volontà politica di rispettare e applicare il diritto internazionale umanitario, i diritti umani e il diritto penale? No, non lo pensavamo. Pensavamo che l’esistenza della Corte avrebbe messo fine ai crimini di guerra, ai crimini contro l’umanità e ai genocidi? Certamente no. Pensavamo che quando la Corte avesse iniziato il suo lavoro sarebbe stata una navigazione tranquilla, con i colpevoli incriminati e le vittime risarcite? No, non pensavamo neanche questo. Con tutte le sue promesse, sapevamo e tuttora sappiamo che la Corte di per sé non può porre fine ai crimini di guerra, contro l’umanità e ai genocidi. Tanto meno può essere la soluzione per questioni ancora più grandi, come la pace, la riconciliazione, lo stato di diritto e la ricostruzione. Quindi, in questo senso, siamo dove pensavamo di essere, con tutte queste sfide che continuano ad essere di fondamentale importanza e continuano a richiedere soluzioni innovative. Per altri versi però non siamo dove pensavamo di arrivare. Nel 1998, non abbiamo mai pensato che lo Statuto di Roma potesse entrare in vigore così rapidamente. Dopo la firma dello Statuto, sapevamo che sarebbe stato difficile farlo entrare in vigore, ma siccome lo credevamo possibile, abbiamo proseguito la nostra campagna per raggiungere rapidamente la ratifica, sensibilizzando governi e opinione pubblica in tutto il mondo. Ci siamo riusciti, mai immaginando che questo duro e complesso lavoro avrebbe portato i suoi frutti in meno di 4 anni. E non avevamo mai pensato neppure di assistere alla ‘corsa’ alla ratifica dell’aprile del 2002 – con dieci Stati che fecero a gara per essere tra i ‘primi 60 a ratificare’ – che il 1° luglio 2002 consentì l’entrata in vigore dello Statuto. Oggi, nel 2018, percepiamo un sentimento molto diverso. Uno Stato (il Burundi) si è ritirato dallo Statuto, un altro (le Filippine) lo farà all’inizio del prossimo anno, altri due (Sud Africa e Gambia) sono stati sul punto di farlo. Siamo consapevoli che una certa disaffezione, oltre al diverso clima che si respira a livello internazionale, è dovuta anche ad un funzionamento non ottimale della Corte stessa. D’altro canto è necessario che la comunità internazionale compia uno sforzo maggiore per sostenere la Corte. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU dovrebbe fare di più per affrontare la ‘non-cooperazione’, per esempio intervenendo quando i latitanti, secondo la Corte, trovano accoglienza negli Stati che ne fanno parte. L’Unione Europea e gli Stati che la compongono devono fare di più: il contributo dell’UE, dei suoi Stati membri e dei suoi cittadini ai negoziati di Roma è stato straordinario. L’UE dovrebbe oggi assumere un ruolo più attivo e dare maggiore sostegno alla Corte, anche attraverso la creazione di un Rappresentante Speciale per il Diritto Internazionale Umanitario e la Giustizia Internazionale. L’UE, oltre a dire alle vittime di essere dalla loro parte, dovrebbe riprendere il proprio ruolo guida di vent’anni fa, avuto prima, durante e dopo l’adozione dello Statuto di Roma. Come Non c’è Pace Senza Giustizia, insieme a tutti coloro che non si sono mai riposati sugli allori, siamo fermamente convinti dell’importanza e del valore dei principi fondamentali della Corte. Continuiamo a credere che non ci possa essere alcun rifugio sicuro per i criminali di guerra e che nessuno dovrebbe pensare di poter commettere impunemente crimini contro l’umanità».

Obiettivi che si allargano in un contesto addirittura più ampio, come spiega Emma Bonino. «Attraverso le sue campagne e iniziative politiche a livello globale ‘Non c’è Pace Senza Giustizia’ intende concentrarsi su quelle situazioni in cui i principi universali e fondamentali vengono spesso messi da parte in nome della stabilità politica e di una presunta incompatibilità culturale. ‘NPWJ’ incoraggia la presa di coscienza, promuove dibattiti pubblici e stimola la mobilitazione politica di attivisti, parlamentari e Governi per promuovere i diritti umani, la democrazia, lo Stato di Diritto e la Giustizia penale internazionale. Con piccole risorse, con la forza della sua risolutezza». E non è male che, in controtendenza, proprio dal Paese del ‘Barnum Italia’ modesta porzione del ’Global Barnum’, parta e venga sostenuto un progetto così importante, e di così lunga portata e prospettiva.

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Sull'autore

Giornalista. Editore con ‘La Voce multimedia’