mercoledì, Settembre 22

Venti agnelli per un Rolex

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Diritto che si nutre di una violenza, che le investigazioni clandestine ci mostrano in  tutto l’orrore che anima i luoghi della mattanza, dove esseri miti per antonomasia e innocenti per definizione, strappati alle madri, dopo  viaggi terrorizzanti, vengono pesati, appesi per le zampe, uccisi  con un coltello che recide la gola e che a questo punto si vorrebbe affilato, ma non sempre lo è e allora l’agonia si prolunga: belati disperati, sangue ovunque, gemiti e strida, che si mischiano alle urla degli addetti ai lavori. Sono immagini e video che forano quei meccanismi di occultamento e negazione che, nel mondo occidentale, avvolgono tante forme di violenza, in difesa di quella che ci piace chiamare sensibilità: anime belle  e amanti degli animali quali ci  consideriamo, certe immagini proprio non le sopportiamo; ma certo non al punto di rinunciare all’onnipresente piacere della tavola, quale che sia il prezzo che altri, altri animali, pagano.

C’è dell’altro: esiste un mondo di uomini a cui viene delegato di svolgere in prima persona il lavoro sporco: bistrattare e poi sgozzare esseri indifesi, farlo ogni giorno, a catena di montaggio, opponendo la tenace determinazione a portare a termine il compito ai gemiti e ai belati, alle invocazioni di aiuto e alle grida di dolore, non resta senza conseguenze. Molti di loro non hanno scelto di fare quello che fanno, ma  di certo fare quello che fanno, qualunque fosse la loro realtà di uomini prima che tutto cominciasse, non può che trasformarli: e non certo in senso positivo, perché, per resistere,  non possono che sviluppare indifferenza e insensibilità al dolore altrui. Della trasformazione di tutti costoro, che sono  la mano della mattanza, dobbiamo prendere atto e capire che siamo noi con le nostre richieste di consumatori a portare  la  responsabilità di quello che li induciamo a fare: siamo noi i mandanti di quel lavoro sporco di macellatori, che da sempre  nel corso della storia è appannaggio delle fasce più derelitte della popolazione.

Una società che in parte non si vergogna di esporre cadaveri di agnelli, appesi a testa in giù ai ganci delle macellerie, in parte invece preferisce che il ‘prodotto’ che arriva sulla tavola sia irriconoscibile e non rechi tracce dell’animale da cui proviene, convive, ammette, incentiva una forma di inammissibile violenza, anche se legalizzata,  e, in quanto tale, impunibile e neppure riconosciuta come tale.
I suoi miasmi non possono che intaccare le nostre vite e le nostre coscienze esattamente come succede nelle società che ammettano la pena di morte: la mitezza è al bando e in modi indiretti e diversificati ognuno ne sarà contaminato. Nessuna società può essere considerata giusta e pacifica se al proprio interno la pratica della violenza è abitudine quotidiana, chiunque ne sia la vittima, senza distinzione tra quelle umane e quelle animali.

E’ in questo quadro che si situa l’orrido scambio di un Rolex con la vita di venti agnelli, dietro il paravento assolutorio di un atto altruistico, ‘per portare gioia e lievito di generosità’: ma come non capire? Nessun fine può essere giustificato da un mezzo che si nutre di sofferenza e ingiustizia; nessuna ingiustizia può essere riparata da un’altra ingiustizia: da una violenza tanto estrema non può che derivarne un’altra, che passa attraverso la desensibilizzazione, che ci induce a ritenere normale che il nostro benessere sia pagato con la disperazione altrui. Come non capire che celebrare una festa che si vorrebbe di pace con riti sanguinari ci definisce nel peggiore dei modi come esseri viventi? Solo una diversa  alleanza tra tutti i viventi, solidale, rispettosa, amichevole verso ogni vita,  nessuna esclusa, può  aprire una strada, in direzione ostinata e contraria, verso i luoghi di garbo e di gentilezza che  ognuno dovrebbe poter abitare su questa terra.

Don Antonio Tamponi, nei sui sforzi difensivi rispetto alle tante critiche ricevute, afferma di essere uno che gli animali li adora: francamente credo sia giunto il momento di pretendere che il linguaggio smetta di essere il luogo della falsificazione e dell’inganno. E che parlare d’amore smetta di essere vaniloquio.

Buona Pasqua a tutti, umani e non umani.

 

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