giovedì, Maggio 6

Venti agnelli per un Rolex

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Tra le variegate notizie che la cronaca ci fa pervenire, tra tragedie e commedie di ogni entità, capita di leggere anche questa: don Antonio Tamponi, vicario vescovile e parroco della Cattedrale di Tempio Pausania, provincia di Sassari, al termine della messa annuncia ai suoi fedeli di voler mettere a disposizione il suo Rolex in cambio di venti agnelli.

Un paio di domande si affacciano alla mente: la prima, Ma cosa ci faceva il parroco con un Rolex?“, è subito soddisfatta  dalle sue stesse spiegazioni: trattasi di regalo di ‘amici carissimi’ ricevuto al momento della sua consacrazione a sacerdote, un Air King se questo può dire qualcosa a qualcuno. Magari resta solo un piccolo retropensiero sul fatto che una cristiana predisposizione avrebbe potuto indirizzare la scelta a qualcosa di un po’ più spirituale di un costosissimo orologio di marca. Ma tant’è: ognuno ha gli amici che si sceglie.
Anche la seconda, “Cosa ne farà il vicario vescovile dei venti agnelli?  Una sorta di riscatto per dare loro la libertà e assicurare nuova vita?”, ha immediata risposta: Eh no, non scherziamo: i venti agnelli, opportunamente macellati, vale a dire trascinati a forza ad essere  sgozzati, saranno destinati all’Emporio della Carità (carità?!?) così anche i poveri «per Pasqua avranno la loro carne». «Perché», aggiunge, «mi dispiace per loro» (doveloro’  sta per ‘i soliti animalisti talebani, pronti a polemizzare su ogni cosa’), ma «la Pasqua si celebra con l’agnello». Giusto per la cronaca: l’offerta è stata accolta nel giro di pochi minuti da un ristoratore  e da un titolare di market alimentari. Come si spartiranno il Rolex è affare che poco incuriosisce.

Molto più pressante è qualche riflessione sulla mattanza degli agnelli, che il vicario vescovile con il suo gesto incentiva ancora un po’, e che a Pasqua ha il suo picco, ma non conosce sosta nel corso di tutto l’anno. Il fatto che, come lui assicura, a difendere la sua scelta siano subito scesi in campo «atei, pensatori, persone intelligenti», è superflua prova che il problema investe fedi (monoteiste in primis) e ateismi di ogni genere e i numeri sono lì a dimostrarlo, anche se, ci dispiace per ‘loro’ (dove ‘loro’ questa volta sta per:  «i soliti carnisti, pronti a mangiare qualunque essere vivente, ad esclusione degli umani») sono numeri in costante discesa.

La mattanza degli agnelli  si radica in una tradizione religiosa, che vede nell’agnello sacrificale  l’emblema del Figlio di Dio, e come tale lo condanna per l’eternità ad essere immolato per redimere i peccati del mondo. Però amor di verità induce ad osservare che mangiare l’agnello è oggi atto completamente scisso dalle sue valenze simboliche, e piuttosto agganciato a  piaceri tutti terreni, quello della gola e quello della pancia: il mondo ateo e quello credente, quello popolare e quello colto, lo mangiano con l’identica noncuranza per il suo significato: tanto, il senso vero  è solo nel sapore. E’ normale che sia così: che sia  l’agnello (di Dio) a togliere i peccati del mondo, perché in quanto innocente, è la vittima ideale per pagare le colpe dei colpevoli, è davvero presunzione utilitaristica, convinzione di comodo, ingiustizia eretta a sistema, delirio argomentativo. Non ci sono parole migliori di quelle di Josè Sarmago per vederne il dramma che comporta:  «Felici le madri di questi agnelli sacrificali?», si chiede nel suo Vangelo secondo Gesù Cristo, «Quelle madri, se lo sapessero, ululerebbero come lupi», perché  loro mai  avrebbero immaginato questa fine quando, neonati,  li leccavano e li nutrivano e volevano solo, quelle madri, farli crescere i loro piccoli per poi lasciarli  andare, a brucare l’erba o a correre nei prati. Non avevano capito cosa li attendeva; nè c’è da stupirsene perché nessuna legge naturale potrebbe contemplare  il teorema  indimostrabile per cui il peccatore lava le sue colpe con un altro peccato, quello dell’uccisione di un innocente, di milioni di innocenti, che devono essere fragili, teneri, indifesi:  un paradigma che trova solo nel diritto del più forte  la sua sopravvivenza.

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