sabato, Aprile 17

Venire a patti con la Russia Voci autorevoli del passato si levano nel campo occidentale per auspicare una nuova distensione Est-Ovest

0

Una volta di più nel corso di ormai lunghi mesi la crisi ucraina emette segnali distensivi di qualche rilievo, innanzitutto sul campo. Il governo di Kiev annuncia una sospensione delle operazioni belliche contro i ribelli del Donbass. Fonti occidentali insospettabili, solite piuttosto a smentire o minimizzare annunciati ripiegamenti russi, registrano mosse analoghe dalla parte opposta, accreditando in tal modo la prospettiva di un congelamento del conflitto. Il quale, secondo la curiosa definizione del capo della diplomazia moscovita, Sergej Lavrov, starebbe entrando in “una fase postbellica, per così dire”.

Lo stesso ministro russo, d’altronde, ha ripreso, anche qui per l’ennesima volta, il familiare esercizio del dialogo con il suo omologo americano John Kerry, incontrandolo a Roma, ieri sera, dopo un breve colloquio avuto con lui una settimana prima in sede OSCE, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa della quale USA e Russia fanno parte insieme ad una cinquantina abbondante di altri Paesi.

Per l’occasione, il segretario di Stato non si era limitato ad assicurare pubblicamente che Washington non cerca lo scontro (confrontation) con Mosca e che dal “confronto” nessuno ha alcunché da guadagnare. Si era altresì mostrato in vena di avances affermando che per rimettere in sesto le relazioni con l’Occidente basterebbe che la parte russa “semplicemente aiutasse a calmare le acque turbolente” intorno al confine con l’Ucraina. Un risultato, dunque, apparentemente ottenibile con adeguate conferme della distensione militare di cui sopra.

Se le conferme arriveranno il sollievo sarà naturalmente universale, ma intanto si deve constatare che il clima generale rimane malgrado tutto pesante e per certi aspetti allarmante. Agli accenti moderati di Kerry fa riscontro il varo da parte del Congresso americano di una legge che prevede l’applicazione di ulteriori sanzioni a carico della Russia e la fornitura all’Ucraina anche di armi oltre al materiale bellico non letale già inviato. La promulgazione della legge spetta al presidente USA, che potrebbe invece porvi il veto, come sembrava propenso a fare avendo dichiarato che avrebbe optato per nuove sanzioni solo con l’assenso tutt’altro che scontato degli alleati europei.

Si avventurerà Barack Obama ad imboccare sin d’ora la rotta di collisione con il nuovo Congresso dominato dai repubblicani e orientato a trattare la Russia come l’eterno nemico numero uno da punire come si merita? Può darsi, ma non è affatto certo, e non è neppure probabile che le dure reazioni di Mosca a quella che qualcuno equipara ad una dichiarazione di guerra servano a rendere la Casa Bianca meno intrattabile del Campidoglio.

Lavrov, ovviamente, si sarà già lamentato in proposito con Kerry, il quale avrà cercato di ammansirlo e convincerlo che la via del dialogo rimane comunque aperta. E’ però quanto meno dubbio che ci sia riuscito fino in fondo, tenuto conto della piega che sembra avere assunto l’approccio russo al rapporto con l’Occidente in generale e gli USA in particolare. Nel contenuto e nei toni il discorso sullo stato della nazione pronunciato da Vladimir Putin il 4 dicembre, lascia spazio, se preso alla lettera, a ben pochi equivoci.

Per giustificare quella che suona a sua volta come una dichiarazione, se non di guerra, di inesorabile ostilità, il presidente russo ha accusato l’Occidente di avere sistematicamente osteggiato la Russia negli ultimi decenni o addirittura secoli, allo scopo di tarparle le ali. Non contento di sostenere che anche senza la crisi ucraina le sanzioni occidentali sarebbero arrivate comunque con qualsiasi altra scusa, si è spinto fino ad affermazioni chiaramente false come quella che negli anni ’90 i vincitori dell’URSS avrebbero tentato di frantumare la Russia secondo il modello jugoslavo.

Ad una sfida oggi percepita e denunciata come più che mai inaccettabile Mosca risponde ammonendo tutti che il suo apparato militare è pronto a respingere qualsiasi minaccia e sfoggiando in modo anche intimidatorio la propria potenza navale con l’invio di unità da guerra presso le coste dell’Australia, colpevole di partecipare alle sanzioni, e aerea, con copiose incursioni nei cieli dell’Europa orientale ex comunista e della Scandinavia, dove Svezia e Finlandia sono tentate di aderire alla NATO.

Il tutto anche col rischio di provocare incidenti verosimilmente non voluti ma ugualmente molto pericolosi per la pace mondiale, del tipo di quelli tanto temuti al tempo della guerra fredda quando si diceva che le armi, giunte ad un certo livello di accumulazione e perfezionamento, possono “sparare da sole”. Ad arroventare il clima, naturalmente, contribuisce anche la raccomandazione pressocchè unanime del Congresso americano al presidente USA di adottare tutte le misure militari necessarie per tenere a bada un Paese “aggressore” come la Russia comprese quelle previste dall’art. 5 del Trattato nord-atlantico che tutela la sicurezza collettiva dell’alleanza occidentale.

Questo lo sfondo sul quale da tempo si dispiega un crescente dibattito internazionale ad ogni livello riguardo al pericolo, reale o meno, di un ritorno appunto alla guerra fredda che ha infuriato per quasi mezzo secolo fino a non più di 25 anni fa o, peggio, di esplosione di una guerra calda allora in qualche modo scampata. Tra opinionisti ed esperti sembra prevalere un argomentato scetticismo, in quanto non esisterebbero oggi credibili premesse e ragioni per nuove prove di forza ad oltranza tra la principale erede dell’URSS e i vecchi avversari di quest’ultima.

Non manca chi sospetta che gli scenari più allarmanti vengano evocati da ciascuna parte, con atti e soprattutto parole forti, solo come forma di pressione reciproca per indurre la controparte a cedere su determinati punti del contenzioso, ovvero senza alcuna intenzione di spingersi fino a soglie fatali e tanto meno valicarle. Non manca però neppure chi, ricorrendo il centenario della prima guerra mondiale, ritiene opportuno rammentare che essa divampò senza che nessuno la volesse ma per una diabolica concatenazione di eventi aggravata dall’irresponsabilità di vari governanti.

Anche di questo precedente storico sono sicuramente consapevoli gli ormai numerosi protagonisti di più recenti esperienze che stanno levando la loro voce, si può dire, in senso unico: quello di invitare gli attuali contendenti ad una maggiore moderazione, comprensione per le ragioni altrui, senso di responsabilità e disponibilità al compromesso. Si tratta, in sostanza, gli uomini che hanno vissuto e anzi combattuto la guerra fredda prima di collaborare a porvi fine e che adesso si preoccupano per le sorti della pacifica convivenza che avevano contribuito ad instaurare nel vecchio continente e anche al di fuori di esso.

L’ultima a farsi sentire è stata la voce di Michail Gorbaciov. Il campione della democratizzazione (perestrojka) sovietica e dell’abbattimento del muro di Berlino ha sollecitato un duplice incontro al vertice tra i dirigenti russi da una parte e quelli degli USA e dell’Unione europea dall’altra per arrestare un’ulteriore deriva dei loro rapporti. Incontri simili (mutatis mutandis), cioè, ai tanti che si susseguirono a suo tempo spesso senza esiti apprezzabili ma aiutarono a scongiurare scontri aperti inevitabilmente catastrofici, conseguire un minimo di distensione e infine a seppellire la guerra fredda tra Est e Ovest.

Ancora popolare ed ascoltato in Occidente, Gorbaciov non lo è per nulla in patria, dove lo si accusa non senza qualche fondamento di avere concesso troppo, allora, allo schieramento atlantico oltre che di avere gestito male la transizione interna mettendo in Paese in ginocchio. Dopo velleitarie ricandidature presidenziali era però uscito dall’isolamento avvicinandosi a Putin e ora la sua voce potrebbe trovare qualche eco tra persone ed ambienti che si adoperano (in modo forzatamente discreto, nell’attuale clima di mobilitazione nazionalista) per correggere la linea della politica estera russa, mossi se non altro dal timore di un’accentuazione dell’autoritarismo e delle già pesanti ripercussioni sulla situazione economica del Paese.

Di più non solo numericamente si registra sul versante opposto. Già da qualche mese, proprio negli Stati Uniti, personaggi anziani ma tuttora prestigiosi come Henry Kissinger, Zbigniew Brzezinski e George Shultz, ovvero ex segretari di Stato o superconsiglieri della Casa Bianca, di parte repubblicana o democratica e tutti avversari più o meno strenui dell’URSS, avvertivano che i tentativi di mettere la Russia con le spalle al muro non erano sufficientemente giustificati dalle colpe rimproverabili a Putin nè tenevano conto dei precedenti errori, se non vere e proprie colpe, dell’Occidente.

Al di qua dell’Oceano si assiste adesso ad un’alquanto inedita convergenza, su posizioni analoghe alle suddette, di due grossi calibri della politica tedesca quali gli ex cancellieri Helmut Schmidt, socialdemocratico, e Helmut Kohl, artefice cristiano-democratico della riunificazione del 1990 in determinante cooperazione con Gorbaciov. L’opinione del primo, continuatore delle aperture ad est di Willy Brandt ma atlantista fermo, era già ampiamente nota.

Una certa sorpresa ha destato invece l’ammonimento del secondo, in un libro appena pubblicato, a non escludere la Russia da un sistema di sicurezza europeo che richiede, per essere stabile, la sua piena partecipazione, così come un buon rapporto tra Russia da una parte e UE e NATO dall’altra, risponde ad un naturale e concreto interesse tedesco. Questa ed altre considerazioni di Kohl hanno riscosso la condivisione incondizionata e articolata dell’antico rivale  mediante una lettera aperta nella quale Schmidt ha ribadito le sue critiche alla linea occidentale riguardo alla crisi ucraina.

Se e quali effetti possano avere suggerimenti così autorevoli sulla specifica linea della Germania, Paese chiave anche a questo proposito e nel quale il problema è particolarmente controverso e vivacemente dibattuto, resta da vedere. Nelle ultime settimane è stato riscontrato un certo indurimento di Angela Merkel nei confronti del Cremlino, che potrebbe però rivelarsi solo apparente oppure effimero come altre modifiche anche in senso opposto.

E’ proprio alla cancelliera che si rivolge direttamente un altro esponente tedesco di rilievo, l’ex consigliere di Kohl Horst Teltschik, già anch’egli in primo piano nel processo diplomatico che portò alla riunificazione. Firmatario con qualche riserva di un appello intitolato “Di nuovo guerra in Europa?” e lanciato o sottoscritto da personalità tedesche per lo più notoriamente simpatizzanti con la Russia, Teltschik sostiene che il premier di Berlino dovrebbe rompere gli indugi e presentare a Putin (passando sopra alle molteplici pecche del presidente russo) precise proposte proprio agli scopi indicati da Kohl.

Molto probabilmente l’ex consigliere di quest’ultimo non è il solo ad augurarselo e non soltanto per quanto riguarda la problematica oggi incentrata sull’Ucraina, tenuto conto che all’ex cancelliere cristiano-democratico sta a cuore soprattutto la sorte dell’integrazione europea, argomento centrale del suo libro sopra citato.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->