martedì, Settembre 28

Venezuela: vi racconto il chavismo

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Raggiungiamo Julián Isaías Rodríguez Díaz, avvocato e docente venezuelano, dal 2011 Ambasciatore della Repubblica Venezuelana in Italia.

La sua storia politica inizia nel 1990, quando si unisce alla campagna elettorale di Hugo Rafael Chávez Frías e diventa prima Senatore della Repubblica (1998) e successivamente membro dell’Assemblea Costituente nel 1999.
Nel 2001 viene nominato Procuratore Generale della Repubblica Bolivariana, ruolo coperto fino al 2007. Nel mentre ha vissuto in prima persona il golpe del 2002 ai danni di Chávez e le difficili vicissitudini di quel grave attentato alla democrazia del Paese.
Nel 2007 riceve dal Presidente Chávez l’incarico di rappresentare il Paese in qualità di Ambasciatore in Spagna e successivamente (2011) nella Repubblica Italiana, carica tutt’oggi ricoperta.

 

Ambasciatore, parliamo innanzi tutto della dimensione ideologica del PSUV (Partido Socialista Unido de Venezuela). Ormai in Europa e in Italia, nel parlare dell’ideologia del Governo venezuelano si tende a utilizzare indifferentemente come sinonimi i termini socialismo, chavismo, bolivarismo. Occorre tuttavia scindere i tre termini per una corretta identificazione del progetto. Può spiegare le tre distinte componenti del più generico progetto venezuelano?

Quando Hugo Chávez Frías vinse le elezioni presidenziali del 1998, la sua vittoria in Venezuela divenne nota come ‘il trionfo del chavismo’. Il programma di Governo di Chávez, comprese le idee di un’Assemblea Costituente Nazionale e di una nuova Carta Costituzionale, si fondava sul pensiero di Simón Bolívar proiettato a una realtà distinta, attuale, ma sostanzialmente bolivarista. Da qui che per l’iter politico venezuelano si è parlato di ‘rivoluzione bolivariana’. Nel 2005, sei anni dopo essere stato eletto, Hugo Chávez dichiarò che la sua sarebbe stata una gestione di transizione verso il socialismo, rifacendosi poi al concetto di Socialismo del XXI secolo. L’essenza di questa ideologia può essere resa in tre punti. In primo luogo, un socialismo che raccoglie le basi scientifiche del marxismo, con i contributi di Gramsci. In secondo luogo, e diversamente dall’ex Unione Sovietica (tra le altre cose, perché si basa su una democrazia borghese), un’idea politica che mantiene i processi elettorali della democrazia ed è pacifica, perché non concepisce alcuna rottura violenta con la società che la precede. In terzo luogo, un’ideologia che non si concepisce in maniera univoca, è diversa in ogni Paese, perché ogni società andrà a inglobare i propri valori sociali, culturali, economici, geografici così come le proprie tradizioni e storia. È questo ciò che si vuole diffondere come esperienza socialista o di transizione al socialismo.

 

Recentemente Nicolas Maduro, Presidente della Repubblica Venezuelana, ha incontrato Raul Castro a poche ore dalla storica visita ufficiale di un Presidente statunitense a Cuba. Puro caso o si è voluto cercare un confronto sui temi del disgelo tra L’Avana e Washington?

Penso che non sia stato né premeditato né calcolato. In ogni caso, se anche ci fosse stata una strategia o una tattica per questo incontro (fatto che né affermo né smentisco), niente di tutto ciò è stato pianificato dal Venezuela.

 

Proprio Washington appare tra i principali antagonisti politici del progetto bolivarista. Non è un mistero che la proroga delle sanzioni statunitensi ai danni del Venezuela e il dialogo non sembra trovare la via di una conciliazione, portando anche ad una tensione interna sempre più rinvigorita dall’opposizione politica. Secondo lei, qual è il punto d’incontro politico tra due paesi che, nonostante tutto restano pur sempre in affari commerciali (gli Stati Uniti importano petrolio dal Venezuela)?

Ritengo che i punti d’incontro siano diversi, primo fra tutti la pace in America Latina; poi, la difesa degli Stati democratici nel continente, e le relazioni economiche e politiche, in particolare sotto l’aspetto energetico. Inoltre, la necessità di comprendere che la Guerra Fredda è finita, che gli Stati Uniti non dovrebbero cercare di imporre la propria egemonia sul mondo, perché è chiaro che il bilancio complessivo del pianeta non è più unilaterale, né economicamente né politicamente, né militarmente.

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