mercoledì, Aprile 21

Venezuela, una potenza petrolifera che importa greggio 2,89 milioni di barili al giorno prodotti nel 2013, ma da agosto una parte arriverà anche dall'Algeria

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La notizia ha iniziato a circolare ad agosto destando stupore: il Venezuela, il Paese con le maggiori riserve petrolifere del mondo, importerà greggio leggero dall’Algeria. Il fatto pare ancora più insolito se si considera che nel 2013 il Paese sudamericano ha prodotto 2,89 milioni di barili al giorno, mentre la capacità algerina è stimata intorno ad 1 milione e mezzo di barili al giorno.

Nonostane questa disparità di produzione, secondo l’agenzia ‘Reuters’ a fine ottobre un carico di 2 milioni di barili di petrolio chiamato Saharan Blend arriverà nello Stato di Anzoátegui, nel nord-est del Venezuela. Si tratta della prima grande importazione di greggio sul suolo venezuelano. Diego González Cruz, ingegnere petrolifero e presidente dell’associazione Centro de Orientación en Energía, ha dichiarato che in passato erano già avvenute transazioni di questo tipo, ma relative a stabilimenti del Pdvsa (Petróleos de Venezuela, la compagnia petrolifera statale) che si trovano fuori dal Paese. Allo stesso modo è poi stato annunciato che la raffineria venezuelana situata a Curazao, nelle ex Antille Olandesi, riceverà dalla Russia 1 milione di barili.

Qual è l’obiettivo di questi grandi acquisti? La compagnia petrolifera nazionale ha dichiarato attraverso un comunicato stampa che il petrolio leggero verrà utilizzato come diluente del greggio pesante che viene estratto nella Fascia petrolifera dell’Orinoco, la più importante fonte di idrocarburi del mondo con riserve che superano i 259mila milioni di barili. Questo intervento è necessario a causa della viscosità (inferiore a 10º API) del prodotto estratto dalla Fascia, che rende molto difficoltoso il trasporto e la lavorazione da parte delle raffinerie, facendolo quindi risultare meno ambito sul mercato internazionale. In precedenza nel processo di diluizione del greggio pesante veniva usata la nafta, un derivato del petrolio, anch’essa importata dall’estero. IL Pdvsa ha dichiarato che la decisione di sostituire questo prodotto deriva da un’esigenza di risparmio, dal momento che un barile di petrolio algerino costa 30 dollari in meno di un barile di nafta. Sempre nel comunicato si afferma che l’importazione di greggio leggero come diluente è un’operazione comune in altre nazioni che possiedono greggio pesante ed extra pesante.

Secondo González Cruz però, questo non dovrebbe succedere in Venezuela: «L’allarme è scoppiato perché sia la nafta che il greggio leggero potrebbero essere prodotti sul territorio venezuelano, ma ciò non avviene». In primo luogo, lo Stato possiede riserve di petrolio leggero che potrebbero essere utilizzate come diluente dei prodotti della Fascia: nel 2013 la stima era di 10.331 milioni di barili. Ciononostante, scrive l’ingegnere in un documento, sono stati estratti poco più di 1.800 milioni di barili, e a questo va sommato il fatto che negli ultimi anni la produzione di greggio condensato, leggero e medio è scesa a 1,4 milioni di barili al giorno. «Questo dato mette in luce il peggioramento della capacità tecniche e dirigenziali dell’azienda.” continua González Cruz, il quale offre una spiegazione anche per il calo della produzione: il Pdvsa ha affidato buona parte dei giacimenti di petrolio leggero a imprese  miste con capitale maggioritario venezuelano. “La produzione è calata anche perché il Pdvsa ha ritardato i pagamenti di sua competenza» conclude l’ingegnere. 

Secondo alcuni esperti e dipendenti del Pdvsa, la mancanza di petrolio diluente è dovuta invece a una sovraestrazione di greggio leggero negli anni precedenti al 2002, (l’anno dello sciopero generale che portò all’instabilità politica), a causa del quale le riserve si sono a poco a poco esaurite.

Un’altra strategia tracciata per garantire la produttività della Fascia petrolifera dell’Orinoco – recentemente ribattezzata Fascia petrolifera Hugo Chávez in memoria del presidente scomparso –  è stato lo sviluppo dei cosiddetti miglioratori, stabilimenti dove il greggio pesante viene trasformato in leggero. Attualmente ci sono 4 stabilimenti di questo tipo nel complesso industriale José Antonio Anzoátegui,  sono gestiti da imprese a capitale misto e la loro capacità di trasformazione complessiva è di 600.000 barili al giorno. Il problema è che questi miglioratori non funzionano a dovere: in diverse occasioni le operazioni sono rimaste paralizzate a causa di operazioni di manutenzione programmate, o per mancanza di energia elettrica. Lo stesso González Cruz riferisce che non è stata fatta la manutenzione necessaria e che gli stabilimenti lavorano quindi a meno dell’80% delle loro capacità.

In ogni modo, anche se lavorassero a pieno ritmo, questi 4 miglioratori sarebbero comunque insufficienti per soddisfare le necessità di questa zona ricca di idrocarburi. Per questo motivo il Governo e il Ministero dell’Energia e del Petrolio hanno annunciato la costruzione di altri 6 impianti, con la promessa di inaugurarli nel 2019 e raggiungere una produzione giornaliera di 4,57 milioni di barili. Nel frattempo, nello stesso Paese che nel 2013 ha esportato 2,42 milioni di barili al giorno, ossia 135.000 in meno del 2012, le importazioni sono diventate una specie di male necessario.

Comunque sia, il greggio leggero non è l’unico prodotto petrolifero che il Venezuela acquista da altri Paesi. Un comunicato firmato da 47 economisti, pubblicato all’inizio del 2014, riporta che le importazioni di derivati petroliferi sono arrivate nel 2013 a 165.000 barili al giorno, con un incremento dell’ 8,2% rispetto al 2012. Sary Levy, economista e investigatrice, sostiene che la maggiore preoccupazione riguardo queste importazioni è che non si sa esattamente quanto viene speso attraverso gli accordi internazionali, mentre è invece evidente che questi acquisti danneggiano i conti dello Stato venezuelano. Secondo González Cruz, a tutto ciò vanno sommati i compromessi cui il Pdvsa ha accettato di sottomettersi: i pagamenti del prestito cinese, i debiti finanziari, le spese in campi non riconducibili a quello petrolifero. Siamo di fronte ad un situazione economica complicata, al punto che dal 2010 il Banco Central di Venezuela (la Banca Centrale venezuelana) presta denaro all’ente petrolifero nazionale per garantirne il funzionamento, attraverso uno scambio di obbligazioni.

A livello più ampio, le importazioni fanno parte di un panorama complesso – nel quale è compresa anche il recente ribasso del prezzo del petrolio da 95,07 dollari al barile del gennaio 2014 ai 77,65 dollari della seconda settimana di ottobre – che incide sulla scarsità di capitali esteri, e di cui il Pdvsa è il principale responsabile. «L’economia del Venezuela dipende da questi capitali, perché a differenza di quanto succedeva negli anni ’90, non esporta altri prodotti manifatturieri» sostiene Levy. Siamo quindi di fronte ad un Paese forte di grandi ricchezze nel sottosuolo, ma che, periodicamente, si trova ad affrontare serie difficoltà.

 

Traduzione di Marta Abate

 

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