martedì, Ottobre 26

Venezuela, una minaccia per gli Stati Uniti?

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Santiago del Cile – Dopo la pubblicazione di un ordine esecutivo che stabiliva sanzioni contro sette funzionari venezuelani, le relazioni tra Venezuela e Stati Uniti si sono complicate ancora di più. Alcuni esperti segnalano che questa congiuntura è stata usata come strumento per rafforzare la coesione del Governo.

La difficile relazione diplomatica tra i due Paesi è diventata più tesa il 9 marzo 2015. In quel giorno, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha approvato un ordine esecutivo con sanzioni per sette funzionari venezuelani. Ma oltre a queste azioni concrete, ciò che ha causato subbuglio è stata una frase del testo: per le violazioni dei diritti umani e le denunce di corruzione, la situazione nel Paese sudamericano «costituisce una minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti».

A partire da questo momento, si sono accese le ‘sirene’ venezuelane. I portavoce del governo hanno tenuto dei discorsi appassionati con lo scopo di criticare ciò che hanno considerato un’aggressione frontale contro il loro Paese. Inoltre, il 14 marzo sono iniziati degli esercizi militari di difesa che si sono svolti per 10 giorni e ai quali hanno partecipato 100.000 persone, anche con la collaborazione della Russia. A questo spiegamento di truppe si aggiunge la risposta internazionale: alcuni organismi regionali, come l’Unione delle Nazioni Sudamericane e la Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici, si sono pronunciati per chiedere ad Obama di abrogare il decreto.

Quella che si è venuta a creare è una delle situazioni più complesse per la diplomazia di entrambi i Paesi da quando nel 2010 furono ritirati gli ambasciatori – anni, questi, caratterizzati da un’infinità di scontri e proposte di avvicinamento non concretizzate. Sadio Garavini, ex ambasciatore del Venezuela e docente di Scienze Politiche, sostiene che bisogna capire nei dettagli il decreto: le sanzioni sono contro sette funzionari e non contro il Paese nella sua interezza, come vorrebbe far credere il Governo. Tra i sanzionati si trovano, ad esempio, il direttore della Polizia Nazionale Bolivariana, il presidente della Corporazione Venezuelana di Guayana, funzionari militari e un Pubblico Ministero. A loro sarà impedito l’ingresso negli Stati Uniti e saranno congelati i loro attivi nel Paese; non potranno negoziare con imprese né cittadini statunitensi.

«Se le sanzioni fossero contro il Paese, il risultato sarebbe lo stesso ottenuto con l’Iran: si sospenderebbero le esportazioni di una lista di prodotti», dice Garavini. In questo caso il decreto non ha coinvolto le relazioni commerciali fra le due nazioni. Questo coinvolgimento avrebbe portato a conseguenze gravi poiché gli Stati Uniti sono i principali destinatari delle esportazioni venezuelane: nel 2014 le merci esportate in questo Paese hanno rappresentato il 25,2% del totale. Lo stesso succede con le importazioni: gli Stati Uniti sono i fornitori più importanti del Venezuela, con il 24,2% della partecipazione totale.

Quindi, se non si tratta di aggressione contro il Paese intero, come dicono i portavoce del Governo, perché tanta agitazione? Garavini sostiene che il Governo ha approfittato del decreto per distrarre l’opinione pubblica da ciò che è veramente importante: la crisi socioeconomica e le violazioni dei diritti umani. Sostiene che si tratti di una strategia per riguadagnare un po’ del consenso perduto. Un sondaggio fatto da ‘Datanálisis’ ha rivelato che nel gennaio del 2015 la popolarità del presidente Nicolás Maduro è scesa al 22%, che rappresenta una perdita di 29 punti rispetto al risultato ottenuto nelle elezioni del 2013.

«Dati recenti dimostrano che questa percentuale è aumentata di 4-5 punti, cosa che non desta stupore a causa di questa campagna nazionalista. Ad ogni modo, credo che questi effetti non saranno duraturi poiché sono il prodotto del fermento del momento», dice Garavini. Aggiunge inoltre di non credere che questo possa incidere sui risultati delle elezioni parlamentari previste per quest’anno.

È d’accordo con quest’idea anche Elsa Cardozo, internazionalista e docente di Scienze Politiche: «Le elezioni non hanno ancora una data e, man mano che passano i giorni, si vedrà quanto è sostenibile la tesi dell’invasione e della congiura come via di fuga da una grave crisi interna. Per ora, sembra che il governo si stia logorando nel mezzo di un deterioramento accelerato delle condizioni socioeconomiche e della persistenza delle condotte governamentali affrontate tramite la preservazione dei diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto».

Nel mezzo di questa congiuntura, Maduro ha approfittato per sollecitare una Legge Abilitante Antiimperialista per la Pace, che è stata approvata il 15 marzo e gli ha conferito poteri speciali per legiferare. Sebbene non si conoscano ancora nel merito le leggi che verranno promulgate, sia Garavini che Cardozo sostengono che si potrà utilizzare questo ricorso per incrementare la repressione e l’intimidazione nei confronti degli oppositori.

Davanti a uno scenario tanto complesso, ci si deve chiedere se gli Stati Uniti abbiano agito con prudenza. In primo luogo, bisogna ricordare che nel 2014 ci sono state sanzioni nei confronti di altri funzionari venezuelani e che il 18 dicembre Obama ha firmato la Legge sulla Difesa dei Diritti Umani e della Società Civile in Venezuela, per definire in modo preciso queste sanzioni. Si tratta, cioè, di un processo che è già in sviluppo da un po’ di tempo. Garavini spiega che tutto questo movimento risponde agli interessi della politica interna: Obama doveva fronteggiare l’attacco dei Repubblicani per aver abbassato un po’ la guardia nei confronti del governo di Cuba.

Cardozo sostiene che in parte è stato così, però si può intendere anche in senso contrario: «Si è approfittato emisfericamente dell’avvicinamento al regime cubano per attenuare l’impatto della promulgazione della legge (che Obama ha firmato il 18 dicembre, il giorno seguente all’annuncio dell’inizio delle negoziazioni per la normalizzazione delle relazioni con L’Avana) e dell’ordine esecutivo che ha firmato il 9 marzo».

Ad ogni modo, c’è chi pensa che esistano ragioni reali per cui gli Stati Uniti guardano con preoccupazione al Venezuela. Oltre alle violazioni dei diritti umani e alla corruzione, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha per esempio dimostrato che la compagnia petrolifera statale venezuelana Petróleos de Venezuela ha riciclato 2.000 milioni di dollari attraverso la Banca Privata d’Andorra – w non è il solo elemento della lista. Joseph Humire, direttore del Centro per una Società Libera e Sicura, ha scritto un articolo su ‘Panampost.com’ nel quale sostiene che, dappertutto, le minacce si concentrano su tre aree: la delinquenza organizzata transnazionale, il terrorismo e le armi di distruzione di massa. “Una ricerca del Centro ha scoperto un canale di crimine e terrorismo, gestito dal Venezuela, che invia droghe e fondi al Medio Oriente e porta combattenti stranieri o terroristi islamici nell’emisfero occidentale”, dice nel testo.

In ogni caso, al di là delle denunce e delle opinioni divergenti, esiste un’aspettativa riguardo quello che succederà nel Summit delle Americhe, che si svolgerà a Panama il 10 e l’11 aprile. Sebbene Maduro abbia detto qualche giorno fa che è disposto a dialogare con i rappresentanti degli Stati Uniti, in precedenza aveva annunciato che, durante questo incontro internazionale, avrebbe portato ad Obama le firme raccolte contro il decreto – fino al 25 marzo, secondo i portavoce del governo, c’erano poco più di tre milioni di adesioni su un totale di dieci milioni prefissati come obiettivo. Aveva detto anche che il Ministro degli Esteri dell’Ecuador, Ricardo Patiño, sarebbe stato il coordinatore di una squadra di mediatori che avrebbe aiutato a placare le tensioni tra i Paesi, cosa che gli Stati Uniti hanno ritenuto non necessaria poiché esistono vie diplomatiche dirette e poiché lo sforzo deve essere centrato sul dialogo con i venezuelani.

Quindi, cosa aspettarsi dal Summit delle Americhe? Gli specialisti credono che si manterrà la calma. «Panama non vuole che si trasformi quest’incontro in uno scenario di crisi. Vedo difficile che accada quello che è successo in Argentina, quando si è svolto un summit parallelo per attaccare l’Area del Commercio Libero delle Americhe. Non credo che Obama legga la lista dei corrotti, né che Maduro arrivi con la cassa di firme», sostiene Garavini. E Cardozo aggiunge: «Gli interventi della maggior parte degli assistenti della sessione speciale del Consiglio Permanente dell’Organizzazione degli Stati Americani, il 19 marzo, sembrano indicare che prevarrà lo spirito conciliatore, tanto più che l’interesse generale è concentrato sul fatto che questo summit accolga l’avvicinamento tra Washington e L’Avana».

 

Traduzione di Sara Merlino

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