mercoledì, Maggio 19

Venezuela, un po' di luce field_506ffb1d3dbe2

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Gli organi di stampa internazionali si stanno riempiendo, da qualche mese, di notizie provenienti dal Venezuela.
Notizie di scontri, barricate, morti, un Paese sull’orlo di un collasso e di una guerra civile, sembrerebbe.
Esistono, per la verità, alcune proteste ma la loro estensione  è sideralmente lontana rispetto al clamore e al riverbero che esse hanno nei media transoceanici.

Il primo dato da cui partire è, però, quello delle elezioni presidenziali venezuelane dello scorso anno: tenutesi nell’aprile 2013, dopo la morte del precedente Presidente Hugo Chavez, esse hanno dato come responso la vittoria di Nicolas Maduro.
Braccio destro di Chavez, candidato della coalizione ‘Gran Polo Patriotico’, esponente anch’egli del Psuv (Partito socialista unitario del Venezuela), ha raggiunto il 50,66% di voti contro il 49,07% dello sfidante Henrique Caprile Radonski supportato dalla coalizione ‘Mesa de la Unidad Democratica’ ed esponente del Movimiento Primero Justicia.
Il 10 aprile, quattro giorni prima dell’appuntamento elettorale venezuelano, il Telegiornale di prima serata di Rai Tre, attraverso un servizio dell’inviata Giovanna Botteri, annunciava che: «Secondo molti il chavismo non riuscirà a sopravvivere alla morte del comandante e che il Paese si sta per aprire ad una nuova era».

Il titolo del servizio era ‘Venezuela. Elezioni il 14 aprile, la prima campagna elettorale in 20 anni‘, così come, d’altronde ‘El Paìs’ nei primi mesi del 2014 affermava come «Il Venezuela ormai non è un paese democratico». Peccato «però che si siano svolte 19 consultazioni popolari dal 1998 e che i chavistas abbiano vinto 18 di queste elezioni che tutti gli organismi internazionali, dall’Organizzazione degli Stati Americani fino all’Unione Europea passando per il Centro Carter, hanno giudicato trasparenti» così come riportava Salim Lamrani (Docente alla Sorbona di Parigi e all’Università de La Reunion).
Subito dopo le elezioni, invece, ‘Il fatto quotidiano’ commentava così il risultato elettorale: «Maduro aveva – se davvero voleva esser considerato un vincitore – l’obbligo di replicare, quantomeno, i termini dell’ultima vittoria elettorale di Chávez (55,7 per cento contro 44,3 per cento). Ed il suo dichiarato obiettivo era, anzi, quello di raggiungere quei 10 milioni di voti (oltre il 64 per cento con gli indici di partecipazione registrati ieri) che, lo scorso 7 ottobre, lo stesso ‘comandante’ aveva puntato e mancato. […] E poi – cosa ben più seria ed importante – quella di gestire, indebolito da questa vittoria stiracchiata, la vera eredità del grande leader scomparso. Il quale, a lui ed ai venezuelani tutti (Capriles incluso), ha in effetti lasciato, oltre al pesante fardello del culto di se medesimo ed istituzioni debolissime, soprattutto conti da pagare, la realtà d’un modello assistenzial-autoritario – o, se si preferisce, una ingestibile replica in chiave petrolifera del vecchio caudillismo latinoamericano – ormai aritmeticamente giunto al suo capolinea. Vale a dire: il chavismo, non solo senza Chávez, ma anche senza il libretto degli assegni con il quale, grazie a un boom petrolifero senza precedenti, Chávez aveva, in passato, costruito il proprio mito. Una storia affascinante ed appena cominciata. Una storia tutta da raccontare…»

E’ chiaro che Massimo Cavallini, firma dell’articolo sopra citato, mirava alla destrutturazione di un’affermazione elettorale che pure c’è stata: si può ben dire che il Psuv e il Gpp non hanno stravinto come si prevedeva. Ma non hanno nemmeno, indubbiamente, perso.
‘Stiracchiata’, più debole rispetto a quella di Chavez, non c’è dubbio: Maduro, per la verità, ha conquistato, comunque, una percentuale imponente che, se si volesse paragonare ad un’elezione nostrana, ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli.
Silvio Berlusconi ha governato l’Italia, specie nell’ultima tornata elettorale, grazie ad un premio di maggioranza dovuto ad una legge poi considerata incostituzionale creata ad hoc da un suo alleato di governo.
O ancora più calzante sarebbe la presa in esame dell’insediamento del Governo Renzi che tutto rappresenta meno che la normalità di un avvicendamento alla carica di Presidente del Consiglio dei Ministri. 
Comunque sia Capriles, il giorno dopo le elezioni, chiede il ricorso per il riconteggio delle schede. Nell’11 giugno, però, poco meno di un mese dopo la tornata presidenziale, gli organi preposti per il riconteggio delle schede avevano confermato la vittoria di Maduro e la sconfitta del Movimiento Primero Justicia.
Tutto questo porta ad una serie di proteste che, secondo i media starebbe sfociando in una rivolta sociale senza precedenti, ad una guerra civile perfino.
Mark Weisbrot (co-direttore del Centro per la Ricerca Economica e Politica a Washington, D.C e presidente del Just Foreign Policy), in un articolo per la testata britannica ‘The Guardian, lo intitolava così: ‘The truth about Venezuela: a revolt of the well-off, not a ‘terror campaign’‘. Cioè: ‘la verità circa il Venezuela: una rivolta degli agiati, non una ‘campagna terroristica’’.
La traduzione di quell’articolo è visibile sul sito di ‘Latinoamerica e tutti i sud del mondo’ e già dalle prime battute si può notare una piccola, ma significativa, discrepanza fra i media tutti e quelli della penisola: «I grandi media hanno riferito che i poveri in Venezuela non hanno aderito alle proteste dell’opposizione di destra, ma questo è un eufemismo: non sono solamente i poveri che si astengono – a Caracas, ma sono quasi tutti, eccetto alcune aree come Altamira, dove piccoli gruppi di manifestanti entrano in scontri notturni con le forze di sicurezza, lanciando pietre, bombe incendiarie e gas lacrimogeni».
In Italia non solo non si è data notizia circa l’astensione dei ceti popolari ma si è semplicemente detto che il Paese era sull’orlo del baratro e che il chavismo era ormai al capolinea e, sopratutto, che il Presidente Nicolas Maduro stava assumendo caratteri sempre più antidemocratici dal momento che il suo partito controllava i media nazionali.
In un articolo del 14 marzo per ‘Controlacrisi’, Fabrizio Verde scriveva «Il Venezuela viene dipinto come un luogo dove il Governo esercita un ferreo controllo sui mezzi d’informazione. Un luogo dove, sostanzialmente, è negata ogni minima libertà d’informazione. Risulta quindi particolarmente curioso che questo brutale regime permetta che le TV di Stato raggiungano solo il 4% del pubblico totale, mentre il restante viene coperto da quei gruppi che rispondono ai nomi di CNN, Univisión, Telemundo, Fox News e NBC – per restare solo nell’ambito delle tv più importanti – che stanno montando la campagna di terrorismo mediatico producendo menzogna su menzogna. Addirittura la CNN da giorni cerca di giustificare in ogni modo, preventivamente, l’eventuale assassinio del presidente Maduro. Stride inoltre il il totale silenzio, da parte di chi grida al Venezuela censore, sul criminale assedio con cui i fascisti hanno tentato per una settimana di bloccare le attività della TV di Stato Venezolana de Televisión, con tentativi d’incendio e aggressioni ripetuti ai danni dei giornalisti impossibilitati a svolgere il proprio lavoro.».

Le proteste che si sono messe in piedi sono volte alla destrutturazione di uno Stato, quello bolivariano guidato da Nicolas Maduro, che è scomodo a molti.
Sempre secondo quanto riportato da Weisbrot: «Viaggiare aiuta a verificare la realtà ed io ho visitato Caracas per ottenere informazioni soprattutto in campo economico, nonostante fossi scettico riguardo al racconto riportato quotidianamente dai media, che la mancanza di materie prime era stato il motivo delle proteste. Gli abitanti di Altamira e Los Palos Grandes, dove ho visto le proteste, avevano però servitori che facevano la coda, per quello di cui necessitavano e hanno reddito e spazio per accumulare le scorte. Queste persone non stanno soffrendo – e se la passano molto bene. I loro guadagni sono cresciuti a ritmo sostenuto da quando Chávez prese il controllo dell’industria petrolifera, un decennio fa. Hanno anche un grande sostegno del governo: chiunque abbia una carta di credito (tranne i poveri e milioni della classe operaia), ha diritto a 3.000 dollari l’anno, a un tasso di cambio agevolato. Essi possono quindi vendere sei volte più caro il dollaro di quanto l’hanno pagato, il che rende una sovvenzione annuale di svariati milioni di dollari per i privilegiati – eppure sono loro la base delle truppe di sedizione.
La natura di classe di questa lotta è sempre stata forte e inconfutabile, ora più che mai.
Passeggiando tra le masse che hanno partecipato alle cerimonie per l’anniversario della morte di Chávez il 5 marzo, ho visto una marea di venezuelani della classe operaia, decine di migliaia di loro. Non c’erano vestiti costosi o scarpe da 300 dollari. Che contrasto con le masse scontente di Los Palos Grandes, che possedevano Grand Cherokee SUV di 40,000 dollari elevando lo slogan del momento: VENEZUELA SOS.».

E’ evidente, dunque, che bisogna guardare con più attenzione  e capacità d’astrazione un fenomeno, come quello bolivariano e venezuelano, comunque di società socialista, senza le sovrastrutture occidentali di cui siamo stracolmi.

Roger Rubio, esponente della giovanile del Psuv durante un suo intervento in Italia ha ben espresso quello che si intendeva dire poc’anzi: diceva che il socialismo non si attua per decreto, che nella società venezuelana ci sono delle contraddizioni enormi ma che il popolo ha capito che esiste un’alternativa al sistema capitalistico. E il punto è proprio questo: il socialismo non si attua per decreto, non è un passaggio rapidissimo da uno status ad un altro, c’è bisogno di tempo e di sedimentazione. E’ certo, dunque, che viene facile ad un commentatore europeo parteggiare per chi protesta contro un ‘regime oppressivo’ che sopprime ogni libertà, ma la superficialità di giudizio ha nascosto, a quegli stessi cronisti, come sia difficile uscire da una situazione di stallo e portare uno Stato da un processo ad un altro totalmente diversi tra loro e in piena contrapposizione come capitalismo e socialismo. E’ doveroso, quindi, ricordare che i Paesi dell’America Latina non si sono imposti vincoli di bilancio come l’Italia.
E come non fare riferimento al fiscal compact e alle privatizzazioni, ma anche alla povertà, all’alfabetizzazione: negli Stati socialisti la povertà quasi non esiste, a Cuba l’istruzione è garantita dallo Stato così come la sanità; stessa cosa per il Venezuela. In Italia, nelle periferie delle grandi città, nei quartieri oltre i confini del raccordo della Capitale, le assemblee municipali discutono su quanto tagliare alle scuole e su come far partire l’anno scolastico di plessi che non hanno agibilità, che sono insicuri, che non hanno sedie, banchi e stanno sotto di organico perché non viene assunto più nessuno da tempi lontanissimi.
In Venezuela la disoccupazione non arriva al 6% mentre l’occupazione è oltre il 70%, come affermato più e più volte dall’Ambasciatore Venezuelano in Italia Julian Isais Rodriguez Diaz.
Nella penisola i dati, ormai è lampante, sono ben altri.
Gli Stati dell’America latina, inoltre, non possiedono il cosiddetto rapporto del 3% tra deficit e Pil quello per cui Olli Rehn stava bacchettando l’ex Ministro Saccomanni quando si ventilava uno sforamento dello 0,1% da parte dell’Italia.
L’Europa stessa, d’altronde, ha manifestato questi dati, seppur in maniera latente e non manifestamente assertiva, in un messaggio di cordoglio per la morte di Hugo Chavez Frias: “The European Union has received with sadness the news of the passing away of the President of the Bolivarian Republic of Venezuela, Hugo Chávez. Venezuela has stood out for its social development and for its contribution to South America’s regional integration. Hoping to deepen our relationship in the future, we would like to send our sincere condolences and sympathy to the people and the government of Venezuela.”
Guardare i fatti che accadono nell’America latina con capacità d’astrazione è molto difficile  – un po’ come far entrare un po’ di luce nella stanza dell’Azzeccagarbugli del Manzoni -; comprenderne le dinamiche con migliaia di chilometri di distanza ancora più complicato ma banalizzare, ridicolizzare e disinformare è quanto di più facile mai svolto

 

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