venerdì, Aprile 23

Venezuela: sull'orlo di una crisi di Stato field_506ffbaa4a8d4

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Parlare di Venezuela oggi è alquanto complesso e ben lungi dal potersi paragonare all’analisi di un qualsiasi altro Paese latinoamericano. Persino la crisi brasiliana è molto più lineare e leggibile di quella venezuelana. In Brasile la spinta d’opposizione, se anche ha una qualche interferenza esterna, ha avuto un corso per ceri versi costituzionale e apparentemente legale tanto da non coinvolgere in modo violento il popolo stesso. In Argentina il cambiamento è venuto mediante elezioni e solo dopo ci si è resi conto che forse Mauricio Macri non era la miglior strada possibile e con il senno di poi, possiamo anche azzardare l’ipotesi che Sergio Massa  – ovvero la via di mezzo tra kirchnerismo e neoliberismo – sarebbe potuta essere la vera opportunità da cogliere.

Detto ciò torniamo a Caracas per cercare di capire cosa oggi accade. Partiamo, innanzi tutto, con il definire gli attori di questa complessa situazione quali punti cardinali per orientarci nell’esplorazione di questo labirinto. Nello specifico, la nostra bussola è costituita dal Governo chavista di Maduro, dai partiti politici di opposizione, dagli Stati Uniti e dalla popolazione venezuelana (comprensiva di fazioni criminali e paramilitari). L’interpretazione della bussola così costituita ci aiuterà a capire come si può uscire dai tortuosi corridoi di questa trappola politica ed economica che oggi si chiama Repubblica Bolivaiana del Venezuela.

 

Il Governo chavista di Maduro

Questa leadership si forma in un momento di grave lutto per l’intero Paese. La scomparsa di Hugo Chavez Farias (5 marzo 2013) ha riportato l’intero Paese ad una dimensione surreale di smarrimento politico, dovuta ad un’erronea sovrapposizione tra persona fisica e progetto politico. Nello specifico Chavez, alla guida del Paese dal 1998, è riuscito con forte personalità e carisma, ad incidere il suo volto nel cuore della gente, tanto da indurla nel tempo a votare più per l’uomo che per il partito che lo stesso rappresentava. Chavez non era altro che la proiezione moderna di quell’idea utopica bolivariana dei primi anni dell’800. Simon Bolivar auspicava una patria grande e socialista, capace di unire i popoli in un’idea di equità sociale e indipendenza. Un’idea che dovette scontrarsi con la realtà di una nuova America Latina fatta di competizioni e brame di potere utili solo al germoglio, sviluppo e irrobustimento di un’idea molto più pragmatica e opportunista che veniva dall’esterno della regione: la Dottrina Monroe e quell’imperialismo statunitensi che in maniera esponenziale avrebbe coinvolto prima il continente e poi il globo. Chavez, nel 1998, ebbe l’intuizione che qualcosa poteva cambiare nella storia del continente e la sua tesi venne rafforzata dall’ascesa di Inacio Lula in Brasile, poi Nestor Kirchner in Argentina e così via, fino ad una convergenza regionale nell’idea di Indipendenza del XXI Secolo. Convergenza presto ridimensionata dalla visione internazionalista del Brasile, dalle difficoltà argentine di evolvere con determinazione e dal forte approccio provocatorio nei confronti di Washington da parte dei paesi più socialisti e meno inclini al compromesso internazionale del libero mercato (Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua e Cuba). Ma la figura di Chavez, nonostante le avversità internazionali, è riuscita, proprio grazie a queste, ad accrescere la propria prorompenza di leader indiscutibile della rivoluzione bolivariana: il colpo di Stato del 2002 ribaltato dal popolo stesso che con determinazione ha riportato Chavez nel palazzo di Miraflores.

 

Chavez eletto dal popolo a più riprese e con determinazione difeso da ogni genere di ingerenza. Questa è la realtà fino al 2013.

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