giovedì, Maggio 13

Il Venezuela scarica il dollaro: cosa può accadere? L'ostilità tra Washington e Caracas ha raggiunto un nuovo picco

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Nel marzo 2015, il presidente democratico Barack Obama firmò un ordine esecutivo con il quale venivano imposte mirate nei confronti di diversi funzionari venezuelani che la Casa Bianca riteneva responsabili di non meglio specificate ‘violazioni dei diritti umani’, ‘persecuzioni degli oppositori politici’ e ‘corruzione pubblica’. Il provvedimento proclamava inoltre «l’emergenza nazionale nei confronti della straordinaria minaccia posta alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati uniti dal Venezuela».

Allora, il governo guidato da Nicolas Maduro si trovava ormai da tempo nel mirino di Washington, che nel 2002 aveva appoggiato alcune frange dell’opposizione che comparteciparono al fallito golpe contro Hugo Chavez. Subito dopo la prematura morte di quest’ultimo, Maduro raccolse il guanto di sfida lanciatogli da Henrique Capriles Radonski, candidato anch’esso sostenuto dagli Usa che però non riuscì il candidato bolivariano alle elezioni dell’aprile 2013. Radonski non indugiò tuttavia a contestare il verdetto delle urne, lanciando accuse di brogli sistematici ad opera dei collaboratori di Maduro che però furono seccamente smentiti dal Consiglio Nazionale Elettorale.

Da quel momento, il Venezuela è rimasto saldamente al centro delle attenzioni di Washington. La cosa non stupisce, se si considera che il governo di Caracas può disporre delle maggiori riserve petrolifere accertate al mondo (ma sono ancora molti i territori da esplorare) e che, fin  da quando Chavez era al potere, ha attuato una sostanziale virata geostrategica che l’ha portato ad allontanarsi progressivamente dagli Stati Uniti per legarsi sempre più con una serie di nazioni (essenzialmente Cuba, Iran, Russia, Cina) niente affatto allineate al ‘Washington consensus’.

Sotto l’amministrazione guidata da Donald Trump, gli Usa hanno notevolmente incrementato la pressione politica, economica e militare sul governo Maduro. Nel momento in cui Caracas ha varato la riforma costituzionale fortemente contestata dall’opposizione, l’esecutivo statunitense ha adottato nuove sanzioni attraverso le quali venivano introdotti una forte limitazione all’utilizzo di dollari per l’acquisto del petrolio venezuelano e il divieto a qualsiasi istituto finanziario di comprare e/o vendere sia titoli di Stato venezuelani che azioni della compagnia statale Petroleos de Venezuela. È evidente che «Washington mira a un duplice obiettivo: accrescere in Venezuela la penuria di beni di prima necessità e quindi il malcontento popolare, su cui fa leva l’opposizione in-terna (foraggiata e sostenuta dagli Usa) per abbattere il governo Maduro; mandare lo Stato venezuelano in default, ossia in fallimento, impedendogli di pagare le rate del debito estero».

Sullo sfondo, intanto, lo Us Southern Command (Southcom) intensificava le operazioni militari a ridosso dei confini venezuelani, coinvolgendo talvolta anche Stati sudamericani – come la Colombia – che intrattengono con Caracas rapporti alquanto difficili. Trump, dal canto suo, ha non solo esercitato forti pressioni sull’Unione Europea perché applicasse un pacchetto di sanzioni analogo nei confronti del Venezuela, ma si è addirittura spinto a dichiarare che «sono state elaborate varie opzioni […]. Disponiamo di truppe schierate in tutto il mondo, anche in Paesi situati a grande distanza dagli Stati Uniti. Il Venezuela non è lontano, e la sua gente sta soffrendo e morendo. Non mi sento di escludere la possibilità di un intervento militare, se si rivelerà necessario».

Di fronte alle minacce di Washington, Maduro ha quindi deciso di adottare una postura più aggressiva nei confronti degli Stati Uniti, andando a toccare il vero e proprio punto critico della supremazia geopolitica Usa: il primato internazionale del dollaro. Fin dalla Seconda Guerra Mondiale (ed anche prima, per la verità), il dollaro è la moneta di riferimento per gli scambi internazionali e per la compravendita di tutte le più importanti materie prime, dal petrolio all’oro, dal rame al gas naturale. In ragione di ciò, la divisa statunitense è arrivata a costituire gran parte delle riserve valutarie mondiali. Ma se un numero crescente di Paesi si decidesse a scaricare la valuta statunitense, una miriade di dollari si riverserebbero all’interno dell’economia statunitense causando una vera e propria apocalisse inflattiva e privando la Federal Reserve della possibilità di finanziare il colossale debito pubblico nazionale (23 trilioni di dollari in costante aumento) semplicemente stampando moneta.

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