venerdì, Luglio 30

Venezuela e sanzioni sul petrolio: perché sì e perché no

0
1 2


In un Venezuela scosso più che mai, domenica scorsa si sono svolte le elezioni per la nuova Assemblea Costituente tanto volute dal Presidente Nicolas Maduro. Per lui, perfettamente legittime. Secondo l’opposizione un vero e proprio «colpo di Stato»; Maduro non avrebbe alcun potere autonomo di convocare un’elezione senza il sostegno del popolo.

L’assemblea avrà 545 membri e la seguente formazione: 364 eletti per territorio e 173 saranno divisi tra imprenditori, contadini e pescatori, disabili, studenti, operai, rappresentanti delle amministrazioni comunali e altri organismi locali, pensionati ed, infine, rappresentanti delle comunità indigene. La conseguenza che più preoccupa gli attivisti dell’opposizione è la sottrazione al Parlamento, l’unica istituzione controllata dagli stessi (ed inabilitata dalla Corte Suprema), del processo costituzionale. Il Parlamento, quindi, rischierebbe di diventare un organo di poco contenuto e nessuna facoltà o beneficio. E l’opposizione, chiaramente, non vuole cedere la sede ad un Assemblea riconosciuta come illegittima. Julio Borges, il presidente del Parlamento, evidenzia la situazione parlando di «uno scenario molto probabile di scontro violento».

«Il voto più importante che la rivoluzione abbia mai avuto in 18 anni di storia», ha detto Maduro che non perde l’occasione di criticare anche i media del Paese e chiede l’avvio di un’indagine per il canale televisivo ‘Televen‘ colpevole di «censurare le elezioni». Secondo le prime stime, il 41.53% della popolazione si è recato ai seggi per votare, ma l’opposizione parla dell’87% di astensione ed è convinta della falsificazione dei dati.

E gli Stati Uniti mantengono le promesse in merito al via di alcune sanzioni contro Maduro. Appena dopo il voto per l’Assemblea costituente, il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha optato per il congelamento dei beni che si trovano sotto la giurisdizione americana ed per il divieto per cittadini e imprese americane di fare affari con il presidente venezuelano. Il tutto si somma a ciò che era già stato fatto verso esponenti governativi e forze armate. «Le elezioni illegittime di ieri confermano che Maduro è un dittatore che disprezza la volontà del popolo venezuelano. Sanzionandolo, gli Stati Uniti esprimono la loro opposizione alle politiche di questo regime ed il sostegno al popolo venezuelano che cerca di far tornare il suo Paese ad una democrazia piena e prospera», ha dichiarato il segretario del Tesoro americano, Steven Mnuchin.

Ma ancora nulla di concreto in merito alle probabili misure sul settore petrolifero. Mnuchin ha anche detto che sul tavolo ci sono tutte le opzioni, tra cui quella di interrompere i flussi commerciali con il Paese. Ieri, prima delle aspettative circa l’effettiva inclusione del settore nelle sanzioni americane, il prezzo del petrolio era già salito sopra i 50 dollari al barile.

Dopo le sanzioni, il mercato petrolifero statunitense non si è ancora pronunciato ma alcuni analisti sostengono che simili sanzioni potrebbero essere l’unica via per minacciare efficacemente il Governo di Maduro. I commercianti, da parte loro, hanno dichiarato che le sanzioni, nel loro stato attuale, non avrebbero conseguenze sull’andamento del flusso commerciale da e verso il Venezuela. Ma potrebbero averle. «Le ultime sanzioni sono più simboliche che altro, finché il settore petrolifero rimane esentato» ha affermato Giovanni Staunovo, analista dell’UBS.

Il Venezuela, il Paese dalle più estese riserve petrolifere, è una risorsa di greggio pesante per le raffinerie americane. Le importazioni statunitensi nei primi quattro mesi di quest’anno hanno raggiunto i 724.000 barili al giorno. Ma il Paese è diventato maggiormente dipendente sugli import a causa dei problemi delle sue raffineria. La PDVSA, compagnia petrolifera statale, ha importato merce raffinata americana per compensare le perdite della sua organizzazione che quest’anno ha sfruttato meno della metà della sua capacità a causa della mancanza di greggio, di frequenti guasti e della mancanza di pezzi di ricambio.

Circa metà di queste importazioni sono nafta pesante, comprata dalla PDVSA per poi diluire il suo petrolio e renderlo adatto per lesportazione. L’azienda acquista dagli USA per trasformare il greggio, formulare un petrolio greggio diluito (DCO) e poi imbarcarlo verso i Caraibi, USA e Asia. Quest’anno, a causa delle difficoltà dovute ai ritardi nei pagamenti, la PDVSA ha comprato 19.000 barili giornalieri di greggio americano, molto meno rispetto ai 30.000 dell’anno scorso.

E proprio quelle aspettative circa le sanzioni al Venezuela rendono più viva la percezione che il Paese si sta avvicinando sempre più all’inadempimento dei suoi obblighi. La probabilità che il Venezuela salti un pagamento oltre i prossimi 12 mesi, secondo i dati pubblicati da ‘Bloomberg‘, sale al 62%. Si tratterebbe della percentuale più alta dal Marzo del 2016 ad oggi. Le sanzioni, per giunta, accrescerebbero la probabilità di uninsolvenza vista la situazione già drammatica della PDVSA e ciò darebbe a Maduro la giusta ‘scusa’ per dare la colpa a qualcun altro circa linabilità del suo Governo.

«Se gli USA vietassero le esportazioni di greggio e di altri prodotti, questo avrebbe un impatto ‘moderato’ sulla PDVSA», ha detto Risa Grais-Targow, analista presso l’Eurasia Group di Washington. Secondo Adam Sieminski del Center for Strategic and International Studies, potrebbe essere una scelta che aiuterà Maduro nei confronti dell’opinione pubblica. «Se imponiamo sanzioni al Venezuela, stiamo dando a Maduro un capro espiatorio. Potrebbe incolpare gli Stati Uniti per i problemi della sua Nazione».

Il Venezuela ha, quindi, per necessità, aumentato le importazioni di petrolio dagli Stati Uniti negli ultimi anni. La produzione petrolifera è precipitata nel giro di 14 anni fino a 1.97 milioni di barili al giorno nel mese di Giugno, secondo Bloomberg.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->