mercoledì, Aprile 21

"Venezuela, opposizione disperata" image

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Julian Isaias Rodriguez Diaz Venezuela Maduro

Una protesta dilagante. I cortei studenteschi, appoggiati dall’opposizione, sul tema dell’insicurezza e del costo della vita, sono ormai una costante in Venezuela e secondo il procuratore generale del Paese, Luisa Ortega Diaz, in tre settimane hanno già provocato 18 morti e 261 feriti. Per il Presidente Nicolas Maduro una situazione complicata da risolvere: un Paese diviso tra contrasti politica e crisi economica, e una tensione che aumenta di ora in ora. Maduro, da mesi, parla di un complotto ordito dalle opposizioni, o almeno da quella frangia al loro interno che gli esponenti dell’establishment chavista additano come ‘fascista’.
Di quanto sta accadendo in Venezuela, neparliamo con l’ex vice Presidente e ora Ambasciatore in Italia Julian Isaias Rodriguez Diaz.

 

Ambasciatore, nel suo Paese la protesta continua. Quali sono state le cause scatenanti dei disordini di questi giorni?
Dal 1999 esiste per il Venezuela una strategia di destabilizzazione che si acutizza ogni qual volta l’opposizione perde una opportunità elettorale. Recentemente ha perso due elezioni presidenziali (con Chávez e poi con Maduro) e una elezioni a livello nazionale dei sindaci nella quale ha vinto in 74 comuni contro 261 del chavismo. Questa è la causa: la disperazione. Cercano di creare il caos come in Ucraina: Noi non siamo l’Ucraina, né l’Egitto, né tanto meno la Siria. Qui c’è un popolo cosciente, che si è sviluppato politicamente e socialmente, che conosce le “rivoluzioni colorate” e i sogni dell’imperialismo.

Quanto può aver giocato la difficile situazione economica che vive il Paese nell’esacerbare i motivi della protesta?
Esistono problemi economici. Certo non li nascondiamo. Una rivoluzione aggredita, affinché sia sconfitta deve avere problemi economici. Gli introiti economici hanno contenuto gli assalti esterni. Il nostro problema è politico, non economico. Abbiamo ridotto la povertà del 70%, la disoccupazione non arriva al 6%. Il paniere delle famiglie è garantito dal sussidio del governo. L’educazione è pubblica e conta con la più alta percentuale di iscritti in America latina. La quinta a livello mondiale, riconosciuta dall’Unesco.

C’è chi sostiene che il restringersi del pluralismo mediatico nel suo Paese lasci sempre meno spazio alle opposizioni politiche di esprimere il proprio dissenso. Come risponde il Governo che rappresenta?
Chiunque visiti il Venezuela si può facilmente rendere conto che si tratta di un’ulteriore menzogna della guerra mediatica e dei manuali delle guerre di 4’ e 5’ Generazione. I giornali di maggiore circolazione El Nacional, El Universal e Ultimas Noticias sono al servizio dell’opposizione. Il 67% dei canali radiofonici appartiene agli avversari del chavismo e i canali delle televisioni più seguite (Televén e Venevisión) sono stati artefici attivi del Golpe del 2002. Il Governo è mediaticamente in minoranza nel paese. All’esterno non esiste. Siamo totalmente invisibili e non abbiamo diritti di replica.

I rapporti tra il Governo e l’opposizione sembravano meno tesi dopo la stretta di mano dell’8 gennaio tra Maduro e Capriles. Cosa è cambiato in così poco tempo?
L’opzione di potere per l’opposizione, la perdita di immagine di Capriles che adesso non è più il leader dell’opposizione. Le divisioni interne della stessa opposizione. Fanno a gara per accaparrarsi le risorse economiche che inviano loro dall’estero per destabilizzare il Paese. Un settore moderato aspira a governare e uno violento teme di essere scalzato dagli oppositori di maggiore esperienza.

Leopoldo López, uno dei principali organizzatori delle manifestazioni, rimane in carcere, nonostante siano cadute le accuse più pesanti mosse nei suoi confronti (terrorismo e omicidio). Non crede che la carcerazione di uno dei leader della protesta possa fomentare i contrasti?
Leopoldo López ha partecipato al colpo di Stato venezuelano del 2002. Adesso ha diviso l’opposizione in violenti e non violenti. Si è consegnato alle autorità perché un settore più violento di lui è intenzionato ad ucciderlo per far poi credere che sarebbe stato assassinato dal Governo. Le accuse di terrorismo non sono state ritirate. Inoltre, ci sono un insieme di reati da codice penale che ancora pendono su di lui.

I ‘collettivi’ paramilitari come 23 de Enero hanno giocato un ruolo fondamentale nell’escalation della violenza. Come pensa che dovrebbe comportarsi il Governo nei loro confronti?
In Venezuela non esistono collettivi paramilitari. Esistono individualità paramilitari che vengono dall’esterno per assassinare a distanza con armi telescopiche. Il Collettivo ’23 de enero’ è un gruppo duro, da quel quartiere si è posto fine ad una dittatura nel 1958, sono gruppi popolari radicali con una coscienza politica e sociale.

Alcuni analisti sostengono che il Governo abbia in realtà tutto da guadagnare da un’opposizione più radicale.
La discussione attuale nelle fila dell’opposizione è questa. A chi beneficia di più la violenza radicale di un settore dell’opposizione? É evidente la stanchezza nella classe media che appoggia gli oppositori. Il vandalismo si realizza nelle zone dove governa l’opposizione dove il valore del metro quadrato delle proprietà è il più alto dell’America latina.

Tre diplomatici statunitensi sono stati espulsi con l’accusa di cospirazione. Condivide il parere di chi vede nei disordini la mano degli Stati Uniti, che vorrebbero liberarsi di un Governo con cui non sono in sintonia?
La diplomazia nordamericana cospira sempre. Hanno spiato il Papa, gli israeliani e gli inglesi. In America Latina a chi chiede del perché negli USA non ci sono colpi di Stato, si risponde: perché non ci sono Ambasciate USA. In Venezuela il Golpe del 2002 è stato diretto da quest’Ambasciata e anche la serrata petrolifera che ha fatto perdere al Paese 20 miliardi di dollari in 64 giorni è stata da lì orchestrata. I tre funzionari sono stati scoperti mentre consegnavano i visti agli studenti nelle tre Università più importanti del Paese: la UCV, la Universidad de los Andes e La Universidad del Zulia. I settori della società più sensibili sono tra le classi medie, l’oligarchia che si divideva i proventi del petrolio e gli importatori. Il resto dell’opposizione sono le briciole che restano dei partiti tradizionali che sono spariti o che stanno sparendo.

I Governi dell’Alba si sono mostrati solidali con il Governo, mentre altri, come la Colombia, hanno avuto una posizione più critica. Pensa che questi eventi possano cambiare le relazioni diplomatiche e gli equilibri regionali?
Nella vigna del Signore si trova di tutto. Specialmente quando ‘il Signore’ ha un nome e un cognome. Faremo tutto il possibile per mantenere le relazioni con la Colombia. Siamo fratelli, figli dello stesso libertador. Condividiamo un confine di oltre mille chilometri e siamo latinoamericani.

Qui in Italia, e in Europa, si parla più di Ucraina che di Venezuela. Viene spontaneo fare un parallelo tra le due vicende. Pensa che la protesta possa raggiungere i livelli di Kiev, e causare un cambio al Governo, o nuove elezioni?
Non siamo l’Ucraina. Abbiamo vinto 18 su 19 elezioni. Siamo il riferimento di una società alternativa di fronte al capitalismo. Non ci siamo separati da una potenza alla quale appartenevamo. Abbiamo storicamente una guerra di indipendenza e una guerra federale nonostante le ingerenza quotidiane degli USA non sono mancate. Siamo cresciuti elettoralmente e nella coscienza. Siamo alla ricerca di una identità che la Spagna prima e gli USA dopo ci hanno ritardato. Vogliamo la sovranità e la non dipendenza. In Venezuela non c’è Kiev.

A proposito di cambi di Governo, vede un parallelismo con il Colpo di Stato del 2002? Quanto pesa la memoria storica di quell’evento nella lettura dei fatti di oggi?
La lettura pesa. In America diciamo: “a quien lo pica culebra, bejuco le para el pelo” [Chi rivive una brutta esperienza accaduta in passato, presta maggiore attenzione]. Per il resto è stato lo stile USA per liberarsi, non dei governi che li avversano ma di quelli che non possono controllare. Hanno imposto una politica di forza ed interferenza che oggi l’America latina rifiuta. Non solo il Venezuela, il Brasile, l’Argentina, l’Uruguay e ovviamente l’Ecuador e la Bolivia. Il Cile lentamente sta cercando una definizione che quanto prima troverà. In Perù accade lo stesso. Solo la Colombia sembra essere un interrogativo costante.

Su quali basi si può ristabilire un dialogo più costruttivo e pacifico fra il Governo e l’opposizione?
Sulla base del riconoscimento dell’avversario. Il Governo è cosciente che esiste una opposizione. L’opposizione non riconosce il Governo. Secondo le loro stesse parole bisogna sconfiggerli nelle elezioni come ha fatto Chávez affinché sentano la sconfitta. Il Governo sa che i processi elettorali è assolutamente impossibile truccarli. Per l’opposizione solo quando vince sono legittime. Come nella legge “dell’imbuto”: se mi favorisce è legittima, se non mi favorisce non esiste la divisione dei poteri. Su 19 elezioni ne abbiamo vinte 18 e per l’opposizione la maggioranza continua ad essere in discussione. Capiamo che non vogliono il socialismo come opzione ma non offrono al Paese nessuna altra alternativa che non siano “le dimissioni del Governo”. Le idee si discutono e siamo disposti a dibatterle ciò che vogliamo per l’Americalatina ed il mondo. Abbiamo accettato la legalità borghese, lo Stato di diritto borghese, la legittimità elettorale, il pacifismo e la non violenza, la società per tutti e non solo per una minoranza, i diritti umani per i neri e per i bianchi, per i meticci, per los pardos e los zambos. Nel colpo di Stato del 2002 si è intravista una corrente razziale come segno di potere cosa che ha già prodotto una guerra mondiale.

 

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