sabato, Settembre 25

Venezuela, opposizione al bivio field_506ffb1d3dbe2

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Henrique Capriles Radonski

 

Con le elezioni comunali dell’8 dicembre si è consumata l’ennesima delusione per l’opposizione venezuelana. L’eterogenea coalizione di partiti che compone la Mesa de Unidad Democratica (MUD) sperava finalmente in una vittoria, seppur simbolica, che potesse rinvigorire le speranze di un cambio al potere dopo quasi vent’anni di incontrastata egemonia del movimento chavista.

Ma i risultati delle comunali hanno confermato l’incapacità dei partiti che fanno capo a Henrique Capriles Radonski di spezzare la maledizione delle urne. Il MUD ha ottenuto infatti solo 75 comuni, contro i 242 del Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV), e ha anche visto diminuire la percentuale di voti dal 49% ottenuto alle elezioni presidenziali tenutesi lo scorso aprile all’attuale 39%.

Un calo non così vistoso se si tiene conto della bassa affluenza (60%) rispetto alle alte percentuali di votazioni alle presidenziali, nonché della presenza di liste minori che contraddistinguono le comunali, ma che sancisce quella che di fatto è la quarta sconfitta consecutiva della MUD da quando è Capriles a guidarla, tutte avvenute nel corso degli ultimi due anni. A rendere meno amara la sconfitta ci sono solo le conquiste di Caracas e Maracaibo, le due città più ricche e importanti del Paese, nonché la vittoria di José Luis Machín del MUD a Barinas, città natale di Chavez, avvenuta grazie a contrasti interni tra chavisti. La ciliegina su una torta che l’opposizione non ha nemmeno assaggiato.

Perciò, nonostante le dichiarazioni a caldo di Capriles abbiano ostentato ottimismo, e sottolineato come l’opposizione abbia ancora il supporto di metà dei venezuelani, l’aria che si respira all’interno del MUD sia densa di interrogativi sulle cause della sconfitta e perplessità riguardo alle strategie politiche future. Capriles ha puntato sulla retorica del ‘Paese diviso‘ ancora una volta, un argomento che sottolinea la celebrazione di una non sconfitta per coprire una mancata vittoria.

I dirigenti del MUD contavano su risultati migliori per una serie di buoni motivi. Le presidenziali di aprile, vinte dal successore nominato di Chavez, Nicolas Maduro, erano di fatto un voto su cui pesava enormemente la figura mitica, mistica e mitizzata dell’ex Presidente, mancato solo un mese prima. Insomma, un voto per il chavismo più che per Maduro. Ben diversa avrebbe dovuto essere la situazione dopo otto mesi in cui la nuova leadership se l’è vista con un aumento dell’inflazione, ammanchi di beni nei supermercati e continui blackout. Tutte cose già viste dai venezuelani, ma la cui portata è andata aumentando durante il Governo di Maduro, che non ha saputo gestire i dissesti economici con efficacia.

In questo contesto, si pensava che un voto punitivo avrebbe colpito Maduro, che non solo ha ereditato una situazione economica traballante da Chavez, ma manca dell’appeal e del fascino del caudillo che l’ha preceduto. Per questo sembrava sufficiente fare leva sullo scontento popolare per garantirsi un buon risultato. L’evidenza sembrava sotto gli occhi di tutti.

Eppure, la cosidettaguerra economica promossa da Maduro negli ultimi mesi, una strategia che scaricando le colpe della crisi proprio sull’opposizione e sulla borghesia speculatrice del Paese mirava a creare uno spauracchio che allontanasse dalle menti dei venezuelani le mancanze del Governo stesso, sembra aver avuto l’effetto voluto, cioè di mantenere il consenso intorno all’attuale leadership e congelare il consenso politico. Abbassare i prezzi artificiosamente una tantum non ha risolto nulla, ma ha certamente garantito qualche voto in più.

Ramón Guillermo Aveledo, Segretario del MUD, ha sottolineato, in seguito al voto, che i risultati dell’8-D (è così che chiamano le comunali i venezuelani, amanti delle sigle) devono condurre a una nuova pianificazione dell’offerta politica dell’opposizione. Secondo Aveledo «bisogna analizzare se la inquietudine dei venezuelani era socioeconomica, e perché queste misure demagogiche (riferendosi alla guerra economica, ndr) sono arrivate».

Gli occhi sono ovviamente puntati su Capriles, che comincia a veder traballare la sua leadership. Alcuni criticano la sua decisione di trasformare l’8-D in un plebiscito su Maduro, alzando troppo la posta in palio, altri ancora per la cocciutaggine con cui ha insistito nel sostenere i brogli del PSUV alle ultime presidenziali.

Lo stesso Maduro lo ha invitato a dimettersi appena saputi i risultati degli scrutini. C’è chi ritiene che un cambio al vertice potrebbe ridare verve al MUD. Nel frattempo alcuni esponenti, come Leopoldo López e María Corina Machado, hanno invocato la riunione di un’Assemblea Costituente, un gesto previsto dalla Costituzione del 1999 ma che di fatto appare una reazione frustrata dopo l’ennesima sconfitta elettorale. Una strada che estremizzerebbe ulteriormente il clima politico nazionale ed è perciò avversato da una parte del MUD, quella che comprende i socialdemocratici e i cattolici.

«Se con gli attuali risultati convocassimo una Costituente, saremmo morti», ha dichiarato al quotidiano El Universal Henry Ramos Allup, leader di Acción Democrática, uno dei partiti della coalizione che compongono la MUD. Allup e altri sono infastiditi dalla tendenza di alcuni alleati verso la linea dura. Si è dunque inasprita la divisione interna alla coalizione tra i partiti nati prima del chavismo, come la stessa Acción Democrática, e le componenti giovani del MUD, i cui leader sono cresciuti politicamente in un contesto già occupato dagli scontri con il chavismo. I primi propendono per un approccio più moderato, i secondi, tra cui figurano i fan della Costituente, sono attirati da colpi di mano populisti e mobilitazioni per le strade

Curiosamente, ad essere più conciliante è stato proprio Maduro, che dopo le elezioni ha convocato i Sindaci e i Governatori dell’opposizione a un incontro nel Palazzo di Miraflores, la sede del Governo, per discutere temi gestionali tra Governo centrale e Amministrazioni locali. Alla fine, nel corso di più quattro ore, si è parlato di tutto, ma con una certa pacatezza, un comportamento che risulta quasi sorprendente in un Paese dove lo scontro politico si è fatto sempre più aspro nel corso degli anni.

Ciò che stupisce meno è che la mano tesa sia arrivata da Maduro, uno che fino ad ora aveva preferito la mano pesante come strategia principale quando si trattava di opposizioni, ma che ha probabilmente colto l’occasione per normalizzare parzialmente le relazioni con il MUD e dare prova di magnanimità e senso civico dinnazi all’elettorato. Già Chavez aveva alternato con sapienza bastone e carota con i suoi avversari.

Ad ogni modo, ora, passato il periodo introspettivo e risanati i contrasti interni, il MUD dovrà davvero cambiare registro se vuole avere qualche speranza alle prossime elezioni. La leadership di Capriles non sembra per ora essere minacciata, sia per il suo ruolo di mediatore tra i partiti, sia per la sua autorevolezza. In fondo, si tratta dell’unico che può vantare di aver (quasi) pareggiato con il chavismo alle urne, un risultato insperato prima che si verificasse. Anche la giovane età (40 anni) depone a suo favore. Non è detto che gli debbano venire i capelli bianchi prima di essere Presidente.

 

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