lunedì, ottobre 22

Venezuela: Natale ai tempi dell’iperinflazione di Maduro Reportage da una vigilia di Natale di una famiglia di San Felix a caccia di questo o quell’ingrediente mancante da mettere in tavola nella notte Santa

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San Felix – ‘No hay carne‘, non c’è carne, avverte il foglio scritto a mano appeso alla vetrina del negozio. L’ennesimo questa mattina. Risaliamo in auto, se non altro sto imparando il ‘magheggio’ per aprire la porta danneggiata della Chevrolet Grand Wagoneer del 1987 sulla quale stiamo viaggiando. È il 24 dicembre, Vigilia di Natale, in Venezuela.
Quest anno faccio un po’ fatica a sentire lo spirito natalizio, saranno i 27 gradi di San Felix, barrio popolare di Ciudad Guyana, sarà che in Venezuela le decorazioni non sono la priorità. Eppure c’è fermento in strada, proprio come succede in Italia, tanti venezuelani stanno ricorrendo la città alla ricerca di questo o quell’ingrediente mancante da mettere in tavola questa notte. Solo che questo è il Venezuela, qui la scarsitá è la norma. Guardo fuori dal finestrino: un uomo fruga tra i sacchi dell’immondizia abbandonati al ciglio della strada sotto l’onnipresente sguardo di Chávez, tatuato praticamente su ogni muro del Paese.

Mezzo salario minimo per un pane ripieno

Il mio amico Alberto è al telefono, dice che qualcun’altro si occuperà della carne per l’hallaca, piatto tipico natalizio, una pasta di farina di mais ripiena di carne macinata, uva passa, uova, olive, capperi e avvolta in una foglia di banano. Questo da ricetta, noi la faremo senza olive, né capperi, esageratamente cari. Se non altro al negozio di cui sopra abbiamo trovato il pan de jamon, altro piatto tipico della tradizione natalizia venezuelana, un pane ripieno di prosciutto e uvetta. Ogni filone costava 280.000 bolivares, ne abbiamo comprati 10. Di nuovo, quando me lo dicono, mi assale quella sensazione di surrealitá a cui ancora non mi sono abituata da quando sono arrivata in Venezuela, un mese fa. 2,8 milioni di bolivares di solo pane. In un Paese in cui il salario minimo è di 456.507 di bolivares.
Il Governo non pubblica dati sull’inflazione dal 2015, ma non occorre aver studiato economia per rendersi conto che il Venezuela è un Paese in iperinflazione. Quando entrai nel Paese, a fine novembre, un chilo di farina di mais bianca -indispensabile per preparare arepas, piatto nazionale venezuelano- costava circa 40.000 bolivares. Oggi -se si trova- sta a 70.000. Secondo calcoli del Parlamento, in mano all’opposizione antichavista, esautorato quest’anno dei suoi poteri da parte del Tribunale Supremo e dell’Assemblea Nazionale Costituente, l’economia venezuelana terminerà il 2017 con una inflazione accumulata del 2000%. “Il Governo dirà che non si tratta di una crisi, ma di una guerra economica, di un blocco diretto dall’imperio”, dice Alberto mentre percorriamo le corsie mezze vuote del supermercato, “è il copione”. Dò un rapido sguardo agli scaffali: non si trova farina, né uova, pasta, riso, margarina, però c’è una corsia di olio di semi, tutto della stessa marca, e un’altra di sola ‘chucherias’: biscotti, patatine, caramelle, l’immancabile Coca Cola. “Tutti i prodotti di prima necessità fatti in Venezuela dovrebbero essere venduti presso distributori legali ad un prezzo regolato dal Governo, ma tutto finisce in mano ai bachaqueros che lo rivendono a prezzi esorbitanti nel mercato nero a cinque, sei, fino a dieci volte il prezzo originale”. Secondo Datanálisis, società di ricerca di mercato con sede a Caracas, il 60% delle persone che fanno oggi la fila nei supermercati venezuelani rivende i prodotti che riesce ad ottenere. Fare la fila è un lavoro che rende più di molti impieghi. Usciamo a mani vuote. Reperire cibo in Venezuela ha un costo che va ben oltre a quello sborsato in bolivares per acquistarlo. Costa tempo, energia mentale. I prodotti scarseggiano anche nel mercato nero e quando si trovano c’è un’altra lunga coda da fare, quella per pagare al ‘punto’. Perchè se c’è qualcosa che scarseggia piú del cibo in Venezuela è il contante.

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