sabato, Dicembre 4

Venezuela: Maduro ha vinto due volte Gli 8,1 milioni di elettori che si sono recati alle urne -il 41,8% dei 21 milioni di aventi diritto- hanno consolidato il chavismo, che ha vinto in 20 dei 23 Stati del Paese. Se il rapporto degli osservatori internazionali non sarà negativo, per Maduro sarà vittoria contro l'opposizione e contro la comunità internazionale

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Ieri il Venezuela è andato alle urne per le elezioni locali e regionali. I venezuelani sono stati chiamati (in 21 milioni sui 30 milioni di cittadini) per eleggere 23 governatori, 335 sindaci, 253 legislatori ai Consigli legislativi e 2.471 consiglieri, potendo scegliere tra oltre 70.000 candidati e circa 40 partiti.
Per la prima volta dal 2017 i maggiori gruppi di opposizione si sono presentati con propri candidati a competere con quelli del Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV) del Presidente Nicolás Maduro -l’opposizione non si era, infatti, presentata, perchè non riconosceva il sistema elettorale, sia alle elezioni presidenziali del 2018 che alle elezioni legislative del 2020. E questa è stata di certo la cosa più importante di questo voto, segno che l’opposizione ha cambiato la sua tattica, ha abbandonato il boicottaggio elettorale, il che potrebbe essere l’inizio del cambio di strategia. Secondo molti, quel Venezuela che ieri si è recato alle urne cerca di entrare in una transizione politica. Se ci riuscirà dipenderà non solo da Maduro, più ancora dipenderà dalla maturità dell’opposizione sulla quale ci sono non pochi dubbi, visti anche i precedenti.

Gli 8,1 milioni di elettori che si sono recati alle urne -il 41,8% dei 21 milioni di aventi diritto- hanno consolidato il chavismo, che ha vinto in 20 dei 23 Stati del Paese. Una ‘clamorosa sconfitta’, così viene bollato il risultato dell’opposizione, che paga i molti anni di boicottaggio e, soprattutto, la sua divisione interna, che ha portato all’assenza di liste comuni, disperdendo così il voto nella maggior parte delle regioni, e all’assenza dalla scheda elettorale di una parte delle forze di opposizione. Il messaggio, poi, è stato a volte contraddittorio.
L’altra novità, indicata da alcuni osservatori come una ‘svolta’, è che l’Unione europea ha inviato una delegazione di osservatori per monitorare le elezioni dopo una sospensione di 15 anni. Insieme alle Nazioni Unite e al Carter Center, dovranno esprimersi sulla libertà e equità del processo elettorale (per martedì è previsto un primo rapporto dalla delegazione UE). Eric Farnsworth, esperto di America Latina presso l’Americas Society/Council of the Americas (AS/COA), alla vigilia del voto ha dichiarato a ‘Foreign Policy‘: «Non c’è nessun osservatore elettorale che possa concepibilmente uscire allo scoperto e dire che questa è stata un’elezione libera ed equa». Le critiche al sistema elettorale includono un Consiglio elettorale nazionale ritenuto fedele a Maduro e altre mosse repressive contro la leadership del partito di opposizione.
Una notizia che ha forte valenza politica è l’uscita su Twitter del leader dell’opposizione Juan Guaidó, riconosciuto, nel 2019, Presidente ad interim del Venezuela da decine di Paesi, il quale ha scritto: «El evento de este #21N no legitimará a la dictadura de ninguna manera. El intento de Maduro por relativizar y normalizar la crisis no funcionó. Es momento de unificar la lucha por recuperar nuestra democracia e impulsar un #AcuerdoDeSalvaciónNacional que solucione la crisis». Un messaggio ambiguo, ma non tanto da non far capire che di certo non invitava i suoi a votare.


I commentatori internazionali sottolineano il clima in cui si sono svolte le elezioni: «i venezuelani si sono recati alle urne con scarso interesse, intenti a sopravvivere in mezzo alla profonda crisi economica e umanitaria che sta attraversando il Paese. Secondo le stime pubblicate dal Fondo Monetario Internazionale relative al Prodotto Interno Lordo (PIL), il Venezuela quest’anno si posizionerà dietro ad Haiti come il Paese più povero dell’emisfero occidentale», afferma Francesco Manetto di ‘El Pais‘. «Queste elezioni,però, hanno portato una dose di normalità nel Paese e il loro svolgimento è di per sé un passo verso una soluzione pacifica del conflitto». E aggiunge che «il futuro politico del Paese a medio termine dipenderà in gran parte dal rapporto di forze che emergerà dalle urne»; «le percentuali di partecipazione e di astensione saranno decisive e definiranno i prossimi equilibri politici». Alle elezioni legislative dello scorso anno aveva votato il 30% degli aventi diritto, il chavismo aveva vinto senza la partecipazione dell’opposizione. Ieri l’affluenza è stata del 41,80%, con la partecipazione dell’opposizione. «Niente di strano in un Paese stremato dal confronto politico. Non era facile in questi giorni imbattersi in un raduno partigiano a Caracas, né nel tratto finale della campagna. La gente ignorava persino i nomi dei candidati. Alcuni partiti hanno chiesto l’astensione, ritenendo che questo processo faccia guadagnare solo tempo a Nicolás Maduro». Secondo l’analista politica Colette Capriles, «queste elezioni serviranno più come una sorta di primarie, una misurazione delle forze all’interno di ciascuna parte», piuttosto che per cacciare all’opposizione il chavismo.
Secondo ‘El Comercio‘ peruviano: queste elezioni, «più che eleggere governatori e sindaci, possono fungere da nuovo punto di partenza sia per Maduro, che chiede la revoca delle sanzioni internazionali, sia per l’opposizione, che è tornata sul percorso elettorale con gli occhi puntati su ‘un’elezione presidenziale trasparente’» del 2024. Ora si attende di capire se esistono le condizioni minime per continuare a fare affidamento sulla via elettorale come via d’uscita dalla crisi. Il rapporto degli osservatori potrebbe fornire qualche elemento in proposito.

L’opposizione «ha scelto di competere con il chavismo dopo aver ignorato per anni i processi elettorali, considerando che mancava di legittimità. Il tavolo delle trattative iniziato in Messico lo scorso agosto ha posto le basi per la partecipazione delle forze anti-Chavez alle elezioni con l’osservazione internazionale», dice Manetto.
«Non è la stessa opposizione di prima -ci sono nuovi partiti e nuovi candidati- né l’intera opposizione, perché ci sono ancora gruppi che chiedono l’astensione, come l’ala della Voluntad Popular (VP) guidata da Juan Guaidó, che assicura che “la regionali e i comuni non sono la soluzione ai conflitti”», commenta ‘BBC‘. «Nella opposizione al chavismo, fino ad ora, il ramo che prometteva un’insurrezione o un brusco cambio di governo aveva più forza, ma ora quella disponibilità di sostegno immediato per il cambio improvviso sembra essersi sgonfiata», afferma Colette Capriles. «Questa volta, l’opposizione non promette la fine del governo Maduro, né basa la sua causa sull’indignazione contro il chavismo», sottolinea ‘BBC‘. «Gli esperti vedono le elezioni come un referendum sull’ala radicale dell’opposizione guidata da Gauidó, considerato da decine di Paesi il Presidente ad interim del Venezuela e la cui leadership è sempre più messa in discussione». Il sostegno popolare a Juan Guaidó è diminuito considerevolmente da quando ha tentato di prendere il potere, passando dal 63%nel 2019 a circa il 15% oggi, secondo i sondaggi Datanalisis. L’opposizione che partecipa cerca di affermarsi come la vera opposizione, quella che può davvero generare cambiamenti nel Paese, sostiene Luis Vicente Leon, economista, docente a UCAB e IESA. «Il problema è che coloro che partecipano non sono riusciti ad allearsi, si divideranno in due o tre alleanze molto diverse, e questo impedirà di avere una mappa chiara delle forze di opposizione dopo le elezioni».

Il tentativo di rovesciare Maduro si è arenato nel 2019, quando è stato nominato Juan Guaidó Presidente ad interim, con il sostegno degli Stati Uniti. Maduro in risposta si è arroccato al potere, e da quel momento ha iniziato a rafforzarsi. La vittoria schiacciante di ieri, celebrata con euforia da Maduro stesso e dai suoi uomini, è la dimostrazione che la sua strategia ha funzionato. Così Maduro ieri ha vinto due volte,sempre che il rapporto degli osservatori internazionali, a partire da quelli europei, non sia negativo. Ha vinto sul campo 23 a 3, e ha vinto contro Guaidó, umiliandolo alle urne -alle quali, per altro, non si è presentato, e più che mai in questo caso gli assenti hanno sempre torto-, e dimostrando che il riconoscimento internazionale dato a quello che nel gennaio 2019 si era autodefinito Presidente ad interim era stata una mossa quanto meno avventata, e si è fatto beffe della comunità internazionale,mettendola dalla parte del torto, dimostrando che l’opposizione messa alla prova dei numeri non ha la forza che vanta, che i venezuelani, pure nel mezzo di una crisi economica e umanitaria gravissima, stanno in maggioranza dalla sua parte. Insomma, se il rapporto degli osservatori non rileva particolari irregolarità, la vittoria di Maduro sarà totale. A questo punto avrà tutte le ragioni per andare all’incasso, in primis con gli Stati Uniti, passati in 24 ore dalla parte sbagliata, chiedendo in primo luogo il ritiro delle sanzioni imposte dalle amministrazioni statunitensi. Geoff Ramsey, direttore di WOLA -organizzazione per la difesa dei diritti umani nelle Americhe- per l’area Venezuela, e coordinatore per la ricerca e l’advocacy del programma a Washington, ha affermato che «potrebbe essere necessario un nuovo approccio da parte dell’Amministrazione Biden. Ciò potrebbe iniziare con l‘offrire alle autorità venezuelane una road map di azioni che porterebbe ad allentare le sanzioni, simile a ciò che è stato offerto all’Iran in aprile».
Maduro certamente userà questa vittoria sul fronte interno per sostenere come lui sia sempre stato dalla parte giusta, quella della gente, sosterà di essere stato vittima del piano americano contro la rivoluzione bolivariana, e accuserà gli USA di ogni nefandezza, mentre Guaidó sarà bollato come l’usurpatore. L’opposizione, o almeno una parte dell’opposizione, denuncerà brogli, e continuerà a dire che il voto non ha ‘legittimato la dittatura’. E però se davvero si punta a una soluzione politica della crisi e una ordinata transizione, al di là della retorica di tutte due le parti, sarà necessario che sia l’opposizione che, soprattutto, la comunità internazionale si pongano la domanda che non possono più eludere a questo punto: ma se Maduro è un dittatore che affama la gente, perchè il 41,8% degli elettori lo ha votato, pur disponendo di una offerta alternativa? E perchè il restante quasi 60% di venezuelani non è accorsa in massa a votare per mandarlo a casa? Se questi interrogativi la comunità internazionale se le fosse posti nel 2019, forse molti errori si sarebbero potuti evitare, qualche morto in meno ci sarebbe, i venezuelani non sarebbero scappati in massa dal Paese, e qualche famiglia in più avrebbe di che sfamarsi. 

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