giovedì, Agosto 5

Venezuela: la 'rivoluzione' è finita La crisi economica aggravata dal calo del petrolio sta portando Caracas verso un rapido disgregamento

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La ‘Rivoluzione’ Bolivariana è finita. Dalla morte di Hugo Chávez, il Venezuela sembra essersi inesorabilmente avviato verso il disastro economico, politico e sociale. O meglio, è arrivato al punto da non poterne più mascherare i sintomi, già evidenti quando in sella c’era ancora il ‘caudillo’.

La difficile situazione del Paese è sintetizzata da alcuni numeri. Secondo gli ultimi dati diffusi dal Banco Central de Venezuela (BCV), l’inflazione si attesta al 65% su base annua, con picchi  superiori al 100% per i prodotti alimentari, mentre l’indice di indisponibilità dei beni supera quota 30%. E si tratta dei tassi ufficiali: quelli reali sono, ovviamente, molto superiori. Gli scambi commerciali devono tener conto di quattro diversi cambi tra bolivar e dollari americani, impossibili da gestire. L’unico di questi davvero attinente alla realtà, ossia quello sul mercato nero, parla di un rapporto tra biglietto verde e valuta nazionale pari a quasi 30 volte la quotazione ufficiale governativa. Astronomici anche i dati relativi alla violenza interna: con un totale di 24.980 omicidi nel 2014 (in media 68 al giorno e con una proporzione di 82 uccisioni ogni 1000 abitanti), il Venezuela si pone al secondo posto nella classifica dei Paesi più violenti al mondo, alle spalle dell’Honduras.

I tempi in cui Chávez inaugurava il “Socialismo del XXI secolo” sembrano ormai un lontano ricordo. All’epoca il copioso flusso di petrodollari aveva permesso a Caracas di finanziare welfare e geopolitica senza badare a spese. Il popolo godeva di generose prebende e la galassia antiamericanista consacrava la Repubblica Bolivariana come nuova Terra promessa. Concluso il quindicennio chavista, è finita anche la festa. Oggi non ci sono più risorse a cui aggrapparsi e l’incapacità del regime di Nicolas Maduro di affrontare gli attuali problemi sta portando il Paese verso un rapido disgregamento. Due le ragioni principali: il calo del prezzo del petrolio e, appunto, l’inettitudine di Maduro e del suo governo, custodi del chavismo o di ciò che ne rimane, a proseguire l’opera iniziata dal caudillo.

Il Venezuela, maggior serbatoio mondiale di oro nero, alleato dell’Iran (rivale dei sauditi) dai tempi del duo Ahmadinejad – Chávez e già attanagliato da una grave crisi economica, ha visto tutti i nodi venire al pettine in seguito in conseguenza della politica dei prezzi al ribasso avviata dall’Arabia Saudita in sede Opec per combattere la sovrapproduzione di oro nero derivante dalla rivoluzione dello shale oil statunitense.

Per la Repubblica già orfana di Chávez si è trattato di un brusco risveglio. Il sogno era iniziato quando il defunto presidente ha dato vita al programma ‘Magna Reserva’ al fine di accertare tutte le riserve d’idrocarburi esistenti sul proprio territorio. In pochi anni Caracas ha appurato di essere seduta su un mare di oro nero, balzando in testa alla classifica mondiale per riserve. Stando ai dati diffusi dall’Olade, l’Organizzazione latino americana dell’energia, solo in Venezuela, il bacino dell’Orinoco, esteso circa 55.000 kmq, custodirebbe ben 297 miliardi di barili, sufficienti a soddisfare l’intera domanda globale per quasi 10 anni. Per fare un paragone, l’Arabia Saudita, seconda, si ferma a quota 265 miliardi.

Questa ‘consapevolezza’ ha alimentato grandi speranze e ancor più grandi progetti. L’industria petrolifera avrebbe potuto essere la leva per lanciare lo sviluppo della nazione, ma ciò non è mai avvenuto. Nel volgere di pochi anni la politica del socialismo democratico, l’ossimoro su cui Chávez ha fondato tutta la sua azione (rectius: propaganda) politica, si è rivelata nient’altro che uno sperpero scandaloso e senza fine, con l’ulteriore aggravante di essere stata camuffata da concetti come eguaglianza e cambiamento.

I proventi del petrolio sono stati impiegati nei tanti progetti di assistenza sociale promossi dal regime, senza che però venisse fatto nessun controllo adeguato per evitare che l’assistenza si trasformasse in parassitismo – come è effettivamente avvenuto. Nessun investimento è stato effettuato per potenziare l’industria, tuttora ridotta all’osso, o per favorire l’espansione dei servizi, creando così posti di lavoro; nessuna strategia per creare un sistema sociale efficiente ed organizzato; infine, cosa ancora più assurda, nessuna operazione di manutenzione della rete petrolifera.

Il risultato è che, dal 1999, la PDVSA, la compagnia petrolifera nazionale, ha triplicato i suoi addetti e tuttavia diminuito la produzione di un quinto (da 3,5 milioni b/g agli attuali 2,9). Un crollo figlio di molte cause. Oltre a quelle già accennate – scarsi investimenti nell’innovazione e scarsa manutenzione – ve n’è una strutturale, che fin da subito avrebbe dovuto smorzare i facili entusiasmi: il petrolio venezuelano èpesante‘ (heavy oil) opesantissimo‘ (extra heavy oil), ossia semisolido, di bassa qualità, al punto da richiedere di essere diluito per poter transitare nelle condutture. Questo procedimento necessita dell’impiego di greggio leggero, che il Venezuela non possiede e che deve perciò importare. Arriviamo così al paradosso di un Paese con le maggiori riserve petrolifere mondiali, con una produzione giornaliera di 2,9 milioni di barili, costretto ad importare oro nero dall’Algeria, che ne produce appena la metà (1,5 milioni di barili nel 2013).

Il greggio leggero non è nemmeno l’unico prodotto petrolifero che il Venezuela acquista da altri Paesi. Un comunicato firmato da 47 economisti, pubblicato all’inizio del 2014, riporta che le importazioni di derivati petroliferi sono arrivate nel 2013 a 165.000 barili al giorno, con un incremento dell’ 8,2% rispetto al 2012. Non si sa esattamente quanto viene speso attraverso gli accordi internazionali, ma è invece evidente che questi acquisti danneggiano i conti dello Stato venezuelano.

C’è poi un altro aspetto. Il Venezuela dipende dal greggio per il 96% delle sue entrate fiscali, pertanto il calo dei prezzi nell’ultimo anno ha rappresentato un colpo durissimo per le sue già asfittiche finanze. Non c’è da stupirsi che tutti gli indicatori macroeconomici siano in costante peggioramento. Al Paese servirebbe un prezzo internazionale del petrolio di 117 dollari al barile, al di sotto del quale si crea un buco di bilancio; le attuali quotazioni del Brent si attestano ad un terzo di quella cifra (43 dollari al 25 agosto). Per evitare il collasso finanziario, il governo ha aumentato le tasse sui beni di lusso ma non ha toccato i sussidi sulla benzina, che a Caracas costa meno dell’acqua: un centesimo al litro.

Nello scorso mese di marzo il Paese ha ricevuto un prestito da 10 miliardi di dollari dalla Cina, ma le prospettive per il futuro restano pessime: il deficit di bilancio si è attestato intorno al 17% del PIL previsto nel 2014 e il governo è riuscito a coprirlo solo stampando moneta. Misura emergenziale che (per il momento) ha sì salvato il Paese dalla bancarotta, ma che ha contribuito a lanciare l’inflazione ai livelli che abbiamo visto. E con il bolivar in caduta libera, la valuta de facto in circolo nell’economia – sul mercato nero, ovviamente – è ormai il dollaro Usa, con buona pace della Rivoluzione e del tanto sbandierato antiamericanismo.

Alla crisi macroeconomica segue quella del consumo. Non producendo quasi nulla, il Paese deve perciò importare quasi tutto – generi alimentari, farmaci e prodotti per l’igiene personale –  ma il calo del petrolio sottrae risorse per poter garantire gli approvvigionamenti. Di conseguenza i supermercati sono sempre meno forniti e le immagini di lunghe code fuori dai punti vendita, in conseguenza delle cicliche carenze di beni di prima necessità, sono ormai all’ordine del giorno.

I problemi economici potrebbero presto ricadere anche sui 13 Stati caraibici (Cuba in testa) che fanno parte del cosiddetto Petrocaribe, il programma di fornitura di petrolio a prezzi scontati a suo tempo avviato da Chávez, ufficialmente per solidarietà contro l’imperialismo occidentale ma di fatto per garantirsi alleati – welfare e geopolitica. Al netto della ragion di Stato, il programma ha avuto effetti disastrosi per le finanze venezuelane, posto che il Paese viene pagato poco o nulla per 1,2 (tanti ne fornisce ai Paesi aderenti) dei 2,9 milioni di barili che produce giornalmente. Ad oggi la (s)vendita di greggio a prezzi di favore è costata a Caracas qualcosa come 45 miliardi di dollari e il governo è ancora in attesa di riscuoterne altri 14 miliardi per il petrolio ceduto negli ultimi dieci anni. Benché l’impegno a mantenere il programma sia stato ufficialmente confermato solo poche settimane fa, il pesante debito e l’urgenza di trovare soldi freschi hanno messo in discussione l’iniziativa. Un’altra eredità di Chávez che potrebbe non sopravvivere alla sua morte.

Le relazioni esterne del Venezuela sono poi in peggioramento anche a causa delle sempre più frequenti scaramucce di confine. Pochi giorni fa, dopo una recente aggressione nella quale sono rimaste ferite 4 persone – 3 militari e un civile – il presidente Maduro ha deciso la chiusura delle frontiere con la Colombia indefinitamente, dichiarando lo stato di emergenza. Nel contempo si è riaccesa una vecchia disputa con la Guyana, in questi giorni tornata in auge dopo l’annuncio di quest’ultima di voler dare inizio a esplorazioni petrolifere in una zona che il Venezuela considera proprio territorio, un’area di 156.000 metri quadrati che i venezuelani reclamano ormai da decenni.

Tornando sul fronte interno, la popolarità di Maduro è ormai ai minimi: la Repubblica bolivariana è periodicamente attraversata da proteste violente e, secondo gli ultimi sondaggi, oltre il 70% della popolazione, esasperata ne invoca le dimissioni a gran voce. Il Venezuela ribolle e da mesi scende in piazza contro il governo, ma non ci sono alternative all’attuale classe dirigente. L’esercito e tutto il blocco chavista sostengono il presidente, mentre l’opposizione è divisa. Maduro si è dimostrato cieco e sordo alle necessità della popolazione, ha dato prova di avere poca dimestichezza con il ruolo di statista e ha costruito tutto il suo consenso sul solo dato formale di essere l’ideale continuatore della rivoluzione chavista; resta un mistero perché Chávez abbia scelto proprio lui per continuarla. A questo punto il progetto bolivariano, calmierata la crisi un po’ con l’aiuto di cinesi o altri ‘amici’ e un po’ con l’individuazione, di volta in volta, di falsi colpevoli, potrebbe continuare ancora alcuni anni, ma un fatto è chiaro: la rivoluzione è finita, soffocata dall’incapacità di correggerne le storture strada facendo ed anzi aggravandone gli aspetti perversi – corruzione, illegalità, abuso di potere.

Tuttavia, in mancanza di soluzioni a breve termine, il posto di Maduro alla guida del Paese non sembra in forse, almeno fino alla prossima rivoluzione.

 

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