sabato, ottobre 20

Venezuela: il regime di Maduro sull’ orlo del default Quali sono le conseguenze? Quale la possibile soluzione? Quale il ruolo di Russia e Cina? A rispondere Antonella Mori

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L’ Agenzia di Rating Standard&Poor’s ha annunciato il ‘default’ selettivo’ del Venezuela per il marcato rimborso di 200 milioni di dollari bond. Ad accorrere in soccorso di Caracas, Mosca che, proprio ieri, ha sottoscritto una ristrutturazione del debito che il Venezuela ha con la Federazione Russa: 3,5 i miliardi di dollari complessivi nell’ arco di dieci anni. Il debito venezuelano supera i 150 miliardi di dollari. Quale ruolo potrebbe avere la Cina? Quale la via d’ uscita, onde evitare il default?

Ha risposto a queste domande Antonella Mori, Docente di Economia del  Dipartimento di Analisi delle Politiche e Management Pubblico dell’ Università Bocconi.

L’ Agenzia di Rating Standard&Poor’s ha annunciato il ‘default’ selettivo’ del Venezuela per il marcato rimborso di 200 milioni di dollari bond. Non sarebbe stato trovato l’ accordo tra il governo di Caracas e i creditori, soprattutto americani e canadesi. Dei 200 milioni di dollari bond, 120 sarebbero da addebitare alla Repubblica del Venezuela e 80 a PDVSA, il colosso energetico venezuelano. Quali le conseguenze del fallimento del Venezuela?

Da quello che risulta, pare che poi questi 200 milioni siano poi stati pagati. Come è possibile immaginare, le informazioni non sono facili da avere: sembra che il Venezuela abbia ristrutturato una parte del debito con la Russia e che, in questo modo, sia riuscita a recuperare questi 200 milioni. Non è che ci sia qualcuno che guadagna da questo default. Il problema è che il Venezuela non ha più abbastanza risorse per poter onorare il proprio debito estero. Le risorse vengono dalle esportazioni di petrolio i cui prezzi, oggi risaliti, sono stati per molto tempo bassi. Inoltre, la quantità esportata è calata a causa della diminuzione di produzione e degli investimenti. In altre parole, esportano meno in termini di quantità e ricevono meno per ogni barile esportato. Mettendo insieme queste due cose, hanno meno entrate. Questo avviene già da tre anni, dal 2014. Le riserve ufficiali, ossia quelle di valuta estera, si sono quasi azzerate: da tre o quattro anni hanno già iniziato a vendere oro, che fa parte delle riserve ufficiali, ma mancano proprio i dollari. Quindi non è una decisione del Venezuela quella di non onorare. Anche il governo venezuelano ha fatto veramente di tutto per pagare e continuerà a farlo perché, una volta dichiarato il default, i beni venezuelani all’ estero potranno essere espropriati dai creditori. E per Caracas questo è un problema serio: le navi cariche di petrolio venezuelano che escono potrebbero essere prese; la raffineria negli Stati Uniti potrebbe essere espropriata. E’ interesse del governo venezuelano evitare il default, ma i soldi non ci sono.

Il Venezuela rappresenta il terzo importatore di greggio e produce circa 2,3 milioni di barili al giorno, di cui un terzo viene esportato in USA. Diverse compagnie petrolifere americane hanno siglato accordi con PDVSA. Quale impatto potrebbe avere il default venezuelano sull’ economia statunitense?

Sarebbe sicuramente un default dalle dimensioni molto grosse perché, comunque, il debito estero è alto. Bisogna poi vedere cosa effettivamente succede all’ esportazione di petrolio. Circa il 60% del petrolio venezuelano arriva negli Stati Uniti. Chiaramente gli Stati Uniti sono anche dei produttori di energia e potrebbero, immagino, sopperire ad una diminuzione delle esportazioni petrolifere venezuelane comprando da altre parti o producendo di più. Non penso ci possa altro che un effetto transitorio per l’ economia americana in termini di approvvigionamento energetico. Per quanto riguarda l’economia regionale, gli effetti della recessione venezuelana ci sono già, indipendentemente dal default, se si guarda alle esportazioni verso Caracas. Enorme il flusso di venezuelani che stanno emigrando in altri Paesi dell’ America Latina. Di per sé, il default aggrava una situazione che è già in atto.

Fitch e Moody’s hanno dichiarato il default anche di PDVSA per non aver pagato 984 milioni di dollari bond. Questo potrebbe creare squilibri nel mercato petrolifero?

Non credo. Il Venezuela ha le più grosse riserve di Petrolio al mondo, ma in termine di produzione quotidiana, rispetto a qualche anno fa, il Venezuela produce molto di meno. Se vi fossero squilibri, vi sarebbero membri dell’ OPEC pronti ad aumentare la produzione. Non vi è dunque pericolo di una destabilizzazione del mercato petrolifero a meno che non sia voluta, cosa che non credo dagli stessi membri dell’ OPEC, nella prospettiva di un aumento del prezzo del petrolio.

Sussistono i margini per una diversificazione dell’ economia venezuelana, nell’ ottica di una minore dipendenza dalle esportazioni petrolifere?

Al momento, con l’ attuale governo, no. Sicuramente gli investitori privati, a parte la Russia e la Cina, non investono in Venezuela proprio per l’instabilità politica e per il fatto che, per anni, le autorità venezuelane hanno espropriato aziende private. Allo stesso modo, anche gli investitori privati venezuelani non investirebbero. Con un cambiamento e con una stabilizzazione del sistema politico, la rotta potrebbe certamente essere invertita perché il Venezuela siede sulle più grosse riserve di petrolio al mondo. E’ quindi un Paese potenzialmente molto ricco, non solo nel settore petrolifero. Si possono creare attività industriali ed agricole che, nel corso degli anni, sono state chiuse, privilegiando l’ importazione. Per sviluppare produzioni locali ci vogliono però i capitali finanziari. Occorrono stabilità, certezza delle regole, del diritto. C’è poi la questione del sistema dei tassi di cambio – ne ha due il Venezuela – e poi quello del mercato nero che è assolutamente lontano da quelli controllati dalla Banca Centrale, ad oggi non molto indipendente. Un’ economia pianificata che le autorità venezuelane non sanno gestire.  Hanno fatto moltissimi errori di politica economica: quando hanno iniziato a finanziare la spesa pubblica, ma non avevano più le entrate petrolifere, stampando moneta e questo, come è successo, fa aumentare l’ inflazione.

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