martedì, Settembre 21

Venezuela: il processo farsa a Leopoldo López field_506ffbaa4a8d4

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Venerdì 11 settembre il leader dell’opposizione venezuelana Leopoldo López è stato condannato a più di 13 anni di reclusione con l’accusa di aver incitato le rivolte scoppiate nel 2014, in cui vennero uccise oltre 40 persone. Il 44enne esponente del partito ‘Voluntad Popular’, nonché strenuo oppositore del presidente Nicolas Maduro, sconterà la pena nella prigione militare di Ramo Verde, fuori Caracas, dove è recluso dal 18 febbraio dell’anno scorso, quando si è consegnato alle autorità che lo ricercavano per gli incidenti scoppiati al termine di una manifestazione studentesca, svoltasi sei giorni prima nel centro della capitale venezuelana.

L’arresto e il processo di López hanno provocato sconcerto tra organismi internazionali, Ong di difesa dei diritti umani e soggetti politici come il presidente Usa Barack Obama e l’Europarlamento di Strasburgo, unanimi nel ritenere che si tratti di una vicenda giudiziaria farsesca, volta non ad accertare dei fatti bensì unicamente a togliere dalla scena politica uno scomodo avversario del governo.

Leopoldo López è discendente di Concepción Amestoy Palacios, nipote di Simón Bolívar. Sarebbe bastata questa curiosità per far carriera in un Paese così legato alla figura del ‘Libertador’ da ribattezzarsi come ‘Repubblica bolivariana’, ma lui non ha mai esaltato questo legame di parentela, pratica diffusa nella politica venezuelana. Il suo impegno in politica è iniziato, appena ventenne, con la fondazione del partito Primero Justicia insieme a Henrique Capriles Radonski, il più noto antagonista di Chavez e Maduro. In seguito si è laureato in economia al Kenyon College negli Stati Uniti e ha conseguito una specializzazione in Politiche pubbliche ad Harvard. Finiti gli studi ha deciso di tornare in Venezuela per mettere in pratica tutta la teoria accademica. Nel 2000, a soli 29 anni, è stato eletto sindaco di Chacao con il 51% delle preferenze, mandato rinnovato quattro anni dopo con un vero e proprio plebiscito: l’81% dei voti. Aveva le carte in regola per puntare ad essere il nuovo primo cittadino di Caracas e i sondaggi erano a suo favore. Ma proprio nel 2008, il presidente Hugo Chávez lo ha interdetto politicamente con l’accusa di essersi appropriato di fondi della compagnia petrolifera statale Pdvsa dieci anni prima. Si trattava di una denuncia montata ad arte, tanto che López ha avuto ragione dinanzi alla Commissione della Corte Interamericana di Diritti Umani, per violazione dei diritti costituzionali.

L’ostracismo da parte del regime non ha comunque smorzato l’impegno politico del giovane leader, che dalle sedi istituzionali si è trasferito nelle imponenti manifestazioni di piazza. Manifestazioni a cui il governo Maduro ha sempre attribuito la responsabilità di fomentare l’instabilità del Paese, arrivando a costruire una falsa accusa di ‘terrorismo e omicidio’ in riferimento agli incidenti del 12 febbraio 2014, che provocarono la morte tre persone e il ferimento di altre venti. Dopo un’indagine sommaria e in un tempo record di tre giorni dai fatti, il giudice Ralenys Tovar Guillén autorizzò l’arresto di López, poi consegnatosi alle autorità il giorno 18 dello stesso mese. E qui comincia una vicenda giudiziaria a dir poco kafkiana.

Secondo la tesi dell’accusa, riconosciuta dalla sentenza di colpevolezza, il leader dell’opposizione è stato responsabile della violenza di piazza di quella giornata, durante la quale alcuni manifestanti hanno affrontato la polizia, bruciato automobili ed attaccato la sede della Procura centrale di Caracas. Eppure López, al momento degli eventi, aveva già abbandonato la piazza e gli incidenti mortali si erano infatti verificati dopo che la manifestazione si era conclusa, dopo cioè che gli organizzatori, tra cui lo stesso López, avevano invitato i partecipanti a disperdersi pacificamente.

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