sabato, ottobre 20

Venezuela: fra le elezioni e due poteri opposti Il 20 maggio dovranno svolgersi le contestatissime elezioni presidenziali in Venezuela. In quale contesto avverrà questa consultazione elettorale?

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Il giorno delle elezioni presidenziali del Venezuela si sta avvicinando: il 20 maggio, i venezuelani saranno chiamati alle urne a scegliere il loro futuro Presidente. Tutto normale se lo Stato sudamericano non fosse preso, come ormai da anni, dalla nota crisi politica, sociale ed economica. Gli ultimi anni della Presidenza di Nicolas Maduro sono stati fra i più difficili della storia venezuelana e le criticità non accennano a diminuire, anzi. L’attuale Presidente si ritrova circondato da forze d’opposizione sempre più dure, che non ne riconoscono più l’autorità e Maduro non sembra voler fare altro che accendere ancora di più lo scontro. Anche la prossima tornata elettorale è al centro di fortissime proteste: le elezioni sono state indette dalla Assemblea Costituente, un organismo creato per riscrivere la Costituzione e per contrastare il Parlamento, in mano alle opposizioni. Le opposizioni, che denunciano lo stato di illegalità in cui versa la politica venezuelana hanno così chiamato al boicottaggio delle elezioni del 20 maggio, a cui, comunque, i propri leader non avrebbero potuto partecipare, essendo stata loro vietata la possibilità di candidarsi. Dal fronte anti-Maduro, tuttavia, Henri Falcon, ex governatore venezuelano, ha deciso di presentarsi alle elezioni, non rispondendo all’appello al boicottaggio del MUD (Mesa de Union Democratica) e legittimando, di fatto le elezioni. Non è un caso che questa scelta abbia ricevuto fortissime critiche da quelli che sono, ormai, i suoi ex-alleati. Nonostante la presenza di Falcon, tuttavia, la rielezione di Maduro non sembra essere in discussione.
Le elezioni di domenica non verranno riconosciute dalle potenze estere (fra cui USA, UE, Canada, Argentina e Brasile), che hanno già fatto sapere la propria contrarietà e si sono dette pronte ad applicare sanzioni economiche sulla già disastrata economia venezuelana. Il settore petrolifero, su cui si basa molta della ricchezza del Venezuela, verrebbe colpito in maniera decisiva dalle sanzioni e le ripercussioni sulla popolazione potrebbero essere devastanti. Già da tempo, infatti, le risorse a disposizione per la gente sono scarse e c’è chi accusa Maduro di utilizzare il popolo affamato come ostaggio, evitando così contromisure più punitive verso il Venezuela. A tal proposito, un popolo sempre più affamato ha bisogno di aiuti umanitari, di medicinali e di cibo e il Governo venezuelano ha dato la possibilità di ottenere una carta, che permette di avere accesso a queste risorse: tuttavia, secondo il giornale venezuelano ‘El Nacional’, la tessera è concessa solo a quanti scelgano di votare Maduro alle prossime elezioni. Non il massimo della democrazia. Questa scarsità di risorse ha dunque implementato l’immigrazione del popolo venezuelano, perlopiù in direzione della vicina Colombia: pur costituendo un danno per la società, la fuga dal Venezuela costituisce una valvola di sfogo dell’opposizione a Maduro.
In una situazione così al limite e con un Maduro sempre più in difficoltà, un ruolo fondamentale è svolto dall’esercito. Vicinissimo al Presidente, tanto che il pericolo di un colpo di Stato sembra essere pressoché scongiurato, l’esercito venezuelano sta progressivamente diventando il vero potere dello Stato, pur lavorando nelle retrovie. Oltre a garantire l’appoggio alla Presidenza, infatti, fra le sue mani passa l’economia dello Stato sudamericano. Secondo Diego Moya Ocampos, dell’IHS Markit, gli ufficiali militari «hanno sotto controllo sia l’economia bianca, dal petrolio, i porti e gli aeroporti all’import di beni di prima necessità (attraverso intermediari e compagnie fantasma). Ma continuano ad aver sotto il proprio controllo anche i canali dell’economia nera, collegata al traffico di droga, all’estrazione illegale e al contrabbando di carburante». L’esercito, nei suoi livelli superiori, costituisce un vero e proprio potere ombra della Presidenza Maduro, a cui garantisce un controllo pressoché totale, che si concretizza nella repressione delle proteste. A quello che può essere un eventuale dissenso interno, l’esercito venezuelano risponde con una serie di purghe, rendendolo sempre più braccio destro (ma anche sinistro) del leader chavista. Appare improbabile, infatti, che l’esercito venezuelano vada ad togliere l’appoggio alla Presidenza, a meno che l’outsider Falcon dovesse imporsi sul favorito Maduro o che le proteste che continuano a imperversare per tutto il Venezuela (c’è chi parla di trenta manifestazioni al giorno) non si facciano così forti e violenti da riuscire a sovrastare l’apparato repressivo: tutto molto difficile.
Se da un lato, il potere militare sembra essere compatto a favore della Presidenza, dall’altro, quello religioso, nel nome della Conferenza Episcopale Venezuelana, le si oppone fermamente. In un comunicato del 14 maggio, la CEV ha espresso le proprie preoccupazioni sulla situazione politica e sociale venezuelana, sostenendo come nel Paese sudamericano lo stato della democrazia sia in serio pericolo. Ritengono, infatti, che le elezioni del 20 maggio – giorno della Pentecoste, per i credenti – non si svolgeranno in un clima adatto a un appuntamento così importante, ma che queste siano state convocate per puro calcolo politico, senza un progetto serio per un Paese sull’orlo del baratro, e senza un seguito consono. L’appello della Conferenza Episcopale, guidata da José Luis Azuaje Ayala, Vescovo di Barinas e Presidente della CEV, si conclude con un appello alla posticipazione delle elezioni presidenziali nell’ultima parte dell’anno, per far sì che queste vengano meglio preparate e che il popolo tutto sia maggiormente coinvolto”. D’altronde, non è una novità che la Chiesa Cattolica si scontri con la Presidenza Maduro: pochi mesi fa, il Presidente definiva i religiosi come ‘diablos con la sotana’, letteralmente ‘diavoli in sottana’, colpevoli, a suo parere, di fomentare il popolo venezuelano alla guerra civile. La Chiesa venezuelana è infatti fra i più forti critici del regime di Maduro, anche più del Vaticano, che, pur mostrandosi critica rispetto al regime chavista, ha generalmente un atteggiamento più prudente. I religiosi locali, pur sotto le minacce poco velate di Maduro, non smettono di manifestare pubblicamente la loro avversione al regime, mostrandosi così come un vero e proprio contraltare al potere politico. Non è un caso che, secondo Latinobarometro, la Chiesa venezuelana è l’istituzione che raccoglie il maggior consenso fra il popolo venezuelano: circa il 70%, oltre la media sudamericana e pressoché invariata negli ultimi venti, convulsi anni della storia del Venezuela.
Con ogni probabilità, tuttavia, l’appello dei ‘diablos en sotana’ verrà ignorato e il 20 maggio le elezioni presidenziali venezuelane, pur essendo dai più boicottate, ignorate, ritenute farsesche quando non apertamente incostituzionali e illegali, si svolgeranno, andando a riconfermare Nicolas Maduro come Presidente del Venezuela, come era dal 2013 e come, teoricamente, sarà per i prossimi sei anni.


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