giovedì, Giugno 17

Venezuela: una firma contro Maduro

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A Caracas l’aria è sempre più tesa e dopo l’ascesa di una grande coalizione di opposizione Mesa de la Unidad Dempcratica (MUD) sul finire del 2015 alla guida dell’Assemblea Nazionale, ha fatto seguito un inizio 2016 non propriamente facile tra crisi energetica, dissapori internazionali ed una dialettica sul filo della rivoluzione. Come detto, prima tappa e vero e proprio innesco di quanto sino ad oggi si vive all’interno del paese, è la vittoria, lo scorso dicembre, delle elezioni legislative da parte della grande coalizione di destra ossia il MUD. Si tratta in realtà di un mosaico di partiti altamente eterogenei tra di loro, ma aventi quale matrice comune l’antagonismo al Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV). Detta così può sembrare uno scenario surreale, ma in realtà l’unione ha finito per fare la forza dominante all’interno dell’Assemblea Nazionale (107 seggi su 167) che di fatto è divenuto un vero ostacolo legislativo all’operato del governo di Maduro. Tra rallentamenti legislativi e proposte di legge dai contenuti molto spesso incostituzionali, l’organo ha finito con l’essere la spina nel fianco del governo. Sottofondo velato dalla diatriba burocratica, un insistente dialettica di opposizione feroce che non ha mai mitigato il fine ultimo di metter fine all’attuale governo ancor prima del normale iter costituzionale (nel 2019 le nuove elezioni). Destituire il governo è la missione del nuovo corso politico d’opposizione e lo urla senza mezze misure mediante i suoi protagonisti principali: Henrique Capriles, Governatore dello stato di Miranda e Ramos Allup, attuale presidente dell’Assemblea Nazionale. Ovviamente è lo stesso bisbiglio che ormai si ripete nella prigione dove Leopoldo Lopez sconta la sua pena dal 2014: destituire Maduro ed il PSUV dalla guida del paese.

Un epilogo che per esser tale necessita il favore del popolo anche perché proprio in Venezuela, la storia recente esplica chiaramente proprio questo: è ormai nei libri di storia che nel 2002 Chávez venne destituito con un ‘colpo di stato’ per poi esser acclamato a gran voce dal suo stesso popolo alla guida legittima del paese dopo sole 48 ore. Quindi, meglio avere il popolo dalla propria parte e soprattutto meglio che lo stesso accetti e comprenda a necessità di un cambio. A tale scopo vengono in contro situazioni non proprio idilliache sul piano internazionale più o meno casuali ed altre allo stesso tempo gravi, ma riconducibili a carenze strutturali interne. Da un lato abbiamo un prezzo del petrolio che ormai da troppo tempo subisce continue variazioni negative andando a colpire quelle aziende che producono ovviamente greggio e se poi, le stesse sono a gestione nazionale, l’impatto negativo ricade sullo stato e sulla sua gestione economcio-sociale. In Venezuela il petrolio si sa è un bene nazionale, talmente tanto da trasformare lo stesso paese in un’economia monoprodotto ovvero dipendente dall’export di un solo bene. Condizione svantaggiosa che rende Caracas vulnerabile alle oscillazioni di prezzo un singolo prodotto sul mercato internazionale che di certo non è di per se tra i più stabili ultimamente tanto meno se consideriamo questo prodotto specifico che al contempo rappresenta una leva di geopolitica da utilizzare a proprio piacimento da parte di chi ha realmente le redini del suo mercato (Arabia Saudita e Stati Uniti). Ad aggravare la situazione a Caracas è il rinnovo da parte di Washington di un piano di sanzioni ai danni del Venezuela in quanto ‘paese che rappresenta una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti d’America‘. Pur sforzandosi nella ricerca di quanto possa avvicinarsi ad una minaccia proveniente da Caracas, non se ne è mai realmente compreso il minimo significato, ma resta tuttavia il fatto che quest’ulteriore peso per l’economia venezuelana è in essere ormai da oltre 1 anno. Con il rinnovo delle sanzioni, subentrano due nuovi attori: Spagna e Argentina. Il primo paese accusato di essere in stretta partnership proprio con Washington nell’ostacolare il governo di Caracas. Buenos Aires invece, avendo cambiato governo, ed essendosi affidato ad un’ìdeologia neoliberale, oggi spinge su una rivisitazione degli accordi regionali insinuando la non legittimità di membro del Mercosur da parte del Venezuela, reo secondo Macri, di non omologarsi all’imprescindibile parametro di ‘rispetto del principio della democrazia’. Un parametro presente anche nei canoni dell’OSA e sul quale fanno levale le opposizioni nazionali, per accresce le pressioni internazionali sul governo di Maduro. Governo che nonostante tutto è anche alle prese con un’ostuzionismo oltranzista del settore privato (soprattutto sul comparto alimentare dove molto spesso si ‘detiene’ in magazzino quanto potrebbe esser venduto con il solo scopo di dare un’immagine di carenza alimentare e conseguente disperazione popolare); crisi elettrica per la quale ad oggi l’unica (non)soluzione trovata è stata ridurre le ore di lavoro e cambiare l’ora legale; aumento della violenza che si alimenta su due binari: da un lato la reale situazione difficile che si vive a livello sociale ed economico (anche l’inflazione non scherza) nel paese e dall’altra viene fomentata dalla destra che coglie l’occasione per accrescere la tensione.

Tuttavia l’antichavismo ha fretta di raggiungere il suo scopo anche perché percepisce la vulnerabilità del governo e pertanto ha attivato dal 14 aprile una campagna per la raccolta firme utile ad avviare un referendum di revoca al mandato presidenziale. L’inizio di tale processo non è casuale in quanto prima data disponibile per avvia un’attività con tale scopo dato che a norma di legge occorre attendere il conseguimento di tre anni di mandato governativo. Indispensabile per avviare il referendum è il conseguimento dell’1% delle fermi degli aventi diritto al voto ovvero 197 mila 978 firme (Risoluzione Nº 070327-341 del 27/03/2007 e Risoluzione N° 070906-2770 del 06/09/2007). Proprio ieri (2 maggio) sono state depositate al Consejo Nacional Electoral (CNE) i plichi contenenti 1 milione 850 mila firme firme raccolte. Ora lo stesso organo garante, con l’ausilio di rappresentanti del PSUV e del MUD, procederà alla verifica di tutte le firme per evitare la presenza di falsi. A seguito della conferma dell’autenticità delle firme e del raggiungimento del quorum si ammette il referendum che verrà istituito dopo 170 giorni (ovvero tra la metà e la fine di gennaio 2017) . Durante i 170 giorni qualsiasi contestazione sulla veriticità della propria firma può mettere in discussione il referendum e quindi inizia un nuovo processo di verifica che posticipa ulteriormente la data del referendum. Nella casualità fin qui esposta ovvero la concretizzazione di un referendum destitutivo, e se lo stesso dovesse dare esito negativo per Maduro, la guida del paese passerebbe all’attuale vice presidente Aristóbulo Istúriz (Art.233 della Costituzione venezuelana).

Quindi in realtà è un meccanismo molto complesso che appare avere il solo scopo di insinuare il dubbio nella popolazione sul proprio presidente, aumentare il senso di instabilità e far sentire meno stabile possibile la compagine governativa. Dal canto suo Maduro non ha mancato di far sentire la sua voce sull’argomento e lo ha fatto a gran forza il 1 maggio durante la celebrazione della giornata dei lavoratori. Il Presidente ha innanzi tutto voluto sottolineare come tutto deve avvenire nel rispetto della legge e ella costituzione bolivariana e che quindi sarà rispettato il volere popolare una volta verificatane l’autenticità delle firme. Tuttavia appare errato il proseguo del suo discorso in quanto finisce con l’attivare psicologicamente il senso di rivalsa dei propri sostenitori. Nello specifico, rievocare Chávez dicendo che «non si tratta di revocare Maduro, ma si vuole revocare la storia, si vuole revocare Chávez e l’eredità di una Patria» e inneggiando ad una resistenza attiva e rivoluzionaria aggiungendo che «se l’oligarchia farà altro contro di me e cercherà di prendere questo palazzo»  riferendosi a Miraflores sede del Governo «vi ordino di dichiararvi in rivolta»,  sono errori imperdonabili per un presidente. L’ideale sarebbe stato riportare il tutto alla calma, nonostante le provocazioni perché il rischio è quello di fomentare una guerra civile per nulla utile al governo e allo stesso Venezuela inteso come popolo. Una guerriglia vorrebbe dire legittimare altri paesi all’ingerenza forzata nelle questioni venezuelane con tutti gli effetti collaterali (FMI e BM per la ricostruzione, smantellamento dell’industria nazionale, iperliberismo ad accentuare il divario socio-economico tra classi sociali). Uno scenario che lo stesso Chávez non avrebbe mai voluto per la sua Patria Grande.

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