sabato, Maggio 8

Venezuela: arriva il ‘bolívar sovrano’, cosa cambia? Con Antonella Mori (Bocconi, ISLA, ISPI) parliamo del cambio di valuta in Venezuela e delle sue reali possibilità di successo

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Il 20 agosto 2018, per il Venezuela, è la data della riconversione del bolívar: si passa dal ‘bolívar forte’ al ‘bolívar sovrano‘. In pratica, vengono tolti cinque zeri rispetto alla vecchia valuta. L’operazione voluta dal Governo di Caracas si propone di mettere un freno all’inflazione galoppante che ha trasformato in pochi anni la valuta del Paese in carta straccia.

Nelle intenzioni del Presidente venezuelano, Nicolás Maduro, il valore della nuova valuta nazionale dovrebbe essere garantito dal collegamento con il petro la cripto-valuta gestita dal Governo di Caracas e legata alle riserve petrolifere che abbondano nel sottosuolo del Paese (3.600 bolívar sovrani per un petro).

Il Paese, strangolato da una forte inflazione e dilaniato da forti contrasti politici, tenta quindi di svincolarsi dalla difficile situazione ma, nel farlo, è ostacolato dall’isolamento internazionale derivante dal contrasto sempre crescente con gli Stati Uniti. Gli amici del Venezuela, al livello internazionale, sono molto pochi: ad eccezione di pochi Stati dell’America latina (ad esempio Cuba), l’unico alleato di livello internazionale è la Russia che, però, sarebbe difficilmente in grado di portare aiuti significativi. Il contrasto con gli USA ha effetti tanto più duri in quanto le aziende statunitensi tendono a boicottare il petrolio venezuelano, tagliando la principale fonte di introiti del Paese.

Con l’avvento della nuova valuta e il suo legame con il petro, e quindi con le riserve petrolifere nazionali, ci si chiede se il Venezuela sarà in grado di uscire dalla lunga fase di crisi economica che sta attraversando: il ‘bolívar sovrano’ sarà in grado di combattere l’inflazione galoppante? Quali saranno le conseguenze nella vita quotidiana dei venezuelani? Quali saranno gli effetti sull’economia internazionale e le reazioni degli altri Paesi?

Per tentare di fare chiarezza su questi punti, abbiamo parlato con Antonella Mori, del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Bocconi di Milano, ricercatrice dell’Istituto di Studi Latino Americani e dei Paesi in Transizione (ISLA) e ricercatrice associata dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI).

 

In cosa consiste il passaggio dal ‘bolívar forte’ al ‘bolívar sovrano’?

In realtà hanno semplicemente tolto cinque zeri: in pratica, quello che noi sappiamo è che sono state stampate delle nuove banconote che hanno cinque zeri in meno, quindi quello che prima era 100.000 bolívar, adesso sarà un bolívar.

Può spiegarci come funziona il collegamento tra il bolívar sovrano e la cripto-valuta venezuelana, il petro? Il valore del nuovo bolívar sarà davvero garantito dai giacimenti di petrolio venezuelani? Cosa comporta questo legame?

È stato annunciato che ci sarà un tasso di cambio interno, un collegamento, tra il bolívar sovrano e il petro. Il Presidente Nicolás Maduro ha definito il petro la cripto-valuta del Venezuela; in realtà, però, il petro non ha le caratteristiche di una cripto-valuta: si tratta semplicemente di una valuta, una unità di conto, collegata alle riserve petrolifere del Paese, a barili di petrolio che sono in realtà delle riserve, che ancora devono essere estratti. Il petro è gestito dal Governo che ha parlato di molte sottoscrizioni già raccolte ma, al momento, non ci sono dati verificabili. Il fatto che il petro sia gestito dal Governo lo differenzia fortemente dalle caratteristiche tipiche delle cripto-valute che, come il bitcoin, sono slegate da Governi e Banche Centrali, che viaggiano sul web e che sono anonime.

L’altro aspetto importante della questione è che il petro è legato a del petrolio che, nonostante sia una ricchezza reale, è ancora sotto terra. L’idea che aveva in mente il Presidente Maduro era forse quella di emettere una nuova valuta, il bolívar sovrano, che fosse collegata ad un’attività reale: un’operazione simile all’introduzione di un tasso di cambio con l’oro. Il punto è che, quando in passato si fecero operazioni del genere con l’oro, quell’oro era effettivamente nelle casse delle Banche Centrali; in questo caso, invece, si tratta di riserve di petrolio che sono sotto terra e che, per essere estratte, hanno bisogno di investimenti importantissimi, quindi si tratta di un’attività reale un po’ particolare.

Ovviamente l’obiettivo del Presidente Maduro sarebbe quello di bloccare il processo di iperinflazione; agendo in questo modo, però, non si vede come questo obiettivo possa essere raggiunto. Per bloccare effettivamente il processo di iperinflazione, sarebbe necessario un tasso di cambio fisso con un’altra valuta o con un bene come l’oro, ovvero si emetterebbe solo la moneta corrispondente alla ricchezza presente nelle casse dello Stato: in questo caso, però, non c’è questo legame stretto perché è il Governo a decidere la quantità di petro emessi, perché non c’è un numero preciso di barili di petrolio a cui si può fare riferimento. Non è chiaro, quindi, come questo possa bloccare il processo di iperinflazione; non è un progetto realistico.

Quali potrebbero essere i possibili riflessi sulla vita quotidiana dei venezuelani?

Un riflesso positivo potrebbe essere che, anziché andare in giro con chili di banconote per comprare il pane, adesso si potrà girare con poche banconote. Il punto è che, se l’inflazione continua a livelli così elevati come quelli attuali, circa il 50.000% annuale ma il Fondo Monetario Internazionale stima che estro la fine dell’anno potrebbe arrivare a circa 1.000.000%, queste nuove banconote perderanno valore molto presto e si tornerebbe a dover portare chili di banconote per comperare oggetti di poco valore.

Dal punto di vista internazionale, quali potrebbero essere le reazioni dei mercati a questa nuova mossa di Caracas?

Sinceramente non penso che ci sarà nessuna forma particolare di reazione a livello internazionale: se qualcuno fosse in possesso dei vecchi bolívar si troverebbe nell’impossibilità di cambiarli, ma quella valuta aveva già perso la gran parte del proprio valore.

Quali quelle degli Stati vicini? Quali quelle di Stati Uniti e Russia?

Queste ridenominazioni delle valute sono state fatte da tutti i Paesi che hanno vissuto dei periodi di iperinflazione: si tolgono degli zeri alla propria valuta anche per comodità pratica, non c’è un effetto a livello politico internazionale. Sarebbe diverso se si trattasse di una misura veramente in grado di bloccare il processo di iperinflazione: in tal caso si tratterebbe di qualcosa di molto positivo. Il punto è che la ridenomizzazione da sola non serve a nulla fino a che non c’è un meccanismo che blocchi la continua stampa di moneta messa in atto dal Paese per finanziare il disavanzo di bilancio: il meccanismo individuato, il collegamento con il petro, non è sufficiente per garantire questo risultato.

I meccanismi validi che sono stati provati in passato sono principalmente due: da un lato c’è l’abbandono della propria valuta in favore di quella di un altro Paese, come nel caso di Ecuador, Salvador e Panama che, negli anni 2000, hanno adottato il dollaro; l’altra strada, che però è percorribile quando l’inflazione non è a livelli così alti, è quella di adottare un sistema di tassi di cambio fisso molto rigido con i cosiddetti currency board, dove l’emissione di valuta nazionale è legata in modo molto vincolato alla quantità di valuta estera che il Paese ha; per fare questo, però, bisogna avere un’autorità che garantisca questa dinamica in modo molto serio (Hong Kong, ad esempio, ha da moltissimi anni un sistema con un currency board che funziona molto bene) e, al momento, in Venezuela non si vede come un currency board possa funzionare in modo serio. D’altro canto, in questo momento, il Presidente Madura non accetterebbe mai di adottare il dollaro come valuta, nonostante la principale produzione ed esportazione del Paese sia costituita dal petrolio, che è quotato in dollari.

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