sabato, Luglio 31

Venezuela, 3 manifestanti morti field_506ffb1d3dbe2

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Situazione in costante peggioramento in Venezuela, dove da giorni sono in corso duri scontri tra manifestanti e Governo nelle strade di Caracas. Nella serata di ieri, però, è giunta la notizia di due morti nelle proteste contro la situazione del Paese a dieci mesi dall’assunzione del potere da parte del Presidente Nicolás Maduro. Inizialmente, il Governo ha sostenuto che si trattasse di un morto, e che peraltro si trattasse di un proprio sostenitore. Il bilancio è tuttavia salito presto a tre morti e le autorità hanno accusato degli eventi il leader delle proteste cittadine, l’economista ed ex sindaco di Chacao Leopoldo López. È stato perciò emesso un mandato di cattura per quest’ultimo, che respinge le accuse governative di voler fomentare un colpo di stato. Il suo movimento, che Maduro ha definito ‘nazifascista’, si dice intenzionato ad ottenere le dimissioni dell’attuale Presidente per vie  legali e, dopo gli eventi di ieri, si è acceso il dibattito sulla verità del ’12F’.  Tra gli arrestati in seguito alle sanguinose manifestazioni di protesta, anche un consigliere comunale italo-venezuelano di origini abruzzesi, Giuseppe Di Fabio, i cui parenti hanno fatto appello anche alle autorità italiane perché sia sostenuta la sua posizione.

Intanto, la diplomazia nostrana avrebbe ottenuto il ripensamento dell’ONU in merito alla disputa con l’India, o almeno così sembrerebbe. In realtà, in giornata gli annunci sulla disponibilità del Palazzo di Vetro ad interessarsi del caso sorto attorno ai marò italiani Massimiliano Girone e Salvatore Latorre sono giunti praticamente da una sola persona: il Ministro degli Esteri Emma Bonino. Dopo aver invocato l’intervento dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani martedì, il Segretario Generale Ban Ki-moon aveva replicato già ieri sostenendo che la questione dovesse essere risolta bilateralmente. Una risposta che aveva causato «grande rammarico e perplessità» al Ministro, che oggi ha però annunciato appunto l’intenzione del Segretario Generale di intervenire presso le autorità indiane. L’assicurazione sarebbe giunta nel corso di una telefonata tra i due. Bonino sostiene che la vicenda dei marò riguardi «una massa critica di Stati» e che, perciò, non desisterà dal sollecitare un interessamento delle Nazioni Unite. Riferendo alle Camere, il Ministro ha infatti riferito della riunione che avrà nei prossimi giorni a Ginevra con l’Alto Commissario per i Diritti Umani Navi Pillay e del colloquio in cui l’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri dell’UE Catherine Ashton «risolleverà il caso dei marò» davanti allo stesso Ban.

Le Nazioni Unite, per tramite del loro inviato Robert Serry, si pronunciano intanto su un’altra situazione di conflitto, quella mediorientale. «Solo una riunificazione tra Gaza e la Cisgiordania sotto la legittima Autorità palestinese, basata sugli impegni dell’Olp, può portare ad una situazione stabile per Gaza, come parte del progresso politico verso la pace» ha sostenuto il funzionario di ritorno da Gaza. Più moderate le parole del Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz, che alla Knesset ha espresso la disponibilità dell’UE «a fornire un appoggio completo in termini di finanziamento» qualora si raggiungesse «una soluzione negoziata che abbia come risultato uno Stato israeliano e uno palestinese che vivono in pace l’uno all’altro». Ciononostante, la sua richiesta di conferma sull’iniqua divisione delle risorse idriche tra israeliani e palestinesi, affermata anche dalla Banca Mondiale, ha causato l’abbandono dell’aula da parte dei Ministri del partito conservatore Focolare Ebraico. «Insopportabile sentir pronunciare menzogne alla Knesset e per giunta in tedesco» le parole usate dal Ministro Uri Orbach e riecheggiate dal Ministro dell’Economia Naftali Bennett, evidentemente ignari della lingua in cui scriveva Theodor Herzl.

Schulz si è difeso sostenendo che, in qualità di rappresentante dell’Europarlamento, non può dire «solo cose che piacciono a tutti». E, proprio in vista delle elezioni parlamentari di maggio, è stato il Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso a chiedere ai leader europei che cosa non piace loro dell’Unione. Questo, secondo Barroso, al fine di migliorare le istituzioni e non dare spazio a partiti e movimenti anti-europeisti.

All’interno di uno degli stessi Stati dell’UE, però, continua a respirarsi aria di divorzio. Con riferimento al referendum per l’indipendenza che si terrà in Scozia il 18 settembre, il Cancelliere dello Scacchiere George Osborne ha scartato la possibilità per Edimburgo di mantenere la sterlina qualora venisse approvata la separazione. «La sterlina non è un bene che si possa dividere tra due Paesi dopo una rottura, come se fosse una collezione di CD» è stata l’espressione di Osborne, che nel concreto non vede ragioni legali per una prosecuzione della divisione e prevede inoltre «tassi di interesse di livello punitivo» per il debito scozzese in caso di secessione.

Uscendo invece dai confini dell’Unione Europea, continua il braccio di ferro con la Russia sulla questione ucraina. Secondo un articolo vergato dal Ministro degli Esteri Sergej Lavrov, pubblicato oggi sul quotidiano ‘Kommersant’, la crisi istituzionale che sta attraversando Kiev rappresenterebbe infatti il «momento della verità» nella relazione tra Mosca e Bruxelles. «È stata una sgradevole sorpresa scoprire come nelle menti dei dirigenti comunitari e americani la ‘libera’ scelta del popolo dell’Ucraina sia già stata compiuta, e significhi soltanto un ‘futuro europeo’» ha scritto Lavrov, secondo il quale dietro alle manifestazioni vi sarebbero le manipolazioni di gruppi ultranazionalistici ma i cui tentativi «appaiono destinati al fallimento».

La diplomazia del Cremlino si muove anche sul fronte mediorientale. Dopo aver annunciato ieri il proprio veto su una possibile risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU relativo alla Siria, oggi lo stesso Ministro Lavrov ha riferito di aver presentato una propria bozza di risoluzione in cui è affrontato anche il tema del terrorismo nel Paese, la cui importanza è stata più volte ribadita da Mosca. «Il terrorismo non è certamente un problema meno acuto» della crisi umanitaria, ha infatti dichiarato il Ministro, che ha definito la bozza presentata come «la nostra visione del ruolo che il Consiglio di Sicurezza può svolgere se vogliamo individuare una soluzione ai problemi e non contrastarci l’un l’altro». Rispetto a ieri, la situazione siriana vede anche un altro relativo progresso con la proroga di altri tre giorni del cessate il fuoco nella città di Homs, che ha sinora permesso l’evacuazione di 1400 civili. Continuano invece i bombardamenti sulla città di Yabrud, al confine col Libano e tra le ultime roccaforti dell’opposizione.

Tornando all’annuncio della bozza russa, va segnalato il suo contesto: l’incontro tenutosi a Mosca tra Lavrov, il Ministro della Difesa Sergej Shoigu ed i rispettivi omologhi egiziani Nabil Fahmi e ʿAbd al-Fattāḥ al-Sīsī. La riunione doveva consentire al Governo russo di approfittare dei recenti attriti tra Egitto e Stati Uniti, oltre a supportare i negoziati per una fornitura di armi al Cairo dal valore stimato attorno ai due miliardi di dollari. La vera svolta è stata però data dall’appoggio del Presidente Vladimir Putin alla candidatura di al-Sīsī alle elezioni di aprile. «So che ha deciso di candidarsi a Presidente», sono state le parole che Putin ha rivolto all’attuale Comandante in Capo delle Forze Armate, «è una decisione molto responsabile di farsi carico del destino del popolo egiziano, le auguro buona fortuna da parte mia e del popolo russo».

L’Egitto non è il solo Paese ad attraversare un periodo di tensione con Washington: si sono infatti notoriamente deteriorati anche i rapporti con l’Afghanistan. Incurante degli avvertimenti statunitensi, il Presidente Hamid Karzai ha dato il permesso al rilascio di 65 detenuti considerati pericolosi militanti dall’Amministrazione Obama. «Se le autorità giudiziarie afghane decidono di rilasciare un prigioniero, non è affare che riguardi gli USA», ha dichiarato Karzai, attualmente in visita ad Ankara, «spero che gli Stati Uniti inizino ora a rispettare la sovranità afghana». Alle critiche statunitensi si sommano però quelle del Segretario Generale della NATO Anders Fogh Rasmussen, secondo il quale «questa decisione, che sembra esser stata presa per calcolo politico e senza riguardo per le procedure giudiziarie davanti alle corti afghane, è un regresso rilevante per lo stato di diritto in Afghanistan, e pone serie perplessità sulla sicurezza». Proprio in tema di sicurezza, però, il Governo afghano sarebbe intenzionato a firmare l’accordo negoziato con Washington. Questo è quanto affermato dal Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, a cui Karzai avrebbe detto chiaramente che l’accordo non verrà più emendato.

Sicurezza che continua a mancare anche nel confinante Pakistan. Si susseguono infatti a ritmi quotidiani gli attentati nel Paese: oggi è stato il turno della città di Karachi, dove un attentatore suicida ha causato la morte di 12 agenti di polizia. La strage è stata rivendicata dal portavoce dei Taliban Shahidullah Shahid, che l’ha qualificata come una ritorsione contro la precedente uccisione di prigionieri talebani. Attentati avvenuti nei giorni precedenti nella città di Peshawar, al contrario, non sono ancora stati rivendicati. Rimane comunque alto il livello di tensione, nonostante da una settimana si siano aperti  ufficialmente i negoziati tra il Governo di Nawaz Sharif e una delegazione del movimento fondamentalista Tehrik-i-Taliban Pakistan.

 

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