domenica, Ottobre 17

Veltroni: illusioni e realtà La sua intervista

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Ha suscitato un certo clamore, soprattutto nella piazza virtuale, l’intervista che Walter Veltroni ha rilasciato a Huffington Post, a margine del 65° Festival di Sanremo.

Il tema centrale dell’intervista riguarda l’enorme successo di pubblico registrato dal festival, e le riflessioni dell’esponente piddino di lungo corso su questo fatto, innegabile e oggettivo, meritano attenzione. Non solo perché Veltroni è un esperto di televisione, soprattutto di impronta popolare, e le sue valutazioni nello specifico hanno di conseguenza una discreta quota di valore aggiunto. Ma perché, in questo caso, vanno a toccare un punto nevralgico, un indicatore credibile dello stato generale del Paese. Ed è normale che sia così, perché un programma Tv visto da un numero impressionante  di persone, con uno share medio intorno al 49% su cinque serate rappresenta, per un’analisi sociologica e di conseguenza anche politica degli umori italiani, un dato ben più significativo della pretesa, ad esempio, di scegliere un premier o un capo dello Stato sulla base di un campione di qualche migliaio di smanettatori da blog.

Veltroni, in sostanza, ha apprezzato la kermesse sanremese ma soprattutto non  ha interpretato il suo gradimento come un marker di conservazione presente nella linfa vitale del paese, piuttosto una diffusa voglia di serenità dopo anni di perdurante incertezza.«Sono portato a dire che c’è una naturale sintonia tra il festival e il bisogno della stagione nella quale il festival si inscrive. Ci sono momenti (…) in cui la società esprime una maggiore richiesta di serenità e persino di evasione» è la frase che meglio esprime la sintesi dell’intervista.

Il web, se così si può dire, ha subito lasciato partire un nugolo di frecce avvelenate, impregnate della superficialità e del qualunquismo connaturato al mezzo che qualche furbacchione vorrebbe eleggere a sistema fondativo della nuova democrazia. Confondendo immediatamente il giudizio sociologico con una critica di segno positivo sulla storica rassegna canora italiana. Della quale non ho seguito nemmeno un minuto, non per sciocca snobberia ma semplicemente perché ho preferito fare altre cose, magari anche più banali, come cazzeggiare sui social network o dormire.

Ma proprio questo mi fornisce l’opportunità di non inquinare il mio parere sull’intervista con giudizi di merito sulla qualità del Festival, sul livello di vinti, vincitori, protagonisti, comparse e su tutta una compagnia di giro che, mutatis mutandis, ha comunque più della mia non verde età. E già questa resistenza all’usura del tempo dovrebbe essere motivo di attenta riflessione per il politico avveduto.

Vorrei che il mio pensiero fosse chiaro. Il mio non è un giudizio su Veltroni, né sul Festival di Sanremo come istituzione nazionalpopolare. Mi limito a osservare che secondo me l’esperienza ormai pluridecennale del quasi mio coetaneo “Uolter” lo ha portato stavolta a dire cose sensate, nell’intervista. Cose che denotano una conoscenza dell’Italia per quella che è, non per quella che si vorrebbe fosse. E questa è la prima qualità di un politico, sia che voglia conservare sia che voglia innovare.

Si tratta, soprattutto per la sinistra, di capitalizzare la lezione fondamentale che le è costata, a lei e al paese intero, la tremenda stagione berlusconiana. Il vizio assurdo di porsi sul piedistallo di una millantata superiorità culturale che si rivela costantemente piano inclinato verso fatali errori di valutazione. Insomma, detto fuori dai denti, chi spernacchia Veltroni oggi non ha capito niente del suo paese. E se ha intenzione di darsi alla politica, è destinato a perdere.      

 

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