mercoledì, Agosto 4

Vecchi e nuovi amici per Mosca

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La migliore difesa è l’attacco, dice un vecchio adagio. Lo si conosce naturalmente anche a Mosca, benchè la Russia abbia ottenuto i suoi maggiori successi storici, militarmente parlando, proprio con la difesa pura e semplice dai suoi tanti aggressori. Ma l’adagio può valere anche sul terreno politico, quando l’attacco che si subisce non è tipicamente militare e la difesa non richiede necessariamente l’uso delle armi e neppure la minaccia aperta o implicita di usarle.

Mosca si è vista a rischio di “perdere” anche l’Ucraina dopo avere perso (se è lecito usare questo verbo peraltro assai comune nella terminologia politica americana) un’intera parte del continente europeo posseduta o controllata dall’Unione Sovietica, con la sola eccezione della Bielorussia. Al rischio ha reagito usando almeno indirettamente o in modo coperto anche le armi, e la sua reazione ha destato vivi e diffusi timori di un eccesso di autodifesa da parte sua.

Timori, cioè, che quanto è accaduto sinora in Crimea e nel Donbass possa ripetersi in vari altri punti al di là dei confini occidentali della Russia, compresi persino quelli che la dividono da Paesi membri dell’Alleanza atlantica e quindi coperti dall’”ombrello” della NATO. E’ un pericolo che sembra francamente improbabile benchè nulla si possa senz’altro escludere in linea teorica.

Si sta invece assistendo a reazioni russe d’altro tipo, ossia sul terreno politico-economico, non previste e non facilmente prevedibili ma tanto più rimarchevoli in quanto si incrociano con mosse e comportamenti sul fronte teoricamente opposto che favoriscono o addirittura suggeriscono il gioco del Cremlino.

Qualcuno già vede del resto Vladimir Putin intento a perseguire nientemeno che la distruzione dell’Unione europea oltre alla sua separazione dagli Stati Uniti. Un’esagerazione, certo. Il quadro generale del momento è però tale da rendere plausibile un disegno russo improntato al classico “divide ed impera” e mirante, al limite, ad un eventuale recupero di qualcosa del terreno perduto nel 1989-1991.

Di fatto, la UE si presenta sin d‘ora, oggettivamente, tutt’altro che compatta nel confronto con l’orso russo. Sul suo fianco orientale, in particolare, spicca una divisione latitudinale tra il settore settentrionale (Polonia, Repubbliche baltiche e Scandinavia) in cui predominano con la parziale eccezione della Finlandia l’allarme e la durezza verso Mosca, quello centrale (Repubblica ceca e Slovacchia) su posizioni meno nette e quello meridionale dove invece prevale la renitenza a condannare e punire l’operato del Cremlino.

Qui non brilla momentaneamente per bellicosità la Romania, i cui rapporti con la Russia post-comunista sono comunque stati sempre freddi se non ostili come del resto quando nei due Paesi vigevano regimi analoghi. E l’ostilità di fondo potrebbe precipitare qualora diventasse più conflittuale la collocazione della limitrofa e consanguinea Moldavia, fresca quanto controversa associata alla UE come l’Ucraina e a sua volta prima parte in causa nella disputa sempre aperta, almeno formalmente, sulla Transnistria, la provincia secessionista presidiata fa truppe russe.

Mai antirussa, per contro, è stata la Grecia, per una serie di motivi tra i quali campeggia attualmente la condizione tuttora molto critica della sua economia, alla cui tenuta i legami commerciali e finanziari con la Russia continuano a dare un contributo prezioso se non vitale. E ciò anche al di là della dipendenza energetica pressocchè totale da Mosca, la quale, va notato, accomuna tutti i membri più orientali della UE eccettuata soltanto la Romania. Però con effetti politici, come si vede, disuguali.

Un caso limite, al riguardo, è quello dell’Ungheria, che è anche unico e particolarmente significativo per altre ragioni. Grande protagonista della svolta del 1989 dopo avere inscenato la più sanguinosa rivolta (1956) contro l’egemonia sovietica e contro un regime comunista, la Repubblica danubiana sembrava la meno idonea, fino a pochi anni fa, a mostrarsi più compiacente di chiunque altro nei confronti di Mosca in una fase così critica come quella attuale.

Eppure ciò è avvenuto. Nell’ultima settimana di settembre il governo di Budapest è stato il solo membro della UE a confermare nonostante la contrarietà di Bruxelles la propria adesione al transito sul territorio magiaro del gasdotto russo South Stream, destinato a rifornire l’Europa occidentale  attraversando il Mar Nero e aggirando l’Ucraina.

E’ stato altresì concordato con Gazprom il tracciato di competenza, il tutto in aperta sfida al progetto concorrente del TAP, appena varato in sede europea e che dovrebbe portare il gas dell’Azerbaigian al di qua dell’Adriatico dopo avere attraversato la Turchia. Subito dopo, Budapest ha annunciato la cessazione del trasferimento all’Ucraina, in corso da mesi, di una quota del gas che l’Ungheria riceve dalla Russia, cedendo alle pressioni di Mosca ma resistendo a quelle opposte di Bruxelles a differenza di altri membri della UE.  

Ad un’altra società russa, Rosatom, l’Ungheria si era rivolta in precedenza, senza ricorrere ad una gara d’appalto internazionale, per ammodernare ed ampliare la propria unica centrale nucleare Paks, ottenendo da Mosca un prestito di 10 miliardi di euro per finanziare il progetto. Paks già copre per circa metà il fabbisogno di elettricità del Paese, e per giustificare questa come le altre scelte Budapest invoca il sacrosanto obiettivo di garantirsi approvvigionamenti energetici adeguati senza dover sottostare a prescrizioni esterne.

Ma non c’è in ballo solo l’energia. L’Ungheria litiga da parecchi anni con l’Unione europea a causa dell’evoluzione, o involuzione, della sua politica interna, difficilmente compatibile con i parametri democratici e liberali tutelati da Bruxelles. Forte della maggioranza di due terzi ottenuta in due successive elezioni, l’ultima delle quali nello scorso aprile, l’attuale premier Viktor Orban      sta portando avanti un indirizzo autoritario, oltre che nazionalista, tale da sfociare in un’oggettiva e neppure dissimulata convergenza con la Russia di Putin.

In un discorso pronunciato nella scorsa estate Orban ha infatti proclamato di voler fare dell’Ungheria uno “Stato illiberale” pur  assicurando la propria immutata devozione alla democrazia, secondo un’ardita distinzione dei due termini. Per riuscire più convincente si è detto ammirato dai successi di Stati non liberali come la Russia, appunto, ma anche Turchia e Cina, India e Singapore, ecc.

Ad ogni buon conto, oltre a praticare una gestione non impeccabile, secondo gli osservatori dell’OSCE, di istituzioni democratiche come le libere elezioni, è sembrato avviato a seguire l’esempio di Putin anche quanto a scarso rispetto dell’indipendenza della magistratura, alla persecuzione di organizzazioni non governative nazionali e straniere troppo critiche e ad una stretta di freni nel campo dei costumi.

Tutto ciò non ha messo l’Ungheria in rotta di collisione solo con la UE, che semmai si è mostrata più conciliante, di recente, accordando un credito di 22 miliardi di euro in sei anni per lo sviluppo della competitività e della crescita, benchè Budapest sia stata l’unica, insieme a Londra, a votare contro la nomina di Jean-Claude Juncker a presidente della Commissione di Bruxelles.

Ha indisposto anche e soprattutto gli Stati Uniti, tanto più che tra le pecche di Orban e della sua Fidesz, il partito di maggioranza, figura anche una relativa tolleranza, quanto meno, dell’antisemitismo ben presente e assertivo all’estrema destra. Un’assistente segretario di Stato, Victoria Nuland, ha pubblicamente tuonato contro il premier pur senza nominarlo, e lo stesso Barack Obama ha criticato la politica interna magiara mentre Bill Clinton ha bollato Orban come ammiratore del “capitalismo autoritario” di stampo putiniano.

Budapest ha replicato per bocca del ministro degli Esteri Peter Szijjarto, respingendo le critiche, ricordando la comune lotta per la libertà e la democrazia e assicurando che l’amicizia e l’alleanza con gli Stati Uniti rimangono “solide come roccia”. Ciò nonostante, i timori che l’Ungheria possa diventare un’imprevedibile quinta colonna moscovita, all’interno della UE se non della NATO, non si saranno probabilmente dissolti.

Dopotutto, Orban e compagni non sembrerebbero condannati all’isolamento, tenuto conto delle posizioni filorusse largamente diffuse e anzi crescenti tra le forze e i movimenti populisti ed euroscettici occidentali. Oggi quasi esclusivamente all’opposizione, come le formazioni guidate da Silvio Berlusconi e Matteo Salvini in Italia, ma neppure esse necessariamente condannate dappertutto a rimanervi.

Nell’Est europeo, comunque, c’è anche un caso Bulgaria. Paese, a differenza dell’Ungheria, di vecchia tradizione filorussa, fondata su affinità e comunanze non contingenti e non cancellate di colpo dall’odierna collocazione internazionale nel campo occidentale, così come non le aveva sradicate lo schieramento a fianco della Germania guglielmina o nazista durante due guerre mondiali.

Il governo di Sofia, diversamente da quello di Budapest, cedendo all’inizio dell’estate alle pressioni sia della UE sia (e forse soprattutto) degli USA aveva deciso di sospendere i preparativi per la costruzione della sezione bulgara del South Stream già concordata con Gazprom. Si trattava di un governo “tecnico” a guida socialista in difficoltà per un insieme di motivi, e anche per questo costretto poco dopo a dimettersi per indire nuove elezioni anticipate.

La decisione relativa al gasdotto era e probabilmente resta largamente impopolare, sia perché toglie lavoro ad un Paese che continua a navigare in pessime acque economico-sociali sia perché risulta che il 70% della popolazione chiede di mantenere rapporti amichevoli con la Russia. Rapporti che rischiano, naturalmente, di essere compromessi da un pieno allineamento bulgaro con l’Occidente nella crisi ucraina con conseguente minaccia russa di tagliare le vitali forniture di gas proprio alla vigilia dell’inverno.

La minaccia incombe sulla Bulgaria probabilmente meno che su altri Paesi per i motivi sopra accennati. Mosca e Sofia, comunque, cercano di risolvere il problema mediante una sperata accettazione da parte di Bruxelles della qualifica del tratto di gasdotto in questione come “produttivo” e quindi esente dal divieto di messa in opera.

Non si sa se la speranza sarà esaudita, ma intanto l’attenzione si concentra sulle conseguenze delle elezioni parlamentari svoltesi ieri in Bulgaria con la prevista sconfitta socialista, che a rigore dovrebbe ostacolare il successo dei suddetti sforzi trattandosi dell’erede del vecchio partito comunista, che ha sempre coltivato più degli altri l’amicizia e la collaborazione con la Russia.

Una ripercussione negativa al riguardo non è tuttavia scontata. Il partito di centro-destra dell’ex premier Bojko Borisov, vincitore della consultazione, non è andato oltre un terzo dei consensi (espressi tra l’altro da meno della metà degli iscritti al voto, un record di non partecipazione) e sicuramente stenterà molto a formare un indispensabile governo di coalizione.

Tra le possibili vie di uscita figura anche quella di una “grande coalizione” con i socialisti, che avrebbe se non altro il pregio di poter fronteggiare meglio di altre, o addirittura scongiurare, l’eventuale ripetersi delle forti agitazioni di piazza, una semirivolta popolare che già aveva costretto alla resa il penultimo governo capeggiato dallo stesso Borisov.

In altri termini, anche la partita del South Stream con i suoi annessi e connessi potrebbe rimanere aperta a qualsiasi esito. 

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