giovedì, Ottobre 21

Vaticano: l’incontro tra Parolin e Putin L' ultima tappa del viaggio del Segretario di Stato Vaticano in Russia

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Quindi come definirebbe l’approccio del Vaticano sulla questione Ucraina?

Quello che ha detto Parolin è stato il minimo sindacale. Non ha detto a Putin che sta occupando una parte di uno Stato. Ha detto che “non entriamo in questioni vostre, però ricordiamo che va rispettato il diritto internazionale”. L’ha detto in maniera soft per non essere poi oggetto degli strali degli Ucraini che non hanno molta simpatia per questo Papa. Però se si guarda alla differenza di intensità su altre questioni come per esempio la Siria e il Medioriente, l’approccio è molto simile al Venezuela: il Papa sul Venezuela, all’inizio di agosto, ha tergiversato fino all’ultimo. Poi ha dovuto pronunciarsi, condannando Maduro, poiché altrimenti il viaggio di settembre in Colombia sarebbe diventato inutile. Con quale credibilità si sarebbe presentato in Colombia a sostenere un governo che consente ai leader delle FARC, cioè agli oppositori “illegali”, di candidarsi alle elezioni, nonostante questi siano responsabili degli omicidi di molti colombiani, e poi, sull’altro versante del confine, lascia che Maduro impedisca invece agli oppositori “legali” di presentarsi alle elezioni e anzi li faccia arrestare. Sarebbe apparsa una contraddizione agli occhi di tutti coloro che credono allo Stato liberale in Sud America.

Dall’intensità di approccio era chiaro che lo scopo di questo viaggio era l’alleanza contro il terrorismo islamico, in difesa dei cristiani, punto di grande solidarietà tra Putin e il Papa, che nasce nel settembre del 2013, quando Bergoglio dà la prima prova di “realpolitik”, sollevando uno scudo stellare sui missili di Obama e coinvolgendo Putin nella difesa, appunto dei cristiani. Assad viene visto come difensore dei cristiani quindi uno Stato dittatoriale, ferocemente tirannico, ma laico, paradossalmente benvoluto da molti cristiani in loco. Questo è il primo tango con Putin. Perché Putin è interessato al Papa? Perché quest’ultimo ha il soft power. E perché il Papa è interessato a Putin? Perché Putin ha le divisioni armate. Perché Putin protegge i cristiani in Medioriente? Per convinzione, ma anche per convenienza, poiché la Russia ha storicamente il problema dei mari caldi e questo spiega il suo ritorno nel Mediterraneo, in obbedienza ad un proprio interesse strategico, come faceva lo Zar nell’ ‘800 quando varcava il Dardanelli e il Bosforo e diceva che lo faceva per difendere i cristiani. In questo momento, però, la realpolitik russa coincide con l’interesse di Bergoglio che vuole avere un rapporto particolare con la Russia. Ecco il judo. Fare leva sulla forza dell’ altro. Ma è anche una partita a scacchi le cui mosse sono difficili perché Putin non può andare troppo verso il Papa in quanto c’è la Chiesa ortodossa e, viceversa, Bergoglio deve stare attentissimo perché ci sono i 5 milioni di ucraini cattolici, cioè gli uniati, di cui parlavamo sopra.

Francesco la politica se la gioca nell’ incontro diretto: dopo la lettera a Putin del settembre 2013, Francesco incontra il 12 febbraio 2016 il Patriarca a l’Avana. Incontro, questo, che può definirsi una “Yalta religiosa”, ossia una spartizione, lottizzazione. Bergoglio, in quell’occasione, non rinuncia al proselitismo, a cui avevano già rinunciato Woytila e Ratzinger, ossia il tentativo di far diventare cattolici i non cattolici.

Cosa diversa è la nuova evangelizzazione. Ossia la conversione degli agnostici, cioè di coloro che hanno smesso di credere e non si ritengono più cristiani, tout court.. Quando cadde il Muro Gorbacev riammise la possibilità di erigere diocesi cattoliche e Wojtyla ne istituì quattro, cosa che la Chiesa Ortodossa considerò un vulnus, in un momento di sua debolezza. La “competizione” agli occhi degli ortodossi appariva un’ invasione, un gesto invasivo perché la Chiesa cattolica era molto più tonica dopo la fine del comunismo, e di presentava portando in dote scuole e ospedali, a supporto della propria missione evangelizzatrice. Questo è il motivo per cui Giovanni Paolo II non andò mai in Russia perché era considerato il “vincitore”. Bergoglio invece nella “Yalta religiosa” si spglia di ogni pretesa, o anche solo parvenza annessionistica. Se si vanno a leggere le dichiarazioni del 12 febbraio del 2016, si vede che la Chiesa Cattolica de facto rinuncia non solo al proselitismo, ma anche alla nuova evangelizzazione della società russa. Francesco è fermamente convinto che non ha senso andare ad evangelizzare la Russia che si sta secolarizzando quando lì vi è già la Chiesa ortodossa i cui vescovi sono fratelli, discendenti dagli apostoli, perfettamente in grado di assolvere questo compito. Per questo rinuncia non solo al proselitismo, ma anche all’ evangelizzazione. Parolin è andato a testare, a chiedere spazi, la restituzione di chiese per la minoranza già cattolica. Si è guardato bene dal dire “ ognuno di noi faccia la sua evangelizzazione”. L’ idea di Bergoglio è quella di riconoscere la zona di influenza della Chiesa ortodossa così come avveniva con i Paesi comunisti oltre-cortina dopo Yalta. In una sorta di disarmo unilaterale.

Rispetto al Medioriente, il Vaticano e la Russia rimangono sulla stessa linea d’onda come nel 2013?

Francesco è consapevole  che le grandi potenze si stanno spartendo il Medioriente. Trump aumenta il contingente in Afghanistan mentre la Russia rinuncia alla sua storica politica in Afaganistan e consolida in compenso le posizioni in Siria. Così come su Damasco c’è un passo indietro degli Stati Uniti.

Non è lontano, dal suo punto di vista, il viaggio del Papa in Russia?

È logico che invitare da parte del governo russo e del Patriarcato ortodosso il numero due del Vaticano non sarebbe stato possibile, altrimenti sarebbe stato uno sgarbo diplomatico, se all’ orizzonte non ci fosse l’ invito al numero uno. Nel fatto stesso che il Vaticano abbia accettato è implicito che non c’è una preclusione, semmai una forte aspettativa rispetto a un futuro invito al Papa. Questa è una novità che intravedo in questo viaggio. C’è un meccanismo diplomatico che non può non essere rispettato. Se ci fosse una preclusione di principio sul Papa, non sarebbe potuto andare Parolin perché sarebbe stato un affronto alla Santa Sede. Il fatto stesso che abbiano fatto l’ invito ha abbattuto un muro. Dopodiché, per quanto riguarda le modalità con cui questo avverrà,  io penso che per una questione di orgoglio russo verrà prima Kirill qui. E’ come se fosse partita una clessidra con questo viaggio di Parolin. E’ stato un viaggio che non ha portato apparenti risultati o rosolto granché, nell’immediato. Ma ha posto le basi per raggiungere i due traguardi più ambiti: Kirill a Roma e Bergoglio a Mosca.

In questa “alleanza” con Putin, influisce anche la mancanza di sintonia che il Vaticano registra con gli Stati Uniti?

Certo. Influisce molto a mio avviso l’attacco durissimo che “Civiltà Cattolica” ha fatto a giugno al fondamentalismo americano. “Civiltà Cattolica” non  se l’è presa colo con Trump, ma con l’ America tout court, con la visione che accomuna democratici e repubblicani, da Trump alla Clinton a Obama ed è fondata sul concetto di Civil Religion. Loro trovano che ad essere fondamentalista, in nuce, non è solo il Grand Old Party ma l’America in quanto tale, quando afferma “In God we trust” e lo stampa sulle monete, Quando cioè si appropria istituzionalmente della religione. Quella che per Ratzinger era una formidabile leva, per Bergoglio è un ostacolo perché “In God we trust” custodisce implicitamente la premessa di un primato religioso degli Stati Uniti e in qualche modo obbliga conseguentemente la Chiesa e il Vaticano a ricoonoscerne la mission elettiva. O almeno questo è quello che l’opinione pubblica americana si aspetta dalla Santa  Sede.

Questo era, per certi versi, quello che avveniva durante la Guerra Fredda?

Esatto e preclude i contatti con la Cina e con la Russia. Per questo Bergoglio ha fatto uno strappo così radicale ed oggi abbiamo la percezione che il Vaticano sia più vicino al Cremlino che Washington. E’ l’idea stessa di una civiltà cristiana che Bergoglio contesta e trova in premessa “totalitaria”. Quanto al presunto “comunismo” di Bergoglio, non ci credo. Egli è un Papa antioccidentale. Questo è un Papa del Sud, del meridione del mondo, prima che occidentale. Ma non è “comunista”.

Quale ruolo ha, oggi, la Segreteria di Stato nella gestione della politica estera?

La politica estera vaticana non è un appannaggio esclusivo della Segreteria di Stato sotto questo Pontificato. Parolin è il primo attore della politica estera vaticana dopo il Papa, ma ce ne sono degli altri: una è la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, il laboratorio sperimentale della politica estera di Francesco, dove è stato “sdoganato” per esempio nel gennaio 2014 l’Iran, con un simposio ad hoc. E l‘altro è S. Egidio, oltre, ovviamente, ai consiglieri del Papa. La Segreteria di Stato si sta facendo pian piano una ragione del fatto che non è l’unica a determinare la politica estera del Vaticano. Si tratta di una politica estera polifonica, come avviene anche in altre grandi potenze, si pensi all’ America e in cui i canali ufficiali funzionano fino ad un certo punto. Il Papa sale sull’ aereo, slaccia le cinture, esterna, parla direttamente con i giornalisti e fa, alcune  volte, addirittura, magistero. Un magistero volante, che in apparenza resta lì, sospeso in aria, ma quando atterri ti accorgi che il paesaggio intorno a te è cambiato e non sarà più quello di prima.

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