martedì, Ottobre 19

Vaticano: Abu Mazen e Peres in visita dal Papa

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Pope Francis Meets Israeli President Shimon Peres, Palestinian President Mahmoud Abbas And Patriarch Bartholomaios I To Pray For Peace

La visita papale del 2014 in Terra Santa verrà ricordata per una forte intenzione di riconciliare le diverse comunità religiose che da anni si contendono i principali siti dei territori palestinesi e israeliani. La posizione del Vaticano, in favore della fine dei conflitti i due è conosciuta da tempo, ed è stata ribadita anche da Papa Francesco nel suo recente viaggio ad Amman, Tel Aviv, Betlemme e Gerusalemme. Bergoglio, infatti, ha fatto sue le parole pronunciate da Benedetto XVI in Terra Santa nel 2009 rinnovando l’appello affinché «sia universalmente riconosciuto che lo Stato di Israele ha il diritto di esistere e di godere pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti. Sia ugualmente riconosciuto che il popolo palestinese ha il diritto a una patria sovrana, a vivere con dignità e a viaggiare liberamente. La soluzione dei due Stati diventi realtà e non rimanga un sogno». Un chiaro messaggio esplicitato anche dal gesto non previsto nel programma del viaggio, di fermarsi per alcuni minuti in silenzio davanti al muro in fase di costruzione dal 2002 dagli israeliani per separare la West Bank da Israele.

L’8 giugno 2014, insieme al 2 giugno – giornata della storica firma del Governo di Unità Nazionale palestinese – entreranno nella storia ricordando gli atti concreti per ammainare la bandiera dell’odio che da 66 anni si sventola nei Territori Palestinesi e Israele. La priorità di Papa Francesco è stata organizzare un momento di preghiera e incontro tra i principali esponenti religiosi e politici in un territorio neutro, dove l’atto congiunto della preghiera potesse facilitare il processo di pacificazione. Alle ore 19 di ieri ha avuto luogo nei Giardini Vaticani l’iniziativa “Invocazione per la pace” alla quale il Santo Padre, nel corso del suo recente pellegrinaggio in Terra Santa, aveva invitato i Presidenti Shimon Peres e Mahmoud Abbas per chiedere il la tregua fra i popoli Israeliano e Palestinese.

I Presidenti sono arrivati in Vaticano ricevuti all’ingresso della Domus Santa Marta da Bergoglio, successivamente si è unito a loro il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I ,al suo secondo viaggio ufficiale a Roma, e insieme hanno raggiunto quindi in auto il luogo della celebrazione nei Giardini Vaticani dove li attendevano le rispettive Delegazioni.

«Il Signore vi conceda la pace! Siamo convenuti in questo luogo, Israeliani e Palestinesi, Ebrei, Cristiani e Musulmani, per offrire la nostra preghiera per la pace, per la Terra Santa e per tutti i suoi abitanti». Le parole di Papa Francesco aprono gli agognanti discorsi dei due presidenti dai quali si intravede una volontà di demandare a una decisione divina le sorti dei due stati. Ogni tempo è stato dedicato alla preghiera da parte di una delle tre comunità religiose, in ordine cronologico: Ebraica, Cristiana, Musulmana.

Troppi morti, sostiene il Pontefice: «La loro memoria infonda in noi il coraggio della pace», perché, ha aggiunto, «per fare la pace ci vuol coraggio, molto di più che per fare la guerra». Quindi «dire sì all’incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza». Continua con il già ripetuto «mai più la guerra», perché con essa «tutto è distrutto». La richiesta del Papa è stata anche di avere il coraggio di compiere «gesti concreti per costruire la pace»: ossia «ogni giorno artigiani della pace».

L’evento potrebbe servire in  futuro come via d’uscita dal blocco in cui si trovano i negoziati, la dimostrazione ne è stato il discorso e le reazioni di Peres che si mantengono con i piedi per terra nonostante chi abbia pensato a una pace già firmata: «I fatti vengono influenzati sia dalla realtà sia dalla realtà spirituale e psicologica. Pertanto, anche se non penso che questo abbia il significato di negoziati politici, ha una grande importanza nel senso più ampio del tentativo di portare la pace».

Abu Mazen pare più positivo ma rivendica un futuro «prospero e promettente, con libertà in uno stato sovrano e indipendente», e ancora «se la pace si realizza a Gerusalemme, la pace sarà testimoniata nel mondo intero». Esattamente ciò che in un contesto “sacro” come i giardini di Santa Marta deve essere detto. «Riconciliazione e pace sono la nostra meta. Chiediamo di rendere la Palestina e Gerusalemme in particolare una terra sicura per tutti i credenti e un luogo di preghiera e di culto per i seguaci delle tre religioni monoteistiche: Ebraismo, Cristianesimo, Islam». Quindi, l’invocazione a Dio ad «alleviare la sofferenza del mio popolo, nella patria e nella diaspora», conclude Abbas.

Dalla preghiera parte il cammino per la diplomazia ma le visioni restano probabilmente ancora troppo distanti nonostante l’impegno del papa. «Il vero problema è che il processo di pace iniziato a Oslo non sta andando avanti, assolutamente. La strada è quella di un accordo con le parti e la creazione di due stati differenti ma finché anche lo stato vaticano, come tanti altri, non riconosce Israele non cambierà la situazione». Secondo Mario Carboni, membro del CORECOM – branca regionale sarda dell’agenzia AGICOM – nonché presidente dell’associazione “Sardos pro Israele”, il problema di fatto restano il dilagante fondamentalismo islamico ad opera di Hamas e il non riconoscimento della sovranità come stato nei confronti di Israele da parte di quasi tutti i Paesi arabi. «I presupposti per la pace non ci sono», prosegue Carboni.

Realizzare la pace tra Israele e Palestina ha ancora una volta visto la conferma di come un abbraccio apra la via del dialogo ma necessiti di gesti concreti che dovranno prendere parte nel terreno di guerra, sul suolo conteso tra abitanti che si odiano e che si lanciano le pietre, musulmani fondamentalisti che decidono di immolarsi alla causa facendosi esplodere tra la gente ed ebrei ortodossi che con le decisioni politiche prese in parlamento demandano all’esercito la violenza più gratuita sotto la giustificazione della difesa all’attacco. Il gesto simbolico di piantare un ulivo dal “quartetto per la pace” dimostra come la volontà sia sempre il primo passo per far finire una guerra. Nonostante ciò, ancora una volta in Terra Santa, la pace sembra essere un processo ancora lontano, bisognerà aspettare ancora qualche mese o qualche anno. 

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