lunedì, Settembre 20

Valeria Solesin, che rappresentava Valeria «Coloro che sono amati dagli dèi muoiono giovani». Speriamo che Coomaraswami avesse ragione

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«Valeria era figlia d’Italia e d’Europa. È stata uccisa da mano barbara, fomentata da fanatismo e odio contro la nostra civiltà, i suoi valori di democrazia, di libertà e di convivenza. Valeria è stata uccisa, insieme a tanti altri giovani, perché rappresentava il futuro dell’Europa, il nostro futuro».

Proveniente dall’Italia, il messaggio di cordoglio del Presidente Sergio Mattarella suona irricevibile. Con rispetto parlando, quasi una presa in giro. Valeria Solesin non rappresentava affatto il nostro futuro di italiani, perché il futuro degli italiani è mestamente ancorato al passato del loro Paese. Anche da questo, probabilmente, Valeria era scappata, altro che romantico anelito a sventolare tra i vessilli di un Continente di bancari e di burocrati. Era andata via da un Paese di vecchi e di morti, e perciò di perdenti, che i primi li abbandona in città-ospizio e i secondi li celebra tristemente di anno in anno, senza far nulla di concreto per riscattarli davvero. Sì, Valeria si era affrancata da questo eterno clima di esequie, che in realtà nulla ha mai avuto a che vedere con la memoria vera, con ciò che arriva a sedimentarsi nell’animo degli individui, formandone la cosiddetta identità culturale. Ed era andata a cercare gloria ed emozioni fuori di qui, via da questo penoso caravanserraglio di giornalisti improvvisati, di politici indegni e di accademici della fuffa. Un Presidente coraggioso avrebbe dovuto porgere le sue scuse, a nome delle istituzioni, non già ai ragazzi precocemente rincitrulliti dall’alcol e dalle droghe che si sbattono tra un locale e un marciapiedi in attesa di una qualsiasi epifania autorevole che li sbatta al muro, ma a Valeria Solesin e alle persone come lei, che in Italia non avevano niente da fare e pochissimo di che vivere, giacché troppi soldi erano parcheggiati nelle tasche di dirigenti, manager e deputati che al massimo meriterebbero un sussidio di disinformazione, come quella mega-direttrice ‘Rai’ che annunciava pomposamente il black-out Isis come fosse stata la sua ideona del secolo e come se di Marshall McLuhan avesse mai orecchiato più di tre concetti. Ed è scappata, Valeria, pure dalla folla rabbiosa dei fancazzisti iracondi alla Matteo Salvini, dalle regine di parruccherìa alla Daniela Santanché, dai destrogeni alla Maurizio Gasparri, che insieme dettano i titoli idioti a un quotidiano che andrebbe chiuso in nome della libertà di stampa e di intelligenza. Noi ci dovremmo rispondere seriamente, al di là dei vaghi auspici, circa il perché Valeria fosse a Parigi e non a Milano o a Roma, o a Venezia. Che là abbia trovato la sua fine, non attiene né alle conseguenze di una scelta né alla sua attività di volontaria, fatto che Gino Strada ha assurdamente collegato.

La morte di questa cara concittadina è stata avvilente, triste. Abbiamo ascoltato con ammirazione il commento dei suoi genitori e apprezzato il pudore di coloro che la amavano e che stanno soffrendo terribilmente per la sua sorte. Valeria, un certo giorno, aveva deciso di andarsene, di allargare i suoi orizzonti, di scommettere su un Paese dove le qualità individuali contassero più della segnalazione di un notabile analfabeta, dove l’eccellenza venisse premiata, dove le sue competenze fossero valutate con serietà. Valeria si era resa conto che, con qualche affannosa eccezione, l’Italia non le avrebbe offerto nulla di tutto questo. Tutto qui, Presidente, altro che nasconderci dietro l’Europa… E insomma dovremmo imparare tutti, dal Primo all’Ultimo cittadino, a salutare un giovane morto come merita. Io avrei preferito dolermene in silenzio ma non è stato possibile.

 

 

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