sabato, Maggio 15

Valenzi come sindaco e artista

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Maurizio Valenzi

Maurizio Valenzi, in origine Maurizio Valensi, il cui cognome fu storpiato per errore da un impiegato dell’Anagrafe nella Napoli del 1944 (come da lui raccontato nel volume ‘C’è Togliatti’) e rimase tale negli anni che seguirono, era nato il 16 novembre 1909 da una famiglia ebrea livornese, insediata da parecchie generazioni a Tunisi. Si laureò infatti all’École des Beaux-Arts (Accademia di Belle Arti) diretta da Armand Vergeaud, legandosi a correnti d’avanguardia della pittura moderna e sotto l’influenza di Moses Levy, aderendovi con Antonio Corpora e Jules Lellouche. Espose le sue prime opere in mostre collettive al ‘Salon tunisien’, poi a Roma, a Parigi e in diverse città della Tunisia con pittori francesi e locali. Fra il 1930 e il 1931 aveva aperto insieme ad Antonio Corpora uno studio artistico nella città romana, conoscendo così Carlo Levi, Fausto Pirandello e Adriana Pincherle. Nel giugno del 1932 Valenzi andò via da Roma per motivi economici e iniziò la sua attività politica nel sud del suo paese d’origine, fra i braccianti agricoli di Sfax e Djerba, da cui trasse ispirazione per disegni e dipinti.

Egli fu anche protagonista della Resistenza antifascista in Europa e membro del Partito Comunista Tunisino, al quale aderì tra il 1935 e il 1936; più tardi militò nel Partito Comunista Italiano, e fu eletto fra i suoi membri dal 1953 al 1968, quindi per tre magistrature. Redasse anche il settimanale ‘L’Italiano di Tunisi’ e nel 1937, all’epoca del governo del Fronte Popolare, lavorò nella redazione della ‘Voce degli Italiani’ diretta da Giuseppe Di Vittorio. A Parigi, dove fu dal 1937 al 1941 per collegare il gruppo dei comunisti tunisini al Centro Estero del Partito Comunista Italiano, incontrò diversi protagonisti della nuova cultura francese, come Tristan Tzara, Paul Eduard, Aragon, Andrè Wumser, J.R. Bloch e ne approfittò per studiare l’opera degli impressionisti e dell’‘Ecole de Paris. Tornato in Tunisia, nel 1941 venne arrestato con altri comunisti e antifascisti italiani e rinchiuso nel campo di concentramento del Kef. Processato per ‘attentato alla sicurezza dello Stato’ e torturato, resistette strenuamente agli interrogatori e venne condannato all’ergastolo ed ai lavori forzati dal regime di Vichy (quello del maresciallo Pétain , il quale, dopo l’invasione tedesca della Francia, aveva collaborato con i tedeschi dimostrandosi sostanzialmente asservito alle scelte di Hitler).

Valenzi subì l’esperienza del carcere in diverse prigioni tunisine, ma venne internato per un solo anno a Lambèse in Algeria (e dal luglio al novembre 1942 anche con la moglie Litza, sposata da Maurizio nel 1939, che però riuscì a fuggire dalla fortezza di Sidi Kasser ), esperienza estrema che registrò su fogli di fortuna, poi raccolti nei ‘Disegni di Lambèse’.

Uscito di prigione grazie agli Alleati nel marzo 1943, tornò in Italia dopo il 25 luglio con la divisa inglese e si fermò prima a Bari e poi giunse a Napoli nel 1944 (dopo quattordici ore di stressante viaggio in piedi in treno) per liberare la città partenopea nelle ‘Quattro Giornate’. Venne poi eletto dirigente della Federazione del PCI. Dopo l’arrivo dall’Unione Sovietica, Palmiro Togliatti venne ospitato in via Broggia, dove era stato organizzato un appartamento per i comunisti che arrivano da varie località; nel libro già prima ricordato, Valenzi descrisse il contatto avuto con vari uomini politici, tra cui appunto Togliatti e quelli della cosiddetta ‘svolta di Salerno’. Questa alleanza politica era finalizzata a trovare un compromesso tra partiti antifascisti, la monarchia e il generale Badoglio per consentire la formazione di un governo di Unità Nazionale, al quale dovevano partecipare i rappresentanti di tutte le forze politiche presenti nel Comitato di Liberazione Nazionale (CNL): accantonando per un po’ la questione istituzionale, e grazie alla mediazione di Enrico De Nicola, avvocato nonché primo Presidente della Repubblica Italiana (1 gennaio – 12 maggio 1948), l’iniziativa di tale svolta si concluse con il trasferimento di tutte le funzioni politiche a Umberto di Savoia, come Luogotenente del Regno, e con la consultazione elettorale attraverso un’Assemblea Costituente, rinviando la scelta della forma dello Stato soltanto al termine della guerra: tuttavia in questo modo nacquero molti problemi alla tesi unitarista propugnata dal Fronte Popolare e dai socialisti del PSI e di quelli del PCI, quindi anche allo stesso Togliatti, che vennero dichiarati ‘impuri’ per essersi venduti alla monarchia.

Valenzi fu vicino anche ad avvocati partenopei, come il penalista Mario Palermo, il quale come membro del CNL aveva ricevuto la nomina a sub-commissario all’Annona e al Corso Pubblico del Comune di Napoli, oltre che quella di sottosegretario alla Guerra nel Governo Badoglio nell’aprile 1944 (carica che conservò anche durante i Governi Bonomi I e II); nonché di consigliere comunale a Napoli dal 1946 al 1960; di consigliere provinciale; e infine di deputato e poi senatore dagli anni dal 1948 al 1968. Tale personaggio aveva rapporti anche con il Ministero della Guerra, in qualità di sottosegretario, come dimostra la sua appassionata difesa della scuola militare che non fu chiusa dopo la Seconda Guerra Mondiale. In seguito portò avanti inchieste su alcuni aspetti fondamentali e giuridicamente rilevanti della vita recente del Paese, quali ad esempio la mancata difesa di Roma durante la Seconda Guerra Mondiale e il suo abbandono come ‘città aperta’.

Nel 1952 Maurizio Valenzi fu eletto consigliere provinciale della Campania, successivamente fu nominato segretario alla Presidenza del Senato, vicepresidente della Commissione Esteri, vicepresidente della Commissione di Vigilanza sulla RAI, segretario del Gruppo Comunista al Senato e membro della Commissione Centrale di Controllo del PCI.

Dopo una lunga pausa Valenzi, pur mantenendo tali incarichi politici, riprese la sua passione per il disegno e la pittura dal 1968, mai del tutto abbandonate, grazie anche ai continui contatti con Paolo Ricci, Renato Guttuso, Emilio Notte, Carlo Levi e Sebastian Matta, artisti ai quali era legato da antica amicizia. Dal 1970 al 1975 divenne consigliere comunale a Napoli e poi fu eletto sindaco dal 1975, anno che segnala una città ricca di impegno civile e politico e la nascita dello straordinario Festival Nazionale de ‘L’Unità’.

Tenne il mandato fino al 1983 per due tornate successive e svolse l’incarico in modo esemplare per otto anni, grazie anche al consenso della cittadinanza e al voto tecnico in occasione del bilancio, sostenuto anche dalla Democrazia Cristiana (DC). I

Il terremoto del 23 novembre del 1980, nel quale la città e tutto il Meridione vennero colpiti con tutte le terribili conseguenze politiche, economiche e sociali che ne derivarono e il 1983, legato al terrorismo dei cosiddetti ‘anni di piombo’, lo videro presente come sindaco a Napoli. Dopo il terremoto egli fu nominato anche Commissario straordinario per la Ricostruzione.

In questo stesso periodo mantenne l’incarico nel PCI, poi nel 1984 fu eletto al Parlamento Europeo, dove restò in carica fino al 1989; ha ricevuto inoltre la ‘Légion d’honneur’ da Mitterrand, allora Presidente di Francia.

Eduardo De Filippo dedicò nel 1975 una poesia a Maurizio Valenzi per la sua elezione a sindaco di Napoli, confermandogli la sua stima in quanto “persona all’altezza del suo compito”, come il politico Giuseppe Galasso: “Si ‘o vico a stuorto/ ‘a carruzzella avota/ mo tiranno ‘na redina/ mo ‘n ‘ata./ Quann’e diritto/ ‘a carruzzella curre/ ‘o cavallo vo’ ‘a redina/ e ‘o cucchiere/ ca sape l’arte/ nun ce ‘a fa mancà/ Curre. Arriva ampresso/ Ma quanno ‘o vico è stuorto/ c’è cchiù sfizio.”, ovvero: “Se il vicolo è storto/ la carrozzella/ percorre le curve tirando prima una briglia/ poi un’altra./ Se il vicolo è dritto/ la carrozzella corre/ il cavallo desidera le briglie sciolte/ e il cocchiere/ che conosce il suo mestiere/ lo accontenta/ Corre. Arriva presto./ Ma quando il vicolo è storto/ c’è più gusto.”. Valenzi ricordava invece come Eduardo si identificasse maggiormente con Milano, che gli aveva dato più soddisfazione in campo artistico, che con la stessa Napoli che all’epoca era ancora quel vicolo storto, dove la carrozzella continuava a camminare.

Valenzi incontrò però Eduardo a Napoli e assistette nel suo studio al Vomero a una discussione molto serrata dopo che il letterato e attore napoletano aveva finito ‘Napoli milionaria!’ e volle leggere l’ultimo capitolo a un pittore suo amico e allo stesso Valenzi. Quando Eduardo arrivò alla frase ‘A da passà ‘a nuttata’, essa diventò motivo di una grande discussione perché secondo il pittore era un’espressione di rassegnazione anziché di lotta contro il fascismo. I due interlocutori si conoscevano bene e discutevano alla napoletana anche con battute spiritosissime, tanto che De Filippo disse che la commedia era una sua opera e ci faceva quel che voleva, mettendoci anche tale frase.

Anche per il Teatro San Ferdinando di Napoli acquistato da Eduardo che ci aveva inoltre impiegato molti soldi per la ricostruzione, si verificarono accesi diverbi tra l’attore e Maurizio Valenzi, che provocarono anche una certa distanza tra i due, perché il primo voleva essere aiutato dal comune per riempire il teatro, ma la borghesia napoletana era abituata ad altro tipo di spettacoli e a un biglietto di partecipazione più basso di quello stabilito da Eduardo stesso.

Tra le opere di Maurizio Valenzi in questo periodo troviamo proprio le vedute di Napoli, i ritratti di famiglia e di Eduardo De Filippo che ritroviamo nelle mostre delle sue opere, tra cui ricordiamo la personale ospitata dalla galleria ‘L’Indicatore’ di Roma nel 1978, insieme a dipinti di personaggi come Emilio Notte, Paolo Ricci ed altri. Altre mostre monografiche sono state realizzate con Maurizio Valenzi ancora vivo (scomparve infatti ad Acerra il 23 giugno del 2009 all’età di quasi 100 anni, con le esequie celebrate due giorni dopo in un Maschio Angioino gremito di gente, e non soltanto di politici e artisti): una antologica fu infatti inaugurata nel 1999 in occasione dei suoi 90 anni nelle sale dello stesso Maschio Angioino, ed altre ne seguirono.

La Fondazione Maurizio Valenzi, con sede a Napoli, fu creata nel maggio del 2009 dai figli Lucia e Marco, che ne sono rispettivamente presidente e vicepresidente. Tale Fondazione, inaugurata il 15 novembre in occasione della commemorazione del centenario della nascita dell’artista, alla presenza del Presidente Giorgio Napolitano e dell’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, ha “l’obiettivo oggi di tutelare e consolidare il patrimonio culturale e politico di Maurizio Valenzi e della moglie Litza Cittanova e di creare un’istituzione internazionale, non schierata politicamente, attiva nella cultura attraverso l’arte e non soltanto in essa, ma anche nel panorama sociale della città di Napoli”.

La collezione d’arte della Fondazione è stata dichiarata di notevole interesse storico dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MiBACT) e comprende varie opere importanti (alcune anche di Guttuso, Carlo Levi e di molti altri artisti contemporanei di Maurizio Valenzi), oltre a maschere rituali provenienti dall’Africa e da altri paesi stranieri, che anticipano ed ispirano le Avanguardie storiche del Novecento in Italia.

Valenzi si lega alle idee politiche degli anni Trenta con una spinta ideale alla libertà e contro l’ingiustizia, sacrificando anche il proprio benessere e volto a evidenziare il rapporto tra etica e politica. In questa cornice di valori etici e morali, svolta attraverso un dialogo tra le parti, senza badare però alla ricerca del consenso a tutti i costi, egli traccerà sempre la sua attività, come anche quella della moglie Litza. L’esperienza di parlamentare, con l’elezione al Senato, lo portò a rapporti molto intensi con gli avversari, ma sempre senza clientele, e volta a costruire un futuro per una Napoli aperta al mondo, lavorando con le forze migliori del territorio, al di là del colore politico. Egli viene ricordato ancora oggi come uno statista prestato al ruolo di sindaco, che dopo l’esperienza al Parlamento Europeo intensificò gli incontri con gli amici che gli furono vicini nel salotto di via Manzoni, luogo di discussione politica e punto di riferimento soprattutto per chi voleva affrontare i problemi della città.

Abbiamo intervistato la figlia Lucia Valenzi che è anche curatrice di un libro di storia sul gruppo di comunisti italiani in Tunisia, tra cui il padre, ‘Italiani e antifascisti in Tunisia negli anni Trenta. Percorsi di una difficile identità’, edito da Liguori nel 2008, oltre che presidente dal 2009 della Fondazione Valenzi di Napoli e ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Storiche dell’Università di Studi di Napoli Federico II con studi sui primi anni delle lotte contadine nel Mezzogiorno nel XIX secolo, poi ricerche di storia sociale e di storia di genere su Napoli nel XIX secolo. Per molti anni ha svolto attività didattica presso la cattedra di Storia Contemporanea del prof. Aurelio Lepre e poi quella del prof. Franco Barbagallo. A partire dal 2002 svolge il modulo di insegnamento di Storia Contemporanea per il corso di Laurea in Filosofia. Consigliere comunale a Napoli dal 1987 al 1992, impegnata in associazioni per i diritti dei disabili, e in passato anche di un’associazione per gli scambi interculturali tra Tunisia e Napoli e di cooperazione internazionale e di dialogo interculturale con uno dei paesi del bacino del Mediterraneo, che pur ricco di storia non è conosciuto e considerato dal punto di vista culturale.

 

Quale fu il suo impegno per le relazioni con paesi stranieri, come il Magreb, portato avanti anche oggi dalla Fondazione stessa in sua memoria?

Mio padre nacque in Tunisia e ha partecipato alla lotta antifascista in Tunisia: aveva quindi dei rapporti intensi sia con questo Paese, sia con gli altri paesi del Magreb. Egli ha conosciuto ed è stato anche in carcere anche con gli indipendentisti arabi e con il partito che conquistò l’indipendenza in Tunisia e con altri personaggi in Marocco e in Algeria. Quando è stato poi senatore e anche sindaco ha mantenuto questi contatti, anche con i responsabili politici di quei paesi stranieri. La Fondazione sta cercando di riprendere la tradizione di questi rapporti, portata avanti in vita da Valenzi: proprio in questi giorni è stato costituito un gruppo di giovani ricercatori italiani che studiano la storia contemporanea e la morfologia della zona del Magreb e il contributo italiano alla storia della Tunisia e di altri paesi magrebini.

Dopo il 1941 come influì, se ciò realmente avvenne, sulle sue idee politiche e d’artista e quanto ridusse la carica ‘rossa’ delle sue idee e quali furono i motivi dell’incarcerazione anche della moglie di Valenzi per il suo arresto, con la conseguente tortura e con la condanna all’ergastolo e ai lavori forzati dal regime fascista di Vichy, successivamente con l’internamento a Lambèse in Algeria?

Mio padre insieme al gruppo di italiani antifascisti in Tunisia, come Loris Gallico e tanti altri, fu arrestato e poi trasferito in questa specie di lager, collocato sulla montagna dell’Algeria a Lambèse. Furono poi gli Alleati a liberarli quando conquistarono l’Africa del Nord. Mia madre fu arrestata ugualmente con una condanna sempre legata alla lotta antifascista, con motivazioni anche a volte pretestuose, come per esempio che avesse indirizzato delle buste per spedire volantini antifascisti, ma poi fuggì di carcere, divenendo così clandestina. Naturalmente si nascose perché ci fu un momento nel quale anche i tedeschi arrivarono in Tunisia: essi avrebbero massacrato tutti quanti i combattenti antifascisti, tra i quali c’erano anche degli ebrei.

Nel 1968 Maurizio Valenzi ricorda la prigionia anche attraverso disegni e schizzi. Ce ne parla meglio, descrivendo alcune opere e ci delinea quale ‘affresco’ di tali anni viene fuori da queste rimembranze storiche?

Mio padre aveva ripreso dei disegni (piccoli foglietti di fortuna su quali aveva disegnato i compagni del carcere), che aveva fatto di nascosto durante quel periodo, riuscendo a conservarli e a portarli con sé. Più tardi rielaborò questi schizzi tra il 1968 e il 1969 quando riuscì a riprendere un po’ la pittura a olio o acrilico per quanto riguarda le tecniche a colori (nel frattempo infatti aveva continuato a disegnare, ma non aveva trovato il tempo per dipingere). C’è anche in lui un’attenzione alla cura formale per quanto riguarda la pittura stessa, quindi i disegni divennero delle immagini che non evocavano fatti e personaggi violenti, ma si trasfigurarono nel suo ricordo.

Come preparò per ordine del PCI l’arrivo di Togliatti a Napoli e invece come partecipò attivamente a‘la svolta di Salerno’ che fu raccontata anche nel libro ‘C’è Togliatti’ edito da Sellerio nel 1995?

Maurizio Valenzi venne a Napoli proprio perché il Partito Comunista aveva indicato questa meta, non era napoletano, ma appartenente ad una famiglia italiana da tutti i punti di vista (culturali, ma non soltanto) che da tempo e da più generazioni risiedeva in Tunisia. Una volta giunto a Napoli preparò una casa dove poteva essere accolto Togliatti, ma anche altri responsabili del partito e da questa città non si mosse più. Egli avrebbe tranquillamente potuto andare a Roma, come fecero molti suoi compagni della Tunisia, ma si legò subito a questa città partenopea, rimanendovi stabilmente.

Lavorò anche a fianco dell’avvocato partenopeo Mario Palermo, quest’ultimo ritratto anche da lui insieme ad altri personaggi politici, come Bruno Milanesi (che lo precedette nell’incarico di sindaco di Napoli )e della deputata Lalla Trupia. Come tale pensiero politico influenzò la sua visione politica e la sua produzione d’artista e tale rapporto a stretto contatto con questi illustri uomini dell’epoca a Napoli fu determinate per la sua ascesa da consigliere provinciale nel 1952 a Sindaco di Napoli dal 1975 al 1983, essendo rieletto in carica per una seconda volta durante questo periodo?

Mario Palermo era più anziano rispetto a mio padre. I due personaggi politici che vengono citati qui sono soltanto due nomi non particolarmente significativi dei tanti famosi (come per esempio Craxi, Nenni, Andreotti, Berlinguer, Togliatti stesso) ritratti e disegnati e conservati nel numero di 700 esemplari da mio padre, che ritraeva con degli schizzi questi personaggi durante le riunioni o in Parlamento stesso. Mio padre si legò molto alla città di Napoli, tanto che molte persone oggi non ricordano la sua origine tunisina. Anche forse per il clima e cultura mediterranei presenti anche nel suo luogo d’origine Si integrò perfettamente nell’ambiente intellettuale napoletano (artisti, scienziati, ecc.) e anche in quello dei responsabili politici della città, legandosi al gruppo dei cosiddetti ‘miglioristi’: Giorgio Amendola, Chiaromonte e anche Giorgio Napolitano, che nel dopoguerra era soltanto un ragazzo di 20 anni, cresciuto all’interno del partito stesso.

Come ha guidato la città di Napoli durante gli episodi di terrorismo e del terremoto? Quali azioni furono determinanti per la Ricostruzione di Napoli nella sua politica e come uomo delle istituzioni?

Durante il terremoto cercò di far sì che il Comune fosse un punto di riferimento per il disastro subito dalla cittadinanza. La sera stessa del terremoto, trovandosi casualmente vicino al San Carlo, andò ad accendere le luci al Palazzo del Comune e a radunare quel poco di personale che era disponibile a lavorare perché la maggior parte era scomparsa. Investito in seguito dell’incarico di Commissario per la Ricostruzione post-terremoto, assunse delle grossissime responsabilità per le cifre imponenti in gioco per la costruzione di 20.000 alloggi, creando interi quartieri, ma nel pieno rispetto delle leggi edilizie anche prima del terremoto era stato varato un piano regolatore anche per le periferie, che indicava come edificarle, tenendo conto dei necessari servizi e anche realizzando opere di recupero architettonico (per esempio i casolari contadini, ecc.). Quando egli non aveva più a questo merito nessuna responsabilità politica le cose peggiorarono perché le aziende costruttrici finirono per fare dei subappalti che non andarono avanti perfettamente, anche nella stessa assegnazione degli alloggi.

La Fondazione Valenzi, che ha visto il riconoscimento di notevole interesse storico nella sua collezione d’arte, come riprende tale personaggio e come rispecchia la sua politica, il suo essere artista, il suo spingere verso il sociale?

Abbiamo voluto fare una Fondazione non soltanto sul recupero della memoria di un uomo, ma anche presente nell’attualità e nella concretezza dei problemi reali, con attività verso le scuole e valorizzazione della parte migliore dell’imprenditoria napoletana, anche rispetto a quella piccola o femminile. Stiamo portando avanti un progetto sociale molto interessante, applicando delle tecniche che vengono soprattutto usate sui disabili (come per esempio la psicomotricità) a ragazzini non solo portatori di handicap, ma anche figli di immigrati, che presentano invece disagi di tipo famigliare e sociale. A breve inizieremo un altro progetto a Scampia con prevenzione di devianza sociale, coinvolgendo ragazzi anche un po’ più grandi.

Oltre a queste iniziative si recupera l’attività artistica di mio padre: a Palazzo Valentini a Roma due anni fa fu fatta una mostra importante, adesso c’è l’esposizione della collezione della Fondazione, ma spesso abbiamo esposizioni di artisti contemporanei in vita attualmente, oppure quella inedita (perché le sue opere non erano state esposte fino ad allora) quest’anno di Guido Sacerdoti, medico-artista morto prematuramente, nipote di Carlo Levi.

L’arte di suo padre è più arte d’avanguardia del Novecento o soltanto qualcosa di più e la sua amicizia con Antonio Corpora (con cui aprì uno studio artistico a Roma) come influì nella sua produzione pittorica e di disegni e quanto Corpora, quale scrittore e critico d’arte, entrò nella produzione pittorica di Maurizio Valenzi influenzandola?

Tutte e due questi personaggi come artisti partivano da una cultura simile che è appunto quella delle Avanguardie del primo Novecento, come si ricordava, anche se Antonio Corpora continuò questa professione di pittore portando alle estreme conseguenze quella tendenza, raggiungendo l’astrattismo. Corpora viene anche considerato il padre di questo movimento in Italia. Le loro strade però si separarono, rimanendo però amici, ma seguendo strade fondamentalmente diverse. Mio padre abbandonò la professione vera e propria di pittore, essendo risucchiato dalla politica e dalle battaglie contro il fascismo. Il percorso tra i due personaggi quindi nasce insieme grazie allo studio aperto a Roma, ma poi mio padre non dipinse più, ma per tantissimi anni (30 anni quasi) si limitò, come una propria urgenza, a disegnare, costruendo un suo stile personale e figurativo con reminiscenze di tutte queste influenze delle Avanguardie novecentesche. Quando Maurizio Valenzi riprese finalmente a fare pittura in maniera più significativa, dovette dedicarsi all’impegno di sindaco di Napoli. Alla fine egli ritentò a dipingere, ma era troppo vecchio e anziano. Quello che egli ha fatto è pensare continuamente da pittore e anche come diceva lui ‘pensare continuamente quadri’, ma la sua produzione è stata limitata per portare avanti questi altri impegni politici.

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