giovedì, Agosto 5

Vaccino anti – coronavirus Covid-19: il nuovo ‘gold rush’ La corsa forsennata contro il tempo, un rush che sta diventando molto ambito. Sono in tanti ad essersi lanciati in questa impresa. Obiettivo: iniziare, forse, in autunno, e un nuovo ‘oro’ in caso di successo

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Sono numerose le case farmaceutiche mondiali impegnate in una corsa contro il tempo per produrre un vaccino in grado di debellare il coronavirus Covid19. Ma da più parti si levano appelli a coordinare gli sforzi per affrontare questa competizione mondiale il più possibile uniti e con accordi strategici anche intercontinentali.
Un obiettivo, però, difficile, quando in gioco ci sono miliardi di finanziamenti volti a favorire i nomi più noti dell’industria farmaceutica mondiale.

Un appello a coordinare gli sforzi mondiali nella ricerca e produzione di un vaccino proviene da Paul Hudson, amministratore delegato di Sanofi, la casa farmaceutica francese specializzata in medicinali di ogni tipo da quelli cardiovascolari a quelli oncologici, ma attiva anche nella produzione di vaccini (5,8% del mercato mondiale). «L’Europa avanza troppo lentamente», lamenta Hudson, mentre la concorrenza scalda i motori in questa competizione mondiale che tutto d’un un tratto si è attivata dinanzi all’infuriare della pandemia nel mondo. Sanofi sta lavorando su due vaccini, ma non da sola. Per la ricerca di uno di questi vaccini, quello che dovrebbe ostacolare la diffusione del Covid19, opera in partnership con GSK(GlaxoSmithKline), la casa farmaceutica britannica il cui nome è spesso legato a farmaci per la cura di malattie cardiovascolari e respiratorie, asma e ogni genere di infezioni, ma anche di vaccini come il primo vaccino mai prodotto per contrastare la malaria e le ricerche debellare l’Ebola, in fase di sperimentazione avanzata.

Per il vaccino anti-Covid19 le due case farmaceutiche si avvalgono anche del supporto economico degli Stati Uniti attraverso l’Autorità Statunitense per lo Sviluppo e la Ricerca Avanzata in campo Biomedico. «Il livello di preparazione per affrontare la pandemia è attualmente molto basso», ammette Hudson, che ha pubblicato i risultati delle ricerche di Sanofi dopo aver contattato la Commissione europea, ma anchesingoli Stati membri dell’Ue, che sembrano ora finalmente disposti a collaborare per rendere più spedito il processo di sperimentazione del vaccino antiCovid19.

Questa è la strada che si apre ora dinanzi ai ricercatori delle grandi e piccole compagnie farmaceutiche e laboratori di ricerca in corsa per produrre ‘il’ vaccino contro il coronavirus.

E’ come un nuovogold rush’, la corsa all’oro che ha investito l’America negli anni del ‘wild west’. Solo che invece di paletta e setaccio dei pionieri americani, i ricercatori di oggi indossano camici bianchi e lavorano in laboratori attrezzati con tutti gli strumenti più moderni. Ma quello che accomuna le due imprese è il ‘rush’, questa corsa forsennata verso un obiettivo che potrebbe diventare il nuovooro in caso di successo. Il problema è che questo rush sta diventando molto ambito. E sono in tanti ad essersi lanciati in questa impresa.

A Sanofi e GSK, infatti, si stanno aggiungendo altri centri farmaceutici. Lo ha confermato il responsabile della ricerca scientifica del gigante statunitense Johnson & Johnson (13,8% del mercato mondiale), Paul Stoffels, che ha parlato di un investimento per un miliardo di dollari ricevuto dagli Stati Uniti per testare e produrre un vaccino antiCovid19. «Se il vaccino fallisce sarebbero guai», ha ammesso Stoffels, parlando nel corso di un dibattito on line organizzato dalla Federazione Europea delle Industrie Farmaceutiche (EFPIA). Ed ha lanciato un appello a «lavorare insieme, pubblicare insieme e collaborare con l’Organizzazione Mondiale della Sanità».«Dobbiamo rimettere la nostra società al lavoro. Ecco perché dobbiamo scambiarci informazioni, perché negli Stati Uniti ci sono molti fondi pubblici destinati alla ricerca». «Sapevamo che un rischio del genere poteva presentarsi, ma nessuno si era reso conto che il processo avrebbe potuto essere così rapido e che ci saremmo trovati impreparati. Ma ora lo sappiamo e sappiamo di essere pronti ad affrontare questo rischio e quindi potremo avanzare più velocemente». A suo avviso «la crisi mondiale che si è venuta a creare è così immensa che ciascuno di noi deve ora rischiare al massimo per por fine alla pandemia». «Se non ce la faremo», ha concluso, «sarà un problema per tutti».

In generale, spiegano gli esperti, solo una piccola percentuale di vaccini (circa il 5-6%) raggiunge il mercato spesso dopo anni di sperimentazioni e investimenti ingenti. Ma ora, ha concluso Stoffels, «la situazione è così acuta che tutti vogliono far presto per impedire il diffondersi della pandemia e dei decessi protratti nel tempo». Ecco perché, a suo avviso, si rende necessario tagliare i tempi di sperimentazione e passare alla produzione dei vaccini entro 12-18 mesi. E produrne tanti, per coprire il fabbisogno di tutta l’umanità.

Secondo il gruppo CEPI (Coalition for Epidemic Preparedness Innovations, la coalizione per le innovazioni per affrontare l’epidemia) servirebbero almeno due miliardi di dollari per coprire i costi della ricerca di un vaccino, comprese le sperimentazioni, ma senza includere i costi di produzione del farmaco da immettere poi sul mercato mondiale.

Per la raccolta dei fondi è già stata prevista a livello europeo una conferenza mondiale da organizzare il 4 maggio prossimo per raccogliere fondi da dedicare alla ricerca del vaccino. L’obiettivo è la raccolta di 8 miliardi di dollari.

Una delle maggiori compagnie farmaceutiche mondiali di biotecnologia, la svizzera Roche, che detiene il 18,9% del mercato mondiale dei farmaci, potrebbe essere tra i partecipanti. Ma già la statunitense Janssens (Johnson and Johnson), ha annunciato che la produzione commerciale del vaccino anticovid19 potrebbe addirittura iniziare prima del completamento dei test sull’uomo.

Da questo lato dell’Atlantico, in una intervista alla ‘BBC’, Sarah Gilbert, la direttrice scientifica dell’Istituto Jenner (il centro di ricerca dell’Università di Oxford, che collabora con il laboratorio di biotecnologia italiano Advent-IRBM di Pomezia, Roma) ha annunciato che «è già iniziata la selezione dei volontari e avviato il progetto di vaccinazioni» e spiegato che metà dei volontari verranno trattati con il vaccino e all’altra metà verrà inoculato un placebo. Il processo di sperimentazione si potrebbe concludere entro la fine dell’anno, poi verrà avviata la produzione.
«Serviranno milioni di vaccini», ha ammesso Gilbert.
Ma chi sarà proprietario del vaccino?, le è stato chiesto. Una domanda cui la scienziata ha risposto in maniera diplomatica: «L’Università ha investito nella ricerca, poi ci saranno le spese per la produzione del vaccino che si dovrà produrre per il mondo intero, e dovremo anche guardare a quello che fanno altri, perché alla fine è tutto il mondo che ne trarrà beneficio». In genere, ha spiegato Gilbert, «ci vogliono cinque anni per produrre un vaccino ma ora dobbiamo fare presto anche se ci sarà un certo livello di immunità acquisito durante la pandemia».
Ci saranno inoltre vari tipi di vaccino, perché sarà necessario differenziare tra giovani e anziani, uomini e donne, le variabili sono infinite e ci potrebbero essere differenze anche tra diverse razze umane e diverse reazioni da Paese a Paese.
Nel complesso ci sono 45 vaccini anticovid19 in fase di studio e sperimentazione nel mondo.

Per Piero Di Lorenzo, l’amministratore delegato di Advent, di Pomezia, legato all’Istituto di Ricerche di Biologia Molecolare (IRBM – ex consociata della statunitense Merck che ora non ne fa più parte) che ora lavora con lo Jenner di Oxford, «l’auspicio è che il vaccino in autunno possa dare un esito positivo». Ma prima di arrivare alla inoculazione a tappeto ci vorranno anni, non mesi. «Ci stiamo attrezzando a decuplicare la nostra capacità produttiva, ma parliamo di numeri che non reggono a nessuna latitudine». Egli ha spiegato che «per l’inoculazione si penserà innanzitutto alle categorie più esposte e a quelle più fragili». Ma in quale Paese? Questo lo deciderà la politica. Ma se si vuole risolvere il problema delle pandemie, secondo Di Lorenzo, la gente deve capire che bisogna cambiare stile di vita perché «il vaccino-panacea non arriva domani mattina» e «non possiamo illuderci di ricorrere al vaccino se poi vogliamo partecipare a incontri di massa con decine di migliaia di persone»

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