mercoledì, Agosto 4

Vaccini: specchio dell’Italia da rifare, nell’anima del suo popolo Le vicende legate ad AstraZeneca mostrano la lesione nel tessuto sociale italiano e l’evidenza della necessità improcrastinabile di rifarlo dalle fondamenta questo Paese, e non solo nelle sue istituzioni, ma nell’anima del suo popolo

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Con sempre maggiore frequenza  -in particolare in questa fase all’insegna dei vaccini-  mi accorgo di trovarmi ad avere convinzioni diverse da quelle ‘maggioritarie’. Sarà perché sono cretino, sarà perché non frequento i social, sarà come sarà ma accade sempre più spesso. E questo in qualche maniera mi preoccupa, perché potrebbe essere uno dei più perniciosi indici della mia senescenza.

Pensiamo al caso di quella povera ragazza che si è fatta inoculare il vaccino AstraZeneca e poi è morta. Lo sappiamo, purtroppo, che casi ci sono stati e sappiamo anche bene, anzi, benissimo, che non sempre si è potuto verificare che la causa della morte sia stato il vaccino. A prescindere dal fatto che -anche questo lo sappiamo benissimo e da sempre- sappiamo che ‘fare’ un vaccino non è diverso che prendere una medicina. Alcuni vaccini provocano reazioni, come alcune medicine. Comunque, sia come sia, brutalmente non si può non dire che è un caso su molti milioni di vaccinazioni, che purtroppo c’erano delle situazioni pregresse, non note. Resta il dolore per il fatto in sé, il dubbio di cui dirò più avanti, ma … stiamo vaccinando milioni di persone (siamo a quasi quaranta milioni (!!!!!) in tempi strettissimi perché il mondo va a fondo: qualche caso, purtroppo, ci sta, anzi, sono pure pochissimi, quanto trapianti vanno a buon fine?
I virologi nostrani, in gran parte para-virologi perché magari immunologi o infettivologi -per lo più ormai ‘tuttologi’, ma lasciamo correre, ormai basta schioccare le dita e ti compaiono davanti due virologi debitamente forniti di siringa-, come certo ricordate, ci stanno tormentando da mesi su due, anzi, tre cose, su cui insistono: vaccinatevi tutti, subito, perché di quella malattia si muore, vaccinatevi subito senza esitazioni perché si deve fare in fretta per riprendere a vivere, vaccinatevi più che potete, perché l’immunità di gregge della quale si parla (questo ce lo dicono sempre in tono beffardo i ‘virologi’ anti pecore) potrà esservi solo se si arriverà a vaccinare quasi tutta la popolazione, quindi giovani e giovanissimi inclusi.
Domando scusa ai miei lettori: forse lo ricordo solo io tutto ciò a causa di quel rincitrullimento irrefrenabile di cui parlavo sopra?
E sorvolo sui ‘virologi di carta’, cioè su quelli che non sanno distinguere la testa dai piedi, ma scrivono sui giornali criticando o esaltando le ‘campagne’ vaccinali e magari i singoli vaccini e i singoli infermieri che fanno le iniezioni. Che poi, dato che siamo in Italia, le critiche siano legate più ai partiti di riferimento, che alla realtà scientifica o economica, è ben noto e classico di questo Paese sfortunato. Se sei ‘di sinistra’ sei per, se sei ‘di destra’ sei contro: è la scienza, bellezza!

E dunque, quella povera ragazza muore e si assiste ad un fenomeno, per me, incredibile, ma tipico, classico della disgustosa ipocrisia italiana, sì ma non solo, della caratteristica pecoresca dei nostri concittadini, dello ‘scaricabarlismo’: insomma, della loro-nostra incapacità (o non volontà?) di ragionare da soli, della tendenza a lasciarsi portare dall’onda dell’emozione o di quello che strilla di più. Lo sappiamo tutti, accade: ognuno di noi, me compreso, potrebbe raccontarne episodi. Ma noi siamo così. Siamo belli e forti, ma abbiamo l’istinto della pecora, solo che cambiamo spessopecorone‘.
E quindi il solito Marco Travaglio da Lilli Gruber per il suo comizio trisettimanale, alternato con quello del vaccinato Andrea Scanzi, con tono irridente dice che ‘è tutta colpa della penna bianca’, cioè del generale Francesco Paolo Figliuolo, che ha inventato gli ‘open day’ e insiste a tutti i costi sulle vaccinazioni che dice di voler fare in gran quantità, ma siccome ha la penna bianca, in realtà non ci riesce e dice le bugie: e poi che vaccino è se è inoculato da un soldato, uno che fa la guerra, che porta la divisa. Insomma, a parte l’Open Day (che in inglese suona bene, ma chi sa che significa), che non so se sia stato inventato da Figliuolo, ma è stato largamente praticato dai ‘governatori’ (altra genìa di strana gente) e anche con entusiasmo e vanterie, Figliuolo è colpevole se vaccina poco, è colpevole se vaccina molto. È sempre colpevole. Tranquillo generale, è l’Italia: qualcuno ricorderà quando raccontai del funzionario che addestrava la piccola funzionarina, dicendole un sola secca frase ricca di saggezza ‘meno fai meglio fai’.
Ma si dimentica un piccolo particolare: a noi di Figliuolo, con tutto il rispetto, non ce ne può fregare di meno, a noi cittadini italiani interessa (come ai cittadini inglesi eccetera) di liberarci da questa angoscia e di riprendere, economia a parte, a vivere normalmente. Insomma a poter stringere la mano a una persona, oppure prenderla a schiaffi e magari sputargli in faccia. Tutte cose che oggi non possiamo fare. Poi se il generale usa un linguaggio militaresco (ma in realtà molto ‘economico’) e dice che si devono ‘esaurire le scorte’, può essere discutibile nel tono, ma dice la semplice verità. Ed è un dato di fatto che la gente è corsa a mucchi a vaccinarsi. E continua a farlo. In un piccolo sondaggio personale ‘fatto in casa’, ho sentito giovanissimi dire tranquilli e realisti: “io corro dovunque, appena posso, qualunque sia il vaccino”. Gli stessi giovani che per strada ti guardano arroganti senza mascherina: arroganti, appunto, non fessi.
La gente che pensa razionalmente, insomma, si vuole vaccinare e gli va bene tutto anche Astra zeppola, come con la solita autoironia che solo un napoletano può avere è chiamato il vaccino inglese. Sono stato due ore un fila l’altro giorno e, salvi i soliti arruffapopolo, tutto era tranquillo e perfino ansioso e si diceva, “sia pure varichina, purché ce la diano”!
Ma poi, arrivano i virologi con o senza ciuffo biondo, catastrofisti e non, e ci dicono sussiegosi, che loro hanno sempre detto che i giovani non si devono vaccinare con Astra zeppola. Anzi, che non c’è fretta, anzi, forse non si devono nemmeno vaccinare. E ricompare l’anestesiologo di alto livello, senza mascherina: sarà morto un’altra volta, il virus.
E questa cosa diventa un coro: che fretta c’è, anzi c’era, per fare rima con maledetta primavera!

Sarò strano, come ho scritto all’inizio, ma a me tutto ciò ha provocato un disgusto profondo, una sensazione di rigetto, una vergogna. La stessa che molti di noi, io per primo, provano quando vedono amici e parenti cambiare improvvisamente opinione senza che si capisca bene perché, o quando è evidente che c’è un altro interesse a noi ignoto. Ma qui è portata a livello collettivo, a livello di Stato, perfino di Stato con la ‘s’ maiuscola, se il nostro ne fosse degno.
Sentimento di schifo e di vergogna, che diventa immane quando il giorno dopo si scopre che quella povera ragazza era affetta da tante di quelle controindicazioni non solo per quello ma per qualunque vaccino. Direte ore ti aspetti che qualcuno paghi e qualcun altro si scusi?
No, tranquilli, in Italia non usa.

Ciò non toglie che si è determinata davvero una lesione immensa nel tessuto sociale di questo Paese. La prova evidente della ipocrisia, del salto sul cavallo in corsa, del cinismo, ma anche della inefficienza e della indifferenza.
Perché se ciò è accaduto è perché, se vi fa piacere, il Generale Figliuolo ci vuole vaccinare tutti al più presto, ma principalmente perché la medicina e i singoli medici (quelli che mai come in questi giorni sono gli ‘eroi’ del nostro Paese) funziona non male, malissimo, nell’indifferenza e incapacità quotidiane di molti, di troppi, nella sciatteria generale di un Paese alla fine del suo percorso. Di un Paese dove conta la ‘visibilità’, la comparsata in TV.
Il vero senso di questa vicenda, al di là degli strilli che continueranno, è l’evidenza della necessità improcrastinabile di rifarlo dalle fondamenta questo Paese, e non solo nelle sue istituzioni e nei suoi uffici, ma nell’anima del suo popolo.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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