lunedì, Giugno 14

Vaccini? Ecco perchè alla ricerca non servono i ‘centri di eccellenza’ L'intervento della senatrice Elena Cattaneo contro l'oligarchia della scienza mette il dito nella piaga e traccia come riorganizzare la ricerca nel solco della cultura come rivoluzione. Basta guardare quanto sta accadendo con i vaccini per capire la fondatezza della tesi di Cattaneo

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Nel fine settimana mi domandavo, un po’ oziosamente (l’ozio sarà pure il padre dei vizi, ma è una cosa meravigliosa, e infatti … ) come iniziare questa settimana senza parlare di vaccini, di Mario Draghi (e della sua ‘funzione trasformativa del lutto’ … io non so, certe volte, come le pensano certe cose) -e poi alla fine ieri ho dovuto parlarne– di Giggino, de ‘il dotto Letta’, di Roberto Gualtieri (usato e buttato via come uno straccio usato), di Carlo Calenda (sulla ragione della esistenza del quale continuo a interrogarmi senza risposte), di Provenzano-Tinagli i neo-dioscuri de ‘il dotto Letta’, e sorvoliamo su Salvini, Meloni, Giorgetti, eccetera eccetera.

Mi domandavo, appunto oziosamente, quando mi cade sott’occhio un articolo esplosivo di Elena Cattaneo, senatrice a vita. L’ho stampato, ritagliato e messo in bell’evidenza davanti alla mia scrivania. Gesù, forse sono ubriaco, ho dormito male, non lo so, ma ne condivido ogni parola, ogni virgola.

Ne ho già accennato qualche volta, specialmente parlando male, malissimo, della cosiddetta riforma Gelmini (ispirata, lo ho detto più volte, da ambienti arrogantemente ‘nordisti’ e ‘privatisti’ dell’Università), il cui risultato, oggi, è un disastro -lo scriveva anche Ernesto Galli della Loggia.
Non solo la scarsezza di laboratori, ma l’assenza di biblioteche e la trasformazione della cultura in fatto numerico e delle capacità in formule matematiche ridicole.

L’articolo della professoressa Cattaneo, infatti, parla (e lo dice chiaro e tondo, finalmente!) delle oligarchie della scienza. E ha ragione, ragione da vendere. Devo dire, con dispiacere, che mi duole e sorprende molto che su posizioni diversa (appunto criticate a viso aperto da Cattaneo) si siano trovate persone che stimo molto, o forse stimavo come Tito Boeri.

La proposta, già da tempo tambureggianti in giro per l’Italia, specialmente in ambienti para-leghisti e fautori del privato (abbiamo visto, anzi, vediamo il disastro della medicina privatizzata in Lombardia e del tracollo delle competenze amministrative a quanti morti ha portato, o no?), è quella di approfittare dei fondi europei per creare un certo numero di centri di eccellenza, e cose del genere.
Vedete: basta solo dirlo, solo dire la parola ‘centro di eccellenza’, per dire fine della cultura e quindi, attenzione ‘quindi’, anche della scienza.
È chiaro come il sole che in Italia specialmente, come in Europa, la cultura scientifica sia arretrata rispetto ad altri Paesi, come gli Stati Uniti, ma la colpa non è del numero insufficiente dei centri di eccellenza.

Il problema della ricerca, in questo Paese, è reso molto difficile da gestire, innanzitutto per due motivi: insufficienza ridicola -letteralmente ridicola- delle strutture tecniche (laboratori e biblioteche) e meccanismi assurdi di assunzione del personale ricercatore e didattico, che assolutamente -ripeto assolutamente- deve essere lo stesso: non si può fare didattica, buona didattica, senza ricerca e viceversa. Mi spiace per la signora Lucia Azzolina, ma è così: insegnare non è riversare nozioni, è criticare le nozioni: altrimenti ormai basta un computer!

Sulle strutture, molto carenti, il problema è serissimo e qui sì, potrebbe essere utile una gestione razionale dei fondi in arrivo dall’Europa. Ma non per creare centri di eccellenza e tenendo presenti le differenze profonde tra le ‘culture’ scientifica e umanistica.
Gliscienziati‘ (ma, tanto perché sia chiaro, anche gli umanisti sono scienziati, ma lasciamo correre) hanno bisogno di laboratori costosi e da tenere continuamente aggiornati. È evidente che non se ne può avere uno in ogni Università, e quindi su questo noncentri di eccellenza‘, ma centri di ricerca cui possano vantaggiosamente accedere tutti. Tutti (tutti, tutti, tutti questo è il problema in Italia!) i ricercatori per sviluppare i propri progetti di ricerca. Progetti di ricerca da valutare nel merito, non se vengano o meno da questo o quel presunto importante centro di ricerca o docente o, peggio (ma è il pane quotidiano, diciamocelo, eh), politicante. Occorre, cioè, creare dellestrutture di servizio per la ricerca scientifica. E sia chiaro che già solo ipotizzare una cosa del genere richiede coraggio e capacità organizzative non comuni. E forse, dato il disastro delle nostre biblioteche universitarie, occorre pensare a qualcosa del genere anche per quelle. Ma la base per poterlo fare è esattamente quella che non si tratti di ‘centri di eccellenza ai quali si accede perché vieni da questa o quella scuola o, anche peggio, finanziato da questa o quella industria … altro problema fondamentale.

Quanto volte lo abbiamo ripetuto. La ricerca di base, specialmente quella che poi è la più costosa, è roba per lo Stato, e solo per lo Stato, eventuali brevetti inclusi! Solo lo Stato, infatti, può pagare ricerche che magari arriveranno ad un risultato dopo anni, magari frutteranno poco (ma faranno progredire la ricerca), e dovranno essere a disposizione di tutti. Lo vediamo in questi mesi con i vaccini, tutti privati, di privati e per i privati, con le conseguenze che vediamo noi qui oggi, ma pensate a come stanno soffrendo in quei Paesi dove il vaccino non arriva perché costa troppo, una bruttura!

Per quanto attiene alla cultura umanistica, il problema è (solo apparentemente) più semplice, perché agli umanisti servono poche macchine, moltissimi libri e totale libertà. In altre parole, i centri di eccellenza sono la morte della libertà. Lo sappiamo bene, lo sa chi abbia frequentato un qualsiasi istituto di ricerca umanistica, dove si rischia di non poter fare la ricerca perché non si comprano i libri che servono in quanto chi li dirige non ‘ama’ quelle ricerche. Direte, ma perché accade così? Sì, accade così. Personalmente sono molto perplesso anche sui ‘ricercatori’ fini a sé stessi, specie nella cultura umanistica, diventano ‘esperti’, una genìa micidiale: sanno una cosa, ma credono di sapere il mondo e vengono consultati come se lo sapessero, ne abbiamo a dozzine in Tv tutti i giorni!
Inoltre ci sarebbe il problema della cultura, non trasmessa a scuola e meno che mai all’Università, per cui ci si trova davanti a persone bravissime a smontare e rimontare un cuore che se dici Dante ti passano l’olio.

E poi, parallelo, c’è il problema del reclutamento dei ricercatori. Che innanzitutto è un problema di stipendi. Io, professore ordinario, con quarant’anni di carriera, non solo quando ero in servizio guadagnavo un terzo dei miei colleghi stranieri e non avevo né un ufficio né una segreteria, ma i più giovani spesso (anche io l’ho fatto) lavorano gratis e se non hanno nemmeno i libri o i laboratori, come fanno a fare ricerca?

Si tratta di ristrutturare a fondo, cominciando a sburocratizzare radicalmente il mostrogelminiano‘, per riportare il tema alla sostanza della ricerca come espressione di libertà. Libertà di ricercare, di studiare e di valutare, nel caso degli umanisti ma credo anche degli ‘scienziati’, libertà nel metodo, piuttosto che nel merito, dove si annida il pericolo tremendo della uniformizzazione del pensiero, del conformismo culturale. E, badate bene, all’economia, all’industria, ai potentati economici, è il conformismo che serve, non la rivoluzione. La cultura, invece, è rivoluzione.
Ma il mio timore è che ciò che ha detto la professoressa Cattaneo (non ciò che dico io, figuriamoci) resterà lettera morta: gli interessi sono altri e sono gestiti (ahimè) da altri.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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