mercoledì, Luglio 28

Uzbekistan, una tigre vulnerabile

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Non capita spesso di sentir parlare del Paese che vanta due tra le maggiori meraviglie del creato, le antiche città di Buchara e Samarcanda, che si spera non facciano la fine di Palmira. Eppure l’Uzbekistan non è uno staterello qualsiasi ma, con i suoi quasi 30 milioni di abitanti, la più popolosa delle cinque repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale. Dotata poi, oltre ai suddetti gioielli di forte richiamo turistico, di non poche ricchezze naturali ancora sfruttate solo parzialmente e tali da attrarre perciò gli investimenti stranieri. Soprattutto, ma non solo, dal vicino colosso cinese, anche se il primo posto è occupato dalla russa Lukoil (petrolio e gas).

Mentre la lontananza dal nostro continente conta ormai poco nel mondo attuale, la causa della scarsa pubblicità o attenzione che il paese riscuote sta verosimilmente nel fatto che esso gode, se non altro, di una relativa quiete e stabilità, sempre invidiabili anche se non sufficienti ad assicurare benessere e felicità. A differenza di altri casi analoghi, in questo infatti non sono sufficienti, e comunque non mancano i segni che anche nella quiete e nella stabilità rischiano di aprirsi crepe, come del resto potrebbe essere persino augurabile sotto un certo aspetto.

Proprio nei giorni scorsi ha avuto insolita risonanza la vicenda di un giovane cittadino uzbeco, espatriato per aderire ad un gruppo jihadista e scoppiato in lagrime prima di compiere un attentato in Siria commissionatogli dai capi. L’episodio era inedito, ma a quanto risulta sono tanti anche i concittadini del suo protagonista che hanno scelto di militare nel file del cosiddetto califfato o dei talebani tornati all’offensiva in Afghanistan. A confermare l’incombere di nuove minacce è poi giunto un altro attentato (il primo del genere dal 2004), pur senza vittime né gravi danni, all’ambasciata americana a Tashkent, preceduto di qualche settimana da una misteriosa esplosione in un bazar della stessa capitale.

Si è così profilato un ridivampare della fiammata terroristica che aveva investito il paese alla fine dello scorso secolo ad opera di un movimento islamico domestico. Lo stroncò Islam Karimov, l’uomo che guida l’Uzbekistan con mano di ferro fin dall’indipendenza (1991) e che in veste di presidente praticamente a vita ha instaurato un regime autoritario e repressivo di qualsiasi opposizione vera o temuta, compresa quella di ispirazione confessionale.

Malgrado le copiose denunce esterne di violazioni dei diritti umani languono in carcere migliaia di musulmani anche non estremisti. Le stesse pratiche religiose come tali sono soggette a restrizioni in nome dell’ordine e della sicurezza. I pellegrinaggi alla Mecca sono da tempo scoraggiati e contingentati (non più di 5 mila persone all’anno) e un recente decreto vieta agli under 18 di partecipare alle preghiere del venerdì anche durante il ramadan. Alla preoccupazione di tenere a bada o addirittura allontanare i giovani si deve anche, secondo alcuni osservatori, l’esenzione dal permesso di espatrio, altrimenti necessario, di chi si reca nel resto della Comunità degli Stati indipendenti che ha rimpiazzato in qualche modo l’URSS; ovvero, di fatto, in Russia per lavoro.

Che tutto ciò spinga i giovani in particolare verso l’estremismo e la sovversione è ovvio. Ma le spinte sono anche di altro tipo e non solo per i giovani. In campo economico il regime vanta successi che sulla carta suonano impressionanti. Dal 1991 ad oggi il PIL risulta aumentato di oltre cinque volte e di quattro volte quello pro capite a parità di potere d’acquisto. Sono nate una serie di nuove industrie che hanno cambiato il volto di un paese caratterizzato in precedenza dalla quasi monocultura del cotone, la cui quota nella produzione agricola si è ridotta al 9% mentre sono cresciute quelle del grano e soprattutto  della frutta e verdura, salita al 30% grazie ad un aumento del volume da 4 a 17 milioni di tonnellate.

Sempre secondo le cifre ufficiali, comunque recepite dagli istituti internazionali competenti, le esportazioni si sono moltiplicate per 30 nell’ultimo quarto di secolo e il saldo attivo della bilancia commerciale raggiunto 17 anni fa ha resistito anche ai colpi della crisi mondiale. Non meno rimarchevoli sono stati lo sviluppo e l’ammodernamento dei servizi, la cui incidenza sul PIL è salita dal 33% al 54%. Soprattutto nel periodo più recente la promozione del rinnovamento tecnico e tecnologico ha consentito di più che raddoppiare la produttività del lavoro, mentre i progressi sono stati vistosi anche nel campo dei trasporti e comunicazioni.

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